“Perché quando ti capita qualcosa di bello, fai sempre un po’ fatica a crederci”
— ariablu-96

“Perché quando ti capita qualcosa di bello, fai sempre un po’ fatica a crederci”
— ariablu-96
Foto mia
Quando, in una conversazione, i due parlanti si domandano numerose volte “in che senso?” a vicenda, è evidente che hanno due domini cognitivi troppo diversi. Ergo, dovrebbero smettere di parlare perché sono incompatibili.
If I could just drop everything to travel the world, I would
Old fans welcoming new people to a fandom:
IVE NEVER LAUGHED SO HARD IN MY LIFE
Capita, non poche volte, di fraintendere e scambiare il personaggio più pubblicizzato con il più capace o il più pionieristico. Con un po’ di attenzione e di dedizione alla materia però, notiamo che molti artisti per le ragioni più svariate, attraversano i decenni senza la gloria dei riflettori, al buio, o quasi. Che dire poi a proposito della “street art”: è un fenomeno del tutto nuovo o gode solamente di un periodo mediaticamente fortunato? È probabilmente vero entrambe. La street art, così come ci hanno fatto notare alcuni acuti osservatori, non è recente ne iscrivibile al XXI secolo, ma affonda le radici nel secondo dopoguerra del secolo scorso. Oggi, la street art è la perfetta fusione delle esperienze visive, pittoriche e concettuali del passato con l’arte dei graffiti (spray) e l’aiuto delle nuove tecnologie (internet, dispositivi mobili, computer grafica).
Questa è la premessa che serve per presentarvi un pioniere, suo malgrado, del genere: il milanese Francesco Garbelli. La sua non è l’arte di strada derivata dai graffiti, non quella delle scritte sui muri e delle tags che oggi imperversano viralmente in ogni luogo possibile del pianeta. La sua è l’arte grafica (per la verità molto spontanea e istintiva) di pensare e vedere la segnaletica stradale sotto altre vesti, o con altri occhi. Per molti, oggi tutto questo è riassunto nell’azione dell’italo-francese Clet, ma tanti prima di lui (e prima del 2010) facevano lo stesso, solamente in una maniera meno seriale e mediatica. Francesco Garbelli attraversava gli stessi territori nell’era analogica, tra gli ’80 e i ’90, destando solo marginale attenzione.
Francesco Garbelli in verità è ancora attivo e sebbene non sia conosciuto ai più giovani, può vantare un curriculum espositivo non da poco, avendo ricevuto attenzioni e opportunità anche all’estero.
Muove i primi passi presso la Brown Boveri, una fabbrica dismessa della sua città nella quale vari artisti hanno potuto esprimersi in diversi linguaggi, specie il concettuale e l'istallativo. Con l’abbattimento della struttura, Garbelli sposta i suoi interventi all’aperto, a Milano, iniziando così senza troppa consapevolezza un filone che oggi non avrebbe bisogno di presentazioni.
Già allora il suo intento era di colpire, interagire e spiazzare il fruitore del caso, esortandone lo humor e la curiosità creativa. Il repertorio en plain air del Garbelli fu sì documentato, ma non trovò immediato riscontro se non per qualche articolo di quotidiano. Per via di simili istallazioni e mostre a tema, Garbelli comparì eventualmente su Corriere della Sera, Flash Art e Tema celeste, ma senza mai avere nè endorsement nè la corte di gallerie e collezionisti; la ragione è forse semplice ed è che era troppo presto, con lui già troppo avanti.
Non sappiamo quanto Garbelli sia stato influente e quanto d’ispirazione per gli artisti attuali. In mia opinione, alcuni concetti e conclusioni raggiunti già negli anni ’80 sono quasi inevitabili. I cartelli stradali ispirano e catturano attenzione per antonomasia; gli artisti urbani conoscono queste logiche visive e ne fanno tesoro. Quanto all’antropomorfizzazione degli oggetti, anche questa è da ritenersi spontanea e innata nell’uomo (vedi la pareidolia). Detto questo, è vero che la potenza di molti della nuova guardia si sia (volutamente o inconsciamente) avvantaggiata degli sforzi e delle ricerche della vecchia scuola.
Francesco Garbelli classe 1962 non ha, come gli artisti cresciuti tra Play Station, hip hop e Photoshop, un suo sito internet facile da trovare (ne ben aggiornato); non sembra neppure essersi mai sbattuto più di tanto nella sua autopromozione (essenziale, lo sappiamo). Tuttavia la sua è una vita d’avanguardia: laureato alla Facoltà d'Architettura del Politecnico di Milano nel 1990, ha insegnato dal 2000 al 2005 Urban Design alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. Parliamo pur sempre di Milano, fucina di contemporaneità in Italia, dove non manca di certo il confronto o un pubblico ricettivo.
Non sarebbe il primo caso che la ribalta per uno della vecchia scuola arrivi grazie al clamore mediatico suscitato dai nuovi fenomeni dell’arte urbana. È stato in qualche misura così per Blek Le Rat (più volta citato da Banksy) o per John Fekner, tirati nuovamente in ballo grazie al boom d’attenzione di cui oggi gode l’arte di strada, a volte spicciola e a volta intuitivamente geniale.
22-03-2014 VladyArt
hahha 😂
“Era un periodo strano, quello. Tutto sembrava ferirla a morte, causarle dolore. Tutto sembrava infonderle una tristezza infinita.”
a great end
Not your baby 😇
(via hountornadodentro)
Be with someone who loves every part of you, no matter what it is or what it looks like.
Charles Bukowski (via youaretobesomuchforsomeone)
M I C H E L A N G E L O (via artaslanguage)