“Molto spesso scegliamo proprio il silenzio per dire le cose più importanti.”
— web (via occhietti)
Silenzi così rumorosi da farsi largo nelle inutili chiacchiere di circostanza

“Molto spesso scegliamo proprio il silenzio per dire le cose più importanti.”
— web (via occhietti)
Silenzi così rumorosi da farsi largo nelle inutili chiacchiere di circostanza
Sai cosa mi sorprende? Il cinismo con cui alcuni argomenti vengono trattati e profusi agli altri, come se fosse qualcosa di cosi lontano da noi..
La mancanza di morale, di etica, di rispetto verso se stessi, il rispetto della dignità, della valenza, dello spessore, della comune diversità..
Abbiamo creato una società distopica in cui ognuno di noi diffida di tutto, si vive con la perenne paura di sbagliare, di cadere, di tentare..
Perchè poi non sai come chi ti circonda reagirà alle tue azioni o alle tue idee.. Abbiamo creato una società in cui è meglio sempre pensare a male.. con le idee imballate in testa, mai usate veramente..
Ci rassegniamo a vivere con i luoghi comuni.. con le consuetudini..
Ci si azzanna su tutto, si mostrano sempre i muscoli e la forza con cui si resiste..
Basterebbe forse allentare la presa, fare un passo indietro e guardarsi attorno.. Osservare meglio la scena.. gli attori.. le comparse.. gli ambienti..
Guardare con attenzione gli avvenimenti.. le cause scatenanti.. le conseguenze.. Invece di arrogarci il diritto di essere portatori di luce che combattono il male perché non proviamo ad essere tutti più obiettivi verso certi temi..
Sento spesso di forze in contrasto che non si sono mai confrontate effettivamente a pari livello democratico e morale..
Che hanno fatto le stesse scelte ma da due lati opposti della barricata.. soldati con lo stesso umore ma con la divisa di un altro colore..
Si sa.. la verità sta nel mezzo.. Quindi il centro del nostro discorso qual è?
Qual è il punto in comune che osserviamo da così lontano?
Siamo tutti mani prestati alla vita.. e non dico che non ci debba essere opposizione.. ogni idea.. ogni ideale.. ogni forma di pazzia può essere discussa..
Ma questa opposizione deve avere come scopo ultimo il portare avanti comunque una causa comune.. è il muscolo antagonista che permette alla gamba di fare un intero movimento..
Libertà e giustizia.. con quante sfumature queste due parole possono essere intese?
Sono due necessità a cui l'uomo, in qualunque sua forma, non si può sottrarre.. Possono sembrare opposte ma, ognuna guarda le spalle dell'altra..
Perché anche a fare i cinici, certe cose non ti possono solo scivolare addosso..
Una libertà è stata violata da un'altra, e la giustizia deve chiarire come la libertà sia stata abusata e se può tentare di riportare la situazione in zona neutrale..
Ci sono volte in cui ci soffermiamo su le azioni subordinate..
Ma cosa è successo in principio? Cosa ha scatenato tutto?
Al netto dei ma necessari, un uomo che muore resta un uomo che muore.. Saranno gli organi preposti a giudicare, Io come uomo posso solo tentare di capire in silenzioso rispetto.. Parlerò solo se sono in qualche modo coinvolto.
Questa società in cui siamo nati ha molti difetti,
Come dicevo in principio, ci hanno insegnato a diffidare di tutto e a non fidarci di nessuno, a pensar male di qualunque cosa perchè alla fine il male emerge da qualunque cosa..
Ma allora a questo punto, la nostra è una società civile?
Un uomo che rinuncia ai suoi principi morali che fine fa?
Con i principi non ci campi la famiglia?
Allora è una società sbagliata e noi siamo peccatori quanto tutti gli altri,
il potere è dato sempre dalle persone, dalle loro azioni e dalle convinzioni comuni che le stesse persone hanno scelto di rispettare..
E’ un ciclo perpetuo.. non può essere rotto, però può essere adeguato.. il modo di vivere può essere addolcito e reso più agevole a tutti..
La società si è consumata, proviamo a ricaricarla con le buone intenzioni..
p.s. scusatemi il papello.. a volte mi piace essere il Keynes della situazione..
Ci riesci benissimo! 😊
“Quando il calore della sigaretta gli arrivò d'improvviso sull'indice, si riscosse con un tremito. Fissò la brace per qualche secondo, assaporando il lieve dolore fisico, poi la spense sul posacenere davanti a sé. Dal lato opposto del tavolino, c'era lei. Lei e una tazzina di caffè con una macchia di rossetto sul bordo. E, proprio al centro, tra loro, un abisso incolmabile di parole non dette, di silenzi mai infranti, di lacrime ricacciate nel fondo degli occhi. Un abisso che si era allungato per dieci anni, disteso su settemila chilometri di terra e d'oceano e ora, compresso a forza in quei pochi centimetri – quindici, forse venti, tanto che gli sarebbe bastato distendere le dita per arrivare a sfiorarle la mano – sembrava perfino più terribile, profondo, invalicabile. Peggio di un muro, pensò tra sé, che per superare un muro devi salire verso l'alto, ma l'abisso, Dio, l'abisso si supera precipitando. Si deve cadere, rovinare a terra, schiantarsi. E lui, lui era già caduto. Si era rialzato, però. Da solo, in silenzio, aveva scosso via polvere e fango dalle ginocchia. Poi aveva deciso di partire. Erano passati dieci anni, ormai, ma a ripensarci gli sembrava che quel giorno non si fosse mai concluso del tutto. Era di pomeriggio, giovedì, le tre e un quarto. Sole pigro di ottobre, ma solo fuori dalla finestra: dentro schianti di tuono, fulmini a rendere l'aria elettrica, pioggia sporca, vento. Aveva radunato sul letto qualche t-shirt, dei jeans slavati, due libri da cui non voleva separarsi, una vecchia macchina fotografica e il passaporto fresco d'inchiostro. La foto lo mostrava serio, come sempre, con lo sguardo che evitava l'obiettivo per perdersi in un punto più a destra, guardando chissà cosa, un riflesso, un bagliore che aveva attirato la sua attenzione più della luce fredda del flash. Non lo sopportava, il flash: era una menzogna. Aveva cercato in quel dizionario ingiallito riposto sulla mensola più alta della libreria di suo nonno: fotografare veniva dal greco; significava scrivere con la luce. Lui, che di fotografia non si occupava ancora, già si intendeva molto di luce, ma di luce vera. La luce del flash era artificiale, appiattiva, cancellava ombre e sfumature e lui la detestava: era umana, quindi destinata all'imperfezione. La luce vera, invece, era un'altra storia: divina, impalpabile eppure così concreta. Era ovunque. La luce vera era ovunque: bisognava solo avere la pazienza di lasciar abituare gli occhi al buio, di modo che potessero scorgerla. Rigirava quell'idea in testa come un amuleto tra le dita, a volte la pronunciava ad alta voce per ascoltarne il suono nelle orecchie e memorizzare i movimenti che lingua e labbra compivano. Richiuse il passaporto, coprendo quel volto impersonale che nulla aveva da dire sulla sua identità, stipò ogni cosa, ordinatamente, nel fondo di una valigia di cuoio. Poi, con lo stesso metodo, ripiegò tutti i sentimenti, tutte le emozioni – belle e brutte, nessuna distinzione –, ogni grammo di rabbia, ogni stupida incertezza mai provata fino a quel momento e le ripose in un angolino remoto del petto, con la speranza che occupassero poco spazio e non trovassero mai la strada per uscire fuori. Dieci anni, ed era ancora al punto di partenza. Un paesino di provincia, tremila anime appena, e tutte intrappolate lì dentro, in riva al mare, a fingere che le sbarre fossero meno fitte, che l'orizzonte fosse più vicino, che si potesse costruire una strada, che si potesse partire con facilità. Non era stato facile, invece, neppure per lui che a quel posto non aveva mai pensato d'appartenere. Ed ora, ora che era tornato, la notizia aveva rapidamente percorso ogni vicolo, ogni finestra aperta, ogni orecchio. All'inizio quasi non l'avevano riconosciuto. Ma poi, oh, poi si erano ricordati di lui: il figlio di, il nipote di, o – semplicemente – il ragazzino che chiamavano bastardo, colpevole d'esser nato da padre incerto, d'esser cresciuto senza lo scudo di un cognome rispettato. Non si curavano che sua madre potesse sentire, allora. Non si curavano che lui, o i loro stessi figli potessero sentire e, inevitabilmente, ripetergli quelle sillabe rabbiose contro, fargliele pesare sulla testa come un ergastolo. Mangiava la polvere ogni giorno, dopo la scuola, quando decidevano di buttarlo a terra dietro il campo da calcio e cantilenare i loro insulti in rima. Quel bastardo, però, era cresciuto e lo sguardo di sfida che aveva imparato a sfoggiare faceva morire sulla bocca ogni brusio, almeno finché era presente. Conquista di poco conto, dato che il silenzio imbarazzato e le patetiche frasi cortesi che riceveva in cambio erano coltellate molto più profonde di un qualsiasi insulto. Ditelo, stronzi. Ditelo: bastardo. Guardatemi in faccia e ripetetelo ancora. Scandite ogni lettera. Incidetemela addosso, codardi. Avrebbe voluto urlarglielo in faccia. Attaccarli a viso aperto, distruggerli: ora sapeva di esserne capace. Invece no, ricacciava in gola ogni parola, non prima di averla assaporata sulla punta della lingua con tutto il suo livore, e se ne andava per la sua strada. Non era tornato per quello. Era tornato perché doveva sistemare delle cose, mettere dei punti fermi, smettere di rimandare. Voltare pagina, ma stavolta davvero. Aveva aperto la porta di quella casa, chiusa da dieci anni a tripla mandata, e si era sistemato nella stanza al pianterreno, che era stata di suo nonno. Il ripiano dell'armadio traballava un po’ sotto il peso dei suoi vestiti, così come il suo petto tremava ad ogni ricordo: decise di ignorarli entrambi. Poi, in soggiorno, squillò il telefono. E quando un telefono squilla in una casa che è rimasta disabitata per dieci di anni, significa una sola cosa: guai. Sollevò la cornetta e rimase in ascolto. Un respiro, e nient'altro per dieci secondi. Poi: “Sei tornato”. Non rispose. Non ce n'era bisogno: non era una domanda. “Vorrei vederti. Solo vederti, prima che tu riparta” - silenzio - “Perché ripartirai, vero?”. “Sì”, rispose stavolta. “Sì a cosa?”, fece lei, un impercettibile tremito nella voce a misurarne l'attesa. “Sì, ripartirò. E sì anche al resto”, replicò lui calmo, senza lasciare che il suo tono tradisse alcuna emozione: sapeva farlo benissimo. Eppure, eppure il cuore gli batteva forte in gola, e sulle tempie, e nel profondo delle viscere. Gli batteva un po’ ovunque, sordo e implacabile. Così si era ritrovato seduto a quel tavolino, sul lungomare, a guardare i riflessi del sole sull'acqua fino a farsi lacrimare gli occhi. Lei era in ritardo. Copione consunto, replica di mille altri giorni uguali a quello, congelati in un passato non troppo lontano. Ordinò un aperitivo al banco e poi tornò a sedersi rivolto verso l'acqua. Arrivò qualche minuto dopo, ondeggiando sull'acciottolato con dei tacchi che gli parvero terribilmente fuori luogo. La studiò da lontano e comprese che i ruoli si erano invertiti: ora era lei, coi suoi quindici anni in più, a volerlo impressionare. Si alzò e la salutò con un frettoloso bacio sulla guancia, scostando la sedia per porgergliela. I primi minuti furono tesi, impacciati, fatti di come stai? - che fai? - ti ricordi di? - e tu? - ed era come conoscersi di nuovo, annusarsi a distanza di sicurezza per capire chi era la persona di fronte, così familiare e così estranea insieme. Era ancora bella, anche coi suoi quarantacinque anni. Una bellezza fragile, generosa, esposta. L'occhio clinico di lui si soffermò su alcune inquadrature, valutando tempi di scatto e esposizione per riprodurre fedelmente il biancore di latte di quella pelle, la discesa dolce di quelle curve, la morbidezza; poi soppesò i suoi lineamenti, le rughe che prima non c'erano e trovò belle anche quelle. Quando lei tolse gli occhiali da sole, però, rimase frastornato per qualche secondo. Il suo sguardo era andato per istinto a cercarne gli occhi, ma non li aveva trovati: indossava delle lenti a contatto colorate, d'un blu innaturale, che le regalavano un'espressione vuota e stupida. La fissò per un attimo, incerto sul parlare o tacere, desiderando solo che si rimettesse gli occhiali per non dover più inciampare in quello sguardo di vetro. Di che colore erano i suoi occhi? Non riusciva a ricordarlo, ma sapeva che erano stati belli, e vivi, e tristi. Parlarono per qualche ora. Lui le raccontò di aver avuto un discreto successo come fotografo, a New York, e di aver viaggiato molto per lavoro; le parlò del suo cane, del suo appartamento ancora da pagare, dello stordimento che ancora dopo tutti quegli anni gli causava vivere in una città talmente vasta, lui, che era cresciuto in un paesino in cui le strade si possono misurare contando i passi. Vista così, al netto delle difficoltà, sembrava persino una vita invidiabile, la sua. Ma sì, lo era. Era la sua vita, e lui se l'era presa, l'aveva conquistata palmo a palmo. L'aveva scelta e le voleva bene, come si vuole bene ad una persona che si conosce da anni, di cui si sanno a memoria tutte le piccole imperfezioni, di cui si ricordano gli errori, ma a cui si guarda sempre con complicità e affetto, pronti a difenderla da qualunque attacco. Lei gli disse, col solito tono a mezza via tra noia e depressione, che niente era cambiato, lì. Prevedibile anche in questo. Si sentiva strangolata, e suo marito – “oh, non farmene parlare, ti prego” – suo marito era il solito stronzo. L'aveva sposato quando era ancora troppo giovane per capire che certi sentimenti non erano destinati a durare, e poi ci era rimasta per non dare un dispiacere ai suoi genitori. Gli disse di essere stata molto male, e le dita scattavano ancora nervosamente mentre afferrava l'ennesima sigaretta. “Non ho più nessuno, nessuno a starmi accanto, mi sento così sola.” Era sempre stata brava con le parole, pensò lui: anche ora, si ritraeva come la protagonista infelice di un romanzo, ammantando tutto d'una vena malinconica, parlando di alti sentimenti, di dolore incomunicabile, dell'essere umano destinato sempre alla solitudine. Le era sempre piaciuto crogiolarsi nell'idea di un fato ineluttabile. Ma ora, dall'altra parte, ad ascoltarla non c'era più quel ragazzino incantato, perso d'amore, desideroso di diventare la sua via di fuga. Non riusciva più a provare un briciolo di empatia per lei, nemmeno a vederla così fragile, insicura, a cercare disperatamente di attirarne l'attenzione, anzi – si corresse –, la compassione. Avrebbe voluto contraddirla, dirle che era colpa sua, solo sua, e non di un destino già scritto: era lei ad essersi arresa, ad aver preferito la sicurezza del fallimento, le comodità di un matrimonio che disprezzava. Invece rimase zitto, il labbro stretto tra indice e pollice, a chiedersi se fosse lui ad essere cambiato o lei a non essere mai stata niente di speciale. L'aveva amata, certo, ma ad un certo punto l'amore non era bastato. Si era stancato. Di essere dato per scontato, di sentirsi sempre meno, di essere trattato come un bambino. Di essere presente. Perciò si era fatto assenza, si era fatto mancanza. E i cattivi sentimenti da cui era pervaso, e che frenava a stento, erano il frutto maturo di quell'assenza. Vide la bocca di lei che continuava a muoversi, non la ascoltava ormai da qualche minuto. Solo quando si accorse che gli rivolgeva un qualche tipo di domanda si concentrò di nuovo sulle parole. “Scusa…dicevi?” “Dicevo…vorrei che mi fotografassi, prima di andare via.” Sollevò lo sguardo, confuso. “Vorrei un mio ritratto, fatto da te.” continuò lei, quasi pensasse di non essere stata chiara, aggiungendo alle parole ampi gesti con le mani che ne tradivano l'urgenza. Prese coraggio e la guardò dritta negli occhi, quegli occhi che aveva cercato di evitare per tutto il pomeriggio, quel blu innaturale, quel vuoto. D'improvviso, comprese che l'unica cosa che a lei era mai importata di lui, era se stessa. O, più precisamente, il suo riflesso, l'idea che lo sguardo di lui le restituiva. Così implorava d'avere l'ultimo feticcio di quella relazione insana, finita da anni e mai del tutto sepolta. Non smise di fissarla un attimo, durante questa presa di coscienza dolorosa. Poi, seppe cosa fare. “No.” Si limitò ad una sillaba, una soltanto. La pronunciò con calma, i lineamenti distesi. La sentì esplodere in bocca, piccola, semplice, perfetta. Definitiva. Qualche attimo più tardi era sulla strada che portava verso casa sua. Appese un cartello con su scritto vendesi e il numero dell'agenzia immobiliare a cui aveva affidato le pratiche. Ripiegò con lo stesso metodo d'un tempo i suoi vestiti, disponendoli sul letto. Prese la macchina fotografica, la posizionò su un ripiano dell'armadio, aggiustò i parametri e impostò l'autoscatto, poi si mise in piedi di fianco al letto, le braccia lunghe con i palmi rivolti avanti. Quella sarebbe stata l'immagine che avrebbe riportato a casa da quel viaggio: sé stesso, il suo ordine che finalmente era anche mentale, una valigia da riempire sul pavimento, un sorriso ferino che gli sarebbe spuntato sulle labbra ogni volta che avrebbe ricordato il sapore di quel no.”
— dagli accade oggi di facebook.. non ricordo da chi l’ho presa o di chi sia
S t u p e n d a !
Guardandosi negli occhi non si accorsero nemmeno che nevicava... Il calore dei loro cuori era più forte del gelo tutt'intorno...
Voglio che tu sia mio
voglio portarti
nel posto più bello
nel mio cuore.
Ho l’età in cui le cose si osservano con più calma, ma con l’intento di continuare a crescere. Ho gli anni in cui si cominciano ad accarezzare i sogni con le dita e le illusioni diventano speranza. Ho gli anni in cui l’amore, a volte, è una folle vampata, ansiosa di consumarsi nel fuoco di una passione attesa. E altre volte, è un angolo di pace, come un tramonto sulla spiaggia. Quanti anni ho, io? Non ho bisogno di segnarli con un numero, perché i miei desideri avverati, le lacrime versate lungo il cammino al vedere le mie illusioni infrante valgono molto più di questo. Che importa se compio venti, quaranta o sessant’anni! Quel che importa è l’età che sento. Ho gli anni che mi servono per vivere libero e senza paure. Per continuare senza timore il mio cammino, perché porto con me l’esperienza acquisita e la forza dei miei sogni. Quanti anni ho, io? A chi importa! Ho gli anni che servono per abbandonare la paura e fare ciò che voglio e sento.
José Saramago
cat astrology
ME SENTO MAAAALE.
Sagittarius. Accurate.
Modestamente ho un certo stile :)
:p ahahah !
Non innamorarti di una donna che legge, di una donna che sente troppo, di una donna che scrive. Non innamorarti di una donna colta, maga, delirante, pazza. Non innamorarti di una donna che pensa, che sa di sapere e che, inoltre, è capace di volare, di una donna che ha fede in se stessa. Non innamorarti di una donna che ride o piange mentre fa l’amore, che sa trasformare il suo spirito in carne e, ancor di più, di una donna che ama la poesia o di una donna capace di restare mezz’ora davanti a un quadro o che non sa vivere senza la musica. Non innamorarti di una donna intensa, ludica, lucida, ribelle, irriverente. Che non ti capiti mai di innamorarti di una donna così. Perché quando ti innamori di una donna del genere, che rimanga con te oppure no, che ti ami o no, da una donna così, non si torna indietro. Mai.
(Martha Rivera Garridoù)
Lunga vita ai “ribelli” @struruso
«Non è razionale, non lo puoi spiegare tremano le gambe mentre ride il cuore.»
ama qualcuno
che non devi rincorrere
perché semplicemente non va da nessuna parte
senza di te
— gio evan
«Non è razionale, non lo puoi spiegare tremano le gambe mentre ride il cuore.»
frozen memory place from another dimension.
I’m working on developing a print from a tiltbrush snapshot I took of a piece I created in virtual reality. I’m not sure where this road is leading but it is new and exciting.
Una donna può sedurti in molti modi. Sa far accendere il tuo corpo e volendo spegnerlo. Ma questo forse lo sanno fare tutte. La donna più bella e di gran valore è quella che sa sedurti senza far nulla, quella che ti tiene ad un passo da lei, in bilico tra il caderle ai piedi e l’andartene. Quella che smuove il tuo corpo, trascina i tuoi sensi, scatena le tue emozioni e invade la tua mente!
Non sono una donna perfetta e forse neppure voglio esserlo! Amo la mia spontaneità, amo ballare, amo sorridere, sono testarda e molte volte insopportabile. Ho sempre qualcosa fuori posto, non ho un trucco impeccabile, ma mi vado bene così! Son così, sorrido per nascondere una lacrima, mi rattristo se qualcuno è in difficoltà. Non sono perfetta, ma per me l’amore e l’amicizia vanno di pari passo, mano nella mano con il rispetto! Nella vita mi piace scherzare, ma mai con i sentimenti altrui.
Quante volte devo gridare prima di sussurrare?
Quante volte devo combattere prima di riposare?
Quante volte devo soffrire prima vivere?
Quante volte devo piangere prima di sorridere?
Quante volte devo cadere prima di rialzarmi?
Quante volte devo sognare prima di realizzare?
Quante volte devo odiare prima di amare?
Quante volte devo sanguinare prima di curarmi?
Quante volte devo graffiare prima di accarezzare?
Per quanto tempo devo ancora rimanere all'inferno prima di andare in paradiso?
-Federica-
cit. pioggia-di-parole ☂Michele Giorgi (via pioggia-di-parole)
Stupenda frase , davvero !!!