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Targets (1968)
Targets, USA, 1968, 90 min regia di Peter Bogdanovich con Boris Karloff, Peter Bogdanovich, Tim O'Kelly
(nella foto: Boris Karloff sotto tiro)
Nel 1967, o giù di lì, accadeva che un regista famoso offrisse ad un giovane sceneggiatore di dirigere un film, fornendogli, come nelle istruzioni di un'antica preparazione galenica, la seguente ricetta: venti minuti di riprese con una vecchia gloria del cinema da girare in due giorni, un'ora da girare con altri attori in un paio di settimane, venti minuti di materiale tratto da un horror in technicolor. Il regista famoso era Roger Corman, lo sceneggiatore Peter Bogdanovich, la vecchia gloria del cinema niente di meno che Boris Karloff e l'horror in technicolor "La vergine di cera". Da questa ardita alchimia di caso e necessità, nacque "Targets". La storia parte da due spunti narrativi apparentemente lontanissimi, ma che progressivamente convergono come guidati dalla beffarda mano del Destino per incontrarsi e fronteggiarsi in un aspro duello finale. Byron Orlok (doppio cinematografico di Boris Karloff) è un'icona del genere horror ormai sul viale del tramonto, cinico ed inacidito, consapevole del fatto che l'orrore quotidiano e reale ha di gran lunga superato quello dei suoi film. Bobby Thompson, è un giovane della media borghesia di provincia, reduce dal Vietnam, frustrato da un'esistenza mediocre, che un giorno decide di sfogare la sua rabbia in un personale luna park dell'orrore.
L'idea originale, in verità, era molto lontana dalla stesura definitiva della sceneggiatura: la riproposizione delle insane gesta del killer Charles Whitman, che in un'afosa mattina d'agosto si appostò sulla torre dell'Università del Texas per uccidere sedici persone, fu suggerita da Harold Hayes, direttore dell'Esquire, per il quale Bogdanovich ancora scriveva. La figura di Orlok però dovevà già sparire, ucciso dal killer, a metà film per un semplicissimo motivo: Karloff doveva a Corman due giornate di lavoro, ma la produzione non poteva permettersi giornate aggiuntive. Ma nel 1967, o giù di lì, accadeva anche che un regista famoso, seduto nel proprio salotto con un giovane emergente, mettesse mano ad una sceneggiatura ed in poche ore ne partorisse una nuova, con un finale geniale. E per di più rifiutando di essere accreditato, per non fare ombra al promettente giovane. Il generoso regista era Samuel Michael Fuller - si, proprio lui -, affettuosamete omaggiato nel personaggio del cineasta che si chiama, appunto, Sammy Michaels. Il suo apporto fu determinante: Karloff, affascinato dallo script, accettò di non essere pagato per i giorni di riprese eccedenti i due pattuiti. Regalerà alla storia del cinema un'interpretazione memorabile, commovente ed autoironica.
Paper Moon (1973)
Paper Moon, USA, 1973, 102 min regia di Peter Bogdanovich con Ryan O'Neal, Tatum O'Neal, Madeline Kahn, Randy Quaid
Nel 1973 Peter Bogdanovich, fallito il progetto di un western ad alto budget, scritto per John Wayne, Jimmy Stewart e Henry Fonda, dirige "Paper Moon", tratto dal romanzo "Addie Pray" di Joe David Brown . Il film, nella stesura originale, si apriva con la piccola Addie che, seduta nel buio della sala a guardare un film con Shirley Temple, riceve la notizia della morte della madre. Un incipit, poi scartato, che riassume ed assieme celebra la passione del regista per il cinema classico. C'è il cinema "Dream" che proietta "Il battello pazzo" di John Ford e come nel road-movie fordiano "Furore", c'è l'automobile che attraversa il paesaggio rurale, piatto e depresso come l'America degli anni 30, in una via crucis di continue deviazioni (Deviare - dice Moses Pray - non dobbiamo far altro che deviare); c'è lo spirito di Frank Capra ma inacidito dalla grande disillusione ed insensibile alle iniezioni di ottimismo del New Deal rooseveltiano; e c'è Addie Pray, la cugina incazzata di Shirley Temple, orfanella tabagista e cinica. Il tutto è splendidamente fotografato dal quel maestro assoluto che fu László Kovács. Grazie ad un bianco e nero contrastato, ottenuto con il sapiente utilizzo di filtri rossi, ed all'uso della profondità di campo (in Paper Moon, tutto è a fuoco) l'occhio del regista, e quindi anche il nostro, si fa occhio spietato, lama affilata che disseziona il sogno americano: l'illusione di poter avere la luna. Ma sotto le potenti lampade ad arco del cinema, essa si rivela solo una luna di carta.
La verità secondo Polselli
Renato Polselli, tra i registi più bizzarri nel panorama del cinema bis nostrano, autore poliedrico ed imprevedibile, sfugge a qualsiasi tentativo di catalogazione, collocandosi in quella zona crepuscolare nella quale abitano gli artisti maledetti, di culto. Il suo cinema, ancorchè mostrare una cronica e disarmante scarsità di mezzi, rivela un'intelligenza acuta e graffiante, un'irrefrenabile smania di superamento di regole, generi e linguaggi, un'ironia iconoclasta, un'incontrollabile voglia, spesso frustrata, di mostrare il non mostrabile, una sfacciata assenza di misura che spesso sfocia nel delirio involontariamente comico ma che è innegabilmente la sua cifra stilistica.
