Dottoressa, sa che c'ho pensato e sono arrivato ad una conclusione: penso che io non abbia nulla da raccontare" dissi seduto in quella sedia, alla solita ora, del solito martedì di ogni settimana.
“In che senso?” chiese.
“Sempre domande mi fa dottoressa, eppure non mi da mai una vera risposta… Tanto non ho nient'altro da fare, quindi ora le spiego il perché di questo mio ragionamento” risposi e cominciai col spiegarle ciò che avevo iniziato a raccontarle precedentemente.
“Quando esco con gli amici, loro mi parlano sempre di loro e dei loro problemi del cazzo.
Mi siedo, li ascolto e sto zitto, esattamente come fa lei con me.
Mi chiedono dei consigli, come se io sapessi veramente quale è la soluzione giusta per loro, eppure ci provo.
Consiglio alle persone, ma il fatto è che non so nemmeno consigliare a me stesso, quindi non so quanto potrebbe avere senso ciò che dico a loro.
Non sono una brava persona e lei, Dottoressa, lo sa, forse meglio di me, altrimenti non sarei qui a parlarle delle mie stronzate.
Il mio problema avviene dopo, quando dopo ore e ore di conversazioni inutili, alla quale do risposte inutili, mi chiedono come sto e cos'ho di nuovo da raccontare.
Ed è lì, che mi rendo conto che sono una persona noiosa e che non ho nulla da raccontare.
Mi fanno notare, con una semplice ed inutile domanda, che io ho una vita monotona e che non ho niente.
Non ho amori, perchè… Beh, basta guardarmi, non ho sentimenti, perchè le persone fanno male. Non ho tanti amici, perchè le persone oltre a fare male, non mi piacciono.
Quella sera, mentre ero a letto, col buio che non m'aiutava, mi sono chiesto: “Cos'ho da raccontare?”
E sa cosa? Non ho trovato una risposta così mi sono acceso una canna e sono andato a dormire.
Triste vero?“ chiesi dopo quel stupido monologo fatto a voce alta, con voce spenta, triste e vuota.
E lei, senza fare domanda riguardante il discorso che avevo appena fatto, mi fece un'altra domanda: "E perchè ti fumi le canne?”
Ormai non m'interessava se mi fossero state domande o risposte quelle che mi dava, ero così vuoto, che veramente non m'importava, così parlai e basta.
“Perchè mi distrae…” risposi.
Non era lunga come frase, ma in quel momento, con quel tono di voce, ero pieno di diverse emozioni che non potrei descrivere ciò che provavo.
“Ti distrae da cosa? Non è una giustifi…”
“Stia zitta, cazzo!” urlai interrompendola, quasi innervosito.
“Voglio vivere, dottoressa. Non le chiedo tanto, voglio un consiglio. Voglio un consiglio, magari anche inutile, come quello che do io ai miei amici, ma ne ho bisogno. Anche se uno solo. Voglio vivere. Mi dia una stupida ragione, mi dica qualcosa…”
“Ne vuoi una?” disse, quasi arrabbiata, ma non per il fatto di averle urlato dietro, forse per ciò che avevo appena detto.
Si avvicinò a me, mi guardò negl'occhi e disse una cosa, con lo stesso tono, freddo e da mamma.
“Vai da lei e dille che la ami!”
“Cosa?” chiesi, sbalordito e confuso.
“In tutte queste sedute mi hai sempre raccontato di lei, delle vostre passeggiate, le vostre litigate in macchina, i vostri baci con gli occhi e sai cosa? Non hai mai avuto il coraggio di dirle che l'ami. Sei qui, cerchi di distrarti con altri discorsi, facendomi credere che tu sia una persona noiosa, ma non sei affatto noioso. Non venire fuori con queste storie stupide. Sei così pieno di amore, di storie da raccontare. Hai fatto innamorare migliaia di persone con le tue storie, ma hai mai chiesto a lei cosa prova per te? O tu! Tu le hai mai dimostrato cosa provi per lei?” l'ultima frase, mi fece riflettere, l'ultima frase fu un colpo al cuore.
“No, non l'ho mai fatto, ho sempre, pensato e, avuto paura di sbagliare”
“Ecco! Ed è qui che ti sbagli. Tu pensi troppo, non vivi abbastanza. Hai paura delle persone, ma sai, tutti i mostri che tu hai creato, sono solo dentro il tuo cervello.
Come i cazzo di maglioni verdi dentro l'armadio che i bambini scambiano per mostri.
Prova a far finta che questi, i fottuti pensieri negativi, siano solo un maglione e sei cresciuto ed è ora di buttarlo via.”
La guardavo, i miei occhi erano lucidi, ma io continuavo a dirmi “Sii forte, non ora”
Non piansi, ci riuscii e finimmo la seduta ridendo di un stupido libro che avevo letto.
Tornato a casa però tornai nella mia malinconia e monotona vita, così m'accesi una canna, giusto per distrarmi.
“Buona serata” mi dissi, guardando le stelle.
Guardai le stelle così tanto, che ripensai all'ultima domanda che mi aveva fatto la dottoressa e m'erano pure tornati gli occhi lucidi.
“Sii forte, non ora” ridissi, alle stelle.
M'alzai di colpo, avevo la testa che girava un pochino, ma poco m'importava, avevo voglia di un abbraccio.
Scrissi un messaggio a quella ragazza: “Puoi uscire due minuti di casa, devo dirti una cosa importante”
“Va bene, dammi dieci minuti e scendo”
Scese dopo due minuti che ero arrivato lì, si avvicinò e mi disse “Ehi, tutto bene? Cosa c'è?”
“Io oggi sono andato, come tutti i marte.. No, scusa… Ho sbagliato… volevo dire che non ho mai avuto il coraggio di dirti una cosa”
“Ok, dimmi” chiese, quasi sciocca e stanca dalla giornata.
Non avevo raccontato a nessuno che andavo dalla psicologa, magari avrebbe potuto pensare che fossi un ragazzo pazzo o che non andava bene per lei.
“No, nulla.. Ho sbagliato ancora..” dissi.
Non ci riuscii, perchè c'erano quei cazzo di mostri che stavano dietro di lei e che ridevano di me.
“Ti prego… Dimmi” questa volta lo chiese con tono dolce, quasi stanco di aspettare.
Occhi lucidi, ma con lei, vicino, non mi vergognavo di me stesso, così piansi.
“Ehi, vieni qui” mi prese e m'abbracciò.
“Dio quel profumo.” pensai, poi la strinsi ancora più forte e i mostri non stavano più ridendo.
Ero io, lei e quell'abbraccio di cui avevo assolutamente necessità.
Avrei veramente voluto gridare al mondo che l'amavo, così, con qualche forza e con un pizzico di coraggio, lo feci.
M'avvicinai alle sue orecchie e le sussurrai “Ti amo.