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"perchè, chi sorride sempre è davvero felice?"

@primogiugnoduemilatredici

giulia, 15 anni, sono un misto di paranoie, insicurezze, sorrisi falsi e molto altro. mi affeziono davvero troppo alle persone e do sempre il mille per mille a chi non lo merita, per questo rimango sempre scottata. amo le cose semplice e nient'altro. non mi reputo niente do poi così speciale.
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magiclaces
'Sono solo un po' morta dentro' 'E perché lo dici ridendo?' 'Che dovrei fare? Piangere? Ho pianto troppo in passato' 'Tu hai bisogno di aiuto' 'Non ho bisogno di niente' 'Si, tu pensi di poterti salvare ma non è così. Tu non vuoi aiuto, tu vuoi salvarti da sola, vuoi essere l'eroina di te stessa. Ma nessuno si può salvare da solo' 'Io però non ho bisogno di nessuno' 'Si invece. Hai bisogno di qualcuno che ti tenga la mano. Che ti dica che sei bella anche quando sei tutta incasinata alle due del mattino. Tu ne hai un disperato bisogno' 'No, smettila, io non ho bisogno di niente e nessuno. Sto bene' 'Non stai bene per niente' 'E invece si' 'E allora perché sei così?' 'Sono solo un po' morta dentro'
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Alle medie andavo a scuola con una ragazzina di nome Amelia. E’ sempre stata definita la “brutta” della classe: aveva dei lunghissimi capelli e per questo la chiamavano Sadako (vedi “The Ring”); aveva la pelle un po’ più abbronzata e per questo la chiamavano “negra”; non si rifaceva le sopracciglia come le ragazze più “in” della classe e perciò veniva chiamata “gorilla”; portava il busto per via di un problema alla schiena e per questo veniva chiamata “mostro”. Essere presa di mira dalla bulletta della classe ha fatto sì che ad ogni soprannome o insulto se ne aggiungessero altri a catena, finché Amelia non rimase così emarginata che tutti la evitavano. Io, personalmente, non credevo ci stesse così male, all’epoca. Se ne stava lì, sulle sue, non parlava con nessuno. Ero una ragazza ingenua, io. Forse era anche il peso di tutti quegli insulti a farle male alla schiena. Un giorno, fuori da scuola, la vidi in lontananza: la bulletta l’aveva fermata (con la forza) perché aveva osato rispondere a una delle sue solite prese in giro. Vedendo che discutevano non gli diedi troppa importanza. Finché la bulletta non fece partire uno schiaffo. Poi il secondo. Poi Amelia si rannicchiò a terra, e non appena vidi un calcio volare nella sua traiettoria mi precipitai per fermare le cose. “Puttana” le urlava questa mentre io intimavo alla bulletta di calmarsi. Mi spinse via e le sputò in faccia, mentre Amelia piangeva. Portai via Amelia, le presi la mano e il suo braccio pendeva mollemente, sorretto solo dalle mie forze. Era un ramoscello che si era appena spezzato. Con un fazzoletto la ripulii dallo sputo e la portai a casa. Solo dopo aver parlato per oltre due ore con lei capii quanto aveva sofferto durante le scuole medie, per tutte quelle prese in giro che erano poi culminate con le botte. Alle superiori ci separammo, e non la vidi per cinque anni. Sapete che c’è? Ieri l’ho incontrata in treno, mentre andavo a dare un esame all’università. Non porta più il busto, è diventata una splendida ragazza dai capelli lunghissimi. E’ fidanzata da tre anni con un ragazzo che conosco, una persona dolcissima. E mi stavo per commuovere ieri, perché ho pensato che forse il tempo le aveva reso giustizia, finalmente.

faciledaricordare (via faciledaricordare)

VAFFANCULO, GRANDE AMELIA, CHIUNQUE TU SIA.