Se la mia vita fosse un romanzo di Kundera l’unico titolo possibile sarebbe L’insostenibile pesantezza del volersi sentire a tutti i costi leggeri.
forse sono io
che noto troppi dettagli
che do troppa importanza
a una parola, a uno sguardo,
a una carezza, ai piccoli gesti
che ti scaldano il cuore.
forse sono io
che mi fisso
su un grammo di comportamento
che a uno sguardo di 3 secondi
ci penso una settimana intera.
forse sono io
che mi illudo facilmente
che sogno troppo
che sono troppo romantica
e alla fine ci sbatto sempre la testa.
forse dovrei smetterla
di affezionarmi, di illudermi
di sperare, di interpretare
i comportamenti degli altri.
forse sono io il problema.
“Care donne, siccome non si dimagrisce mangiando, e se compriamo il bifidus non viene il sorriso sulla pancia; la cellulite non è una malattia, ma prima o poi arriverà e non sparirà con una crema e nemmeno le rughe. E siccome il deodorante che dura 24 ore ancora devono inventarlo e nemmeno l'assorbente esterno che “si adatta e praticamente non lo senti”, e siccome i tacchi faranno sempre male ai piedi e i capelli non ringiovaniranno con uno shampoo, è arrivata l'ora di accertarsi un po’ per quel che si è, imparare ad amarsi un po’ di più, e mandare esattamente a fanculo chi cerca di dirci come dobbiamo essere fatte per piacere.”
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Fluorescent Adolescent - Arctic Monkeys
29/12
“Un macchiato, per favore.”
Chiedo all’uomo con la cravatta nera che lavora alla caffetteria dell’ospedale. Mi guarda a malapena. Vedo nei suoi occhi la stanchezza di una mattinata passata a servire persone pretenziose e frettolose. Vedo nei suoi occhi la mia stessa stanchezza. Mi sento di disturbo di fronte a lui, quasi in colpa nell’usare il cucchiaino nonostante beva il caffè amaro. Lo uso perché, una volta finito di bere il caffè, non so lasciare nella tazzina i rimasugli della schiuma del latte; credo che questo sia un retaggio del mio passato vizio di raccogliere lo zucchero rimasto sul fondo.
Lo guardo un attimo negli occhi come per scusarmi poi abbasso la testa e torno a fissare la tazzina blu e bianca.
Vicino a me una donna dalle labbra vistosamente truccate non si cura del rossetto che lascia sulla tazzina del suo cappuccino. Rossetto che la lavastoviglie non toglie: dovrà eliminarlo con una spugna l’uomo con la cravatta nera. Lo guardo ancora una volta, l’ultima prima di andare via, nello sciocco tentativo di scusarmi anche da parte della donna accanto a me. Un saluto flebile. Gambe pesanti, torno indietro, seguo le frecce verdi e provo a non perdermi in questa città della salute in cui sanità e malattia si confondono rendendosi reciprocamente indistinguibili.
Mi guardo riflessa sullo specchio dell’ascensore che proprio in quel momento vedo aprirsi davanti a me.
“Sale?”






