She wonders how she became this person, not others.
— I AM EASY TO FIND (2019, dir. Mike Mills)

She wonders how she became this person, not others.
— I AM EASY TO FIND (2019, dir. Mike Mills)
Direi che tutto è cominciato questa estate, quando ogni cosa stava per cambiare e io non ne avevo idea. Avevo qualche giorno di vacanza investito nell’andare a trovare i nonni a Napoli, in genere lo faccio sempre d’estate, talvolta non da solo, quest’anno il programma era la solitudine perché la desideravo e poi perché sapevo che alla fine di tutto, avrei avuto il mio premio. Errore madornale pensare che il poco tempo che una persona decide di concedervi sia quello che vi meritate. Ricordate sempre, puntate in basso quando si tratta di soddisfazioni lavorative perché quelle sono rare come i contratti a tempo indeterminato, i capi che vi dicono “sei insostituibile eccoti l’aumento richiesto” sono cose che accadono solo nei sogni o nei filmati su youtube di giovani comici scarsissimi. Ma in amore, puntate in alto, perché con le briciole non ci riempi il vuoto che ti lasciano certe persone. Puoi certo pensare che questa forma di digiuno sia utile per temprare il tuo spirito, ma non serve ad un cazzo. Puntate in alto per favore, puntate a tutto. Dicevo, stavo scendendo a Napoli, mio nonno mi aveva avvisato di una piccola visita da poche ore che avrebbe dovuto fare in ospedale. “L’agg fatt già 20 anni fa, è na strunzat, a facc, pomeriggio siamo a casa a mangiare a muzzarell”. Non è andata proprio così. Tra ricovero, intervento e tutto, il nonno rimase in ospedale quasi una settimana. Ma quello non è stato difficile, perché sapevo che era seguito e dopo la rabbia iniziale del vedere trasformate le mie poche ferie verso un probabile e consueto mare, in un più ragionato ospedale con aria condizionata per stare con il nonno, mi sono reso conto che la persona che più aveva bisogno di aiuto era la nonna. La nonna non ci sta più con la testa. Si sente tranquilla solo quando tiene il braccio del nonno. Non capisce molto spesso dove è. Ride tanto, fino a che non capisce quello che le sta succedendo. Allora piange e chiede scusa a tutti. La nonna non può più restare sola ma con il nonno in ospedale, l’unico braccio di cui si fidava era il mio. E io non sono la persona più affidabile di questo pianeta. Lei si ricorda che la maggior parte del tempo faccio scherzi e battute ed era un po’ titubante. Ma eravamo destinati a passare le mie vacanze insieme, così si è lanciata ma spesso mi diceva “Matteo non farmi gli scherzi” e io la guardavo commosso dicendole che no, non glieli farò mai più. Stringeva le mani più forte attorno al mio braccio e veniva con me in ospedale. Il nonno passava la maggior parte del tempo a dormire, parlava poco. 20 anni prima questo intervento era stato una sciocchezza, adesso si portava dietro quasi un quarto di secolo di occlusioni e debolezze sommate. La nonna era la mia bambina. Andavo al bar in ospedale (io sono cresciuto a Bolzano, gli ospedali hanno dei bar tristissimi, se mai vi capitasse di finire in ospedale a Napoli vi dico solo una cosa: hanno le sfogliatelle calde) che era come la mia seconda casa, un po’ per il cibo, un po’ per le persone simpatiche che ci lavoravano dentro, un po’ per l’adesivo Juvemerda sul frigorifero, e qua lasciavo la nonna. Parlavo con le famiglie sedute ai tavoli, la presentavo e dicevo “devo andare ad incontrare i medici, potete guardarmi la nonna un attimo per favore?” ed erano tutti sempre gentilissimi. La nonna non capiva, lei voleva solo bere il suo succo alla pera, per il resto era uguale con chi stava, non coglieva nessuna differenza e raccontava le stesse storie e dopo pochi minuti iniziava ad accarezzare le persone. Ero libero di farmi i miei giri, accertarmi delle condizioni del nonno, capire quando sarebbe potuto tornare a casa, godere dell’aria condizionata in quella che è stata l’estate più calda della storia. Poi tornavo a prendere la nonna, lei mi afferrava il braccio e facevamo il nostro gioco. Ho capito che per aiutarla a rimanere sul pianeta terra dovevo farle lavorare il cervello in qualche modo. Le poesie le stava dimenticando, leggere non ce la fa, ma contare, quello le riesce ancora. Così approfittavo del suo affetto e le dicevo: “Nonna, quanti bacetti mi dai oggi?” e lei rispondeva “Quanti ne vuoi?”. Partivo basso, “Me ne dai 10?”. “10 sì, vanno bene”. Glieli facevo contare: uno, due, tre, fino a dieci. Ci arrivava senza problemi. “E me ne dai 20?” “Uuuh, 20. Sono assai. Vabbuò dai. Ci provo.” e rideva ancora, si divertiva a giocare con me. A contare ad alta voce. Poi però io puntavo in alto, perché ve l’ho detto prima, in amore puntate in alto, le briciole lasciatele ai piccioni. “Nonna. Me li dai 100 bacetti?” La faccia della nonna, da allegra e spensierata, diventava seria e ragionante. 100 è un numero altissimo. Nonostante avrebbe potuto buttarla sul ridere e dirmi va bene, sapendo che si trattava di uno scherzo, per lei il numero da me richiesto era una missione. Quindi il tono di voce mutava, lo sguardo diventava rassegnato e diceva: “No Matté, 100 sono troppi, come faccio, io perdo il conto.” e io come potevo darle torto? Questo sketch si ripeteva innumerevoli volte durante le giornate, dato che stavamo sempre assieme, e la faceva divertire come fosse la prima volta. L’estate finì di lì a breve. Il nonno fu dimesso dall’ospedale e tornò ad offrire il proprio braccio alla nonna. Io fui costretto a rivedere tutto quello che consisteva il mio idealizzare l’amore grazie all’ennesima batosta. La nonna invece, imparò un nuovo gioco. Ad oggi non appena sente che qualcuno sta parlando con me al telefono inizia a urlare “È Matteo??? E quanti bacetti vuole Matteo???” e io le chiedo sempre numeri diversi. Lei li conta. Ride. Poi gliene chiedo 100 e ride ancora di più, perché adesso ha capito che scherzo. O forse no? Ogni tanto ancora vorrebbe essere in grado di darmeli tutti. L’altro giorno però mi era venuto una specie di sospetto. La nonna chiede con un po’ troppa facilità a tutti in casa quanti bacetti vogliono e quello era il nostro gioco. Solo mio e suo. Non è che lo sta facendo anche con altre persone? Così l’ho chiesto a mia zia che ha confermato. Se all’inizio era solo con me, poi si è spostata anche su gli altri nipoti e adesso lo ha allargato al fruttivendolo, al panettiere, alla televisione. Ho creato un mostro dispensa bacetti. Ma ci sta. C’è così tanto bisogno di amore su questo pianeta che un essere fatto di pura dolcezza e rincoglionimento senile non può far altro che migliorarlo. (Col senno di poi, mi rendo conto che questa storia è tutta una grande metafora del Mago di Oz. Il nonno fu ricoverato per problemi al cuore, la nonna sta dicendo ciao ciao al cervello e io, io sono sempre stato un fottuto codardo.)
Ci manchi!
anche a me mancano quelle piccole connessioni virtuali che avevo creato qui. mi manca un sacco anche quella capacità che avevo qualche anno fa di aprirmi completamente e parlare in maniera ironica e spensierata di quello che mi succedeva fuori e dentro la testa durante le mie giornate. mi sento un po’ bloccato e mi sembra di aver creato delle aspettative verso me stesso che non riesco a rispettare. tumblr sta morendo, ha sempre meno contenuti, sempre più persone lo abbandonano e questo da una parte mi rende triste e dall’altra sta un po’ abbassando la pressione che avevo nello scrivere cose personali.
spero di tornare, prima che yahoo venda tutta la piattoforma e i milioni di bit dei nostri blog spariscano per sempre.
No! *prende la testa fra le mani e guarda dritto negli occhi* intendo, davvero, Come Stai?
l’ultimo album dei grizzly bear mi sta piacendo e lo ascolto appena ho minuti liberi; nell’ultimo mese ho ascoltato tantissime volte Plastic 100 C° di Sampha e American Dream degli LCD Soundsystem. sto andando a un sacco di concerti e mi fanno stare bene. ultimamente provo leggerezza e serenità guardando Fleabag e Please Like Me. nelle ultime settimane ho visto pochi film ma mi sono piaciuti un sacco What We Do in the Shadows(che ho finito di vedere qualche minuto fa), In The Mood for Love(finalmente) e ho rivisto(e mi sono innamorato per la quarta volta di) Arrival. ho visto proiettati Grand Budapest Hotel e Darjelling Limited disteso su dei cuscinoni gigante e quando alzavi gli occhi c’erano tutte le stelle incorniciate dagli alberi ed è stato il mio giorno preferito di quest’estate.
sto a Milano da cinque anni. da quando sono qui ho sempre avuto una sola unica certezza: il mio coinquilino. Remo è completamente l’opposto di me. è incredibilmente espansivo e instintivo, adora essere crudelmente sincero e si riesce a far volere bene da tutti. abbiamo condiviso praticamente tutto, da sempre. siamo stati in vacanza più volte insieme e ho il suo nome scritto sul muro con dei post it in camera(una mattina si annoiava). mi ha visto piangere e io l’ho visto crollare per gli esami. quando siamo con altri amici ci comportiamo come una coppietta; bisticciamo, ci lanciamo frecciatine e poi facciamo pace(in questi cinque anni mi è successo più volte che mi chiedessero se fossimo fidanzati). ho sempre pensato, e ne sono sicuro, che se non fosse stato per lui qui a Milano non ce l’avrei fatta. non sarei riuscito a finire l’università e a trovare un lavoro se non avessi avuto la certezza di tornare a casa e trovare qualcuno che sapeva sempre sempre tirarmi su di morale e farmi ridere.
a settembre Remo andrà a Siviglia per fare sei mesi di erasmus e lascia camera sua. a febbraio, al suo ritorno, non la riprenderà. abbiamo in programma di cercare casa per me e lui e basta ma in sei mesi potrebbero cambiare tantissime cose e potrebbe non succedere.
stasera ho cucinato per lui e mentre giravo la pasta mi ha abbracciato da dietro e mi ha detto “mi mancherai tantissimo come coinquilino”. ho fatto un suono annoiato e me lo sono scrollato di dosso. lo sa che queste cose mi mettono sempre in difficoltà e raramente riesco a tirare fuori sentimenti™.
mancherà tantissimo anche a me, ma lui lo sa benissimo.
questa cosa del pallino verde della chat che permette di vedere quando qualcuno è online rappresenta la morte della reputazione che mi sono ardentemente costruito nell’ultimo anno non scrivendo post cercando quindi di fare finta di essere completamente impegnato nella mia vita da non riuscire a scrivere niente quando in realtà spreco ancora un’enormità di tempo dentro a questo piccolo microcosmo e non scrivo niente perché faccio una vita piattina e ripetitiva sconvolta solo dai film che mi fanno piangere e i concerti che vado a vedere ma al dovere affrontare la mia incapacità nel descrivere in maniera accurata quello che provo durante questi momenti di lucida serenità preferisco abbracciare il silenzio circondandomi di canzoni tristine.
Kon, come si sopravvive alla fine improvvisa di un grande amore? (risposta pubblica)
Giorno per giorno.
Finché nel susseguirsi dei giorni le cose belle che ti sono sempre state attorno non riprendono il loro colore.
E se tutto continua ad essere un richiamo all’assenza di lui o di lei, fai passare altri giorni, fino a quando le forme e i movimenti del mondo ritornano a essere una lode a te come parte unica del tutto, pronta a riprendere il cammino in esso.
Perché la vera sofferenza non è il dolore della mancanza dell’altro ma la mancata comprensione del nostro essere solo foglie che si sfiorano un attimo nel turbine del vento del mondo, per poi tornare di nuovo nel cielo.
(comunque anche la pizza all you can eat aiuta)
And in case I don't see ya.
questa settimana per lavoro dovevo seguire un corso online per una certificazione noia™ e il mio capo mi ha dato il permesso di seguirlo da casa. credo di non aver passato così tanto a casa in toscana da almeno due anni, da quando ho iniziato a lavorare. di solito riuscivo a stare solo due e tre giorni che cercavo di gestirmi in modo da vedere tutte le persone che ho lasciato qui e con cui credo di avere un rapporto. la pessima sensazione che ho sentito crescere in questi giorni è la consapevolezza della distanza che sento tra me e i miei amici storici, una distanza che sento ingrandirsi e diventare ormai intollerabile. credo sia un processo normale di crescita, lasciarsi dietro persone con cui hai condiviso così tanto quando si era giovani ma che, probabilmente, frequentavi solo per abitudine. questa settimana sono stato a casa praticamente tutti i giorni guardando film e recuperando serie; sono uscito solo un giorno con le uniche due persone del vecchio gruppo a cui sento di volere ancora tanto bene. la cosa che però più mi sta scuotendo è la realizzazione di non sentire come casa neanche questa. sentire un posto come casa è sempre stato un mio punto fisso; i pochi giorni che ero abituato a passare mi faceva sembrare questo posto erroneamente idilliaco. forse sbaglio nella ricerca di qualcosa di così ideale e astratto. come sempre, preferisco rifugiarmi nelle citazioni di film che parlano meglio di me di quello che sto sentendo. che senso ha rielaborare cose che sono già state descritte così bene: you know that point in your life when you realize the house you grew up in isn't really your home anymore? all of a sudden even though you have some place where you put your shit, that idea of home is gone. you'll see one day when you move out it just sort of happens one day and it's gone. you feel like you can never get it back. it's like you feel homesick for a place that doesn't even exist. maybe it's like this rite of passage, you know. you won't ever have this feeling again until you create a new idea of home for yourself, you know, for your kids, for the family you start, it's like a cycle or something. I don't know, but I miss the idea of it, you know. maybe that's all family really is. a group of people that miss the same imaginary place.
I’ve never loved anyone the way I loved you. - Her (2013)
le aspettative verso me stesso per ogni post che scrivo qui mi bloccano dall’esprimere i concetti da bambino di otto anni coi quali vorrei riempire questo blog come “gli asparagi sono buoni”, “il viola è un brutto colore” o “gli uccelli di hitchcock mi ha reso completamente intollerante ai corvi e non riesco più a sentirne o vederne uno che salto come uno di quei gatti nelle gif dell’internet”.
I think I am Princess Leia and Princess Leia is me. It’s like a Moebius strip tease. - Carrie Fisher
oggi sono uscito alle dieci per andare in un parco a leggere aspettando il pranzo. poi sono andato a mangiare in un posto hipsterone(rendetevi conto, il sottotitolo del posto era japanese bar) in cui facevano tutto con il macha. io non ho idea di cosa sia(una radice? una specie di spinacio? boh), ma è buonissimo e rende tutto dolcissimo e buonissimo(ripetizione, 5- a niccolò). poi il locale e i cibi sono tutti così verdi e verde is so fetch right now. abbiamo poi girato per vari postini della design week e le cosa più interessanti sono state i cortilini carini dei palazzi, specchi in qualunque installazione e le facce confuse delle persone. soprattutto le facce confuse delle persone, in realtà.
tornando a casa un bimbo davanti a me ha rincorso per tipo cinquanta metri un fiocchetto di polline facendo piccoli saltelli nella speranza di prenderlo e nonostante fosse un'immagine estremamente poetica, l'unica cosa a cui sono riuscito a pensare è stata: *zoom in* *pugno stretto davanti al viso* *tira su con il naso* POLLINE, YOU LITTLE SHIT.
la ragazza? il lavoro? le serie tv??
I came out to have a good time and I'm honestly feeling so attacked right now
non scrivo più raccontando le mie incredibili vicissitudine con tono ironico e simpaticone ma non vorrei dare l’idea che non lo faccio perché sono impegnato a vivere la vita. tranquilli, mi sento ancora in alto mare e non so cosa cazzo sto facendo il novanta percento del tempo e il dieci percento rimanente è quando stacco completamente il cervello guardando cose o ascoltando musica.