Mi sono addormentato abbastanza felice, alle nove del mattino. Mi sono svegliato con il telefono che scoppiava, due ore più tardi. Troppo piccolo, il cellulare, per poter contenere l’intera mole di affetto in arrivo. WhatsApp smistava amore con un ritmo sconvolgente. Ogni secondo, un messaggio. Una carica positiva che planava direttamente su Coverciano, senza barriere, senza rivalità, senza ipocrisia. Il mondo reale proprio quando te l’aspetti, la Terra che gira intorno al cuore.
Non mi sono mai sentito solo, nemmeno per un attimo. Tanti cloni di Cristante, tutti a preoccuparsi per me, a zoppicare al mio fianco, a indicarmi il traguardo, anche se lontano e avvolto nella nebbia dei tempi di recupero. Un Bryan. Cento Bryan. Mille Bryan. L’esercito delle carezze. Il meglio moltiplicato all’infinito. Acqua gelida sulle fiamme dell’inferno. Ho preparato la valigia, sforzandomi di sorridere ancora. Alcune cose le ho lasciate in ritiro, me le avrebbero poi spedite a casa i magazzinieri, come una maxifigurina appoggiata alla testiera del letto. Ogni calciatore della Nazionale ne aveva una, un gemello in fotografia, un doppione con l’espressione allegra, a ricordarci che, anche quando pensiamo il contrario, restiamo ragazzi fortunati. Un tendine rotto si aggiusta, sempre.
Per salutarmi sono scattati tutti in piedi: Mancini, i componenti del suo staff, i miei compagni di squadra. Sono venuti ad abbracciarmi. Fosse stato un addio di certo avrei pianto, ma sentivo che si trattava di un arrivederci, quindi mi sono emozionato senza bisogno di lacrime. Il mister si è rivelato molto carino, per l’ennesima volta. “Grazie Spina, hai giocato un grande Europeo.”
Grazie lo urlavo anch’io, uscendo da Coverciano. A tutti quelli che mi avevano permesso di vivere emozioni così intense, di appropriarmi del sogno di milioni di bambini. D’altronde, da piccoli, o si vuole diventare astronauti oppure calciatori, e in questo secondo caso ci si spinge oltre, pensando di arrivare un giorno a giocare con la Nazionale una competizione seguita da milioni di persone. Io mi sono calato in entrambe le parti: ho toccato il cielo con un dito e ho disputato l’Europeo con l’Italia. Spedito nello spazio, pur restando con un piede per terra e l’altro no, ma solo per colpa di quel tendine partito per i fatti propri. Appena prima di salire sul van nero che mi avrebbe accompagnato all’ospedale Sant’Andrea, mi è scappato un pensiero ad alta voce:
“E vabbè, alziamo la Coppa con le stampelle”. Me lo sentivo.






