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Giorni di te

@giornidite-blog

Alice|17
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“Avrei preferito vincere te. Avrei preferito guardarti. Avrei preferito sfiorarti. Avrei preferito toccarti. Avrei preferito accarezzarti. Avrei preferito abbracciarti. Avrei preferito baciarti. Avrei preferito parlarti. Avrei preferito ascoltarti. Avrei preferito aiutarti. Avrei preferito la tua presenza Avrei preferito vincere te anziché perderti.”

— giornidite (via giornidite)

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Oggi ho riparlato di te. Non mi capitava da un po’, sai? Ho riparlato dei tuoi occhioni nocciola, dei capelli stressati dalle tinte, dei tuoi sogni, dei tuoi sorrisi. Ma tu te li ricordi i nostri primi momenti? Tu mi leggevi Catullo, io provavo ad analizzarlo. Tu mi chiamavi “schiappetta”, io ti rispondevo che almeno non facevo un liceo classico di merda. Tu mi parlavi di miti, io di problemi matematici, del latino che già alle medie mi traumatizzava. Avevo quasi dodici anni quando le mie dita digitarono per la prima volta il tuo nome. Tu eri più grande di me, più esperienze, più cultura. Mi piaceva questo. Mi insegnavi così tante cose, sei sempre stata interessante, tu. Forte. Fragile. Delicata. Sei stata il primo fiore sbocciato nella mia vita, l’unico che mi ha dato la forza di rifiorire. Eravamo “pappa e ciccia” “culo e camicia”. Ti ricordi? Crescevamo insieme. Mi raccontavi com’era Napoli di notte io, all’epoca, potevo solo sognarla. Mi raccontavi del futuro, di com’era avere la tua età. Abitavamo a mezz’ora d’auto ma ci vedevamo poco per nulla. Ma parlavamo. Parlavamo tanto. Ci trascorrevo le ore intere ad ascoltarti. Mi piaceva. Era così bello il suono della tua voce, il tuo respiro delicato, il tuo tono da maestrina. “Sembri un so tutto io” ti dicevo. Tu ridevi e mi sussurravi dall’altro lato del telefono “un giorno sparirò e ti mancherò, e mi ringrazierai per la cultura che avrai grazie a me”. Ed era vero. Ed è vero. Qualche anno dopo mi hai scritto un sms, di poche righe. Non era un solito “come stai”. L’avevo intuito da subito. “devo parlarti”. Tremai. Digitai quel “dimmi” così velocemente. “Vado a vivere a Londra”. Avevo ormai sedici anni. Non più dodici ma sedici. Avevo trascorso i miei ultimi quattro anni con te, a raccontarti ogni mio singolo respiro, ad imparare con te. Lessi quell’sms e piansi. Lo ricordo bene. Piansi da morire. “Quando?”, te lo gridai al telefono appena rispondesti. Non era mio solito gridare, non con te, almeno. “Dopo domani ho l’aereo”, piangevi. Lo sentivo che piangevi. “Tanto non ci perderemo. Non posso permettere che tu, lurida strega, dimentichi Catullo, la mitologia greca, Petronio” e ridesti. “Vaffanculo” ti gridai, ancora più forte. Misi giù. Partisti. Non ti augurai buon viaggio. Non ti cercai più. Non mi cercasti. Passarono mesi, arrivò il tuo compleanno. “Auguri” “Grazie, manchi ad ogni parte di me”. Ti scrissi, ricominciammo a parlare. Mi facesti leggere un altro carme, ne eri fissata. E mi dicesti di non smettere di scrivere, di narrare di ogni cosa, soprattutto di quelle belle. Mi dicesti “tornerò”. E poi il silenzio. Sono passati circa tre anni, adesso. Tre fottuti e maledetti anni. Non ho smesso di scrivere. Non ho smesso di pensarti. E non ho smesso d’aspettare d’aspettarti. Perché ora Napoli non è più la mia città e non è più la tua città ma io spero sempre che quel “tornerò” diventi “corri, sono tornata”. Ma non succederà. Io dimenticherò Catullo tu dimenticherai la tua piccola allieva. Io scriverò di città spente tu girerai sotto il grigio cielo londinese. Io ti chiederò “come stai?” tu mi risponderai che stai bene e che Londra è bellissima. Non mi dirai più che tornerai, non mi dirai più che manco ad ogni parte di te. Mi dimenticherai, o forse no. O forse sarò sempre la bambina a cui leggevi Catullo. La stessa bambina che a distanza d’anni non smette di scrivere, perché le cose belle se le scrivi durano per sempre e le cose brutte ti ricorderanno solo quant’è bello averle superate.
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reblogged

Io ho il mio concetto, forse strano, di amore. Non è certo continua seduzione, o scenate, o una tetta che sbuca fuori o un mazzo di fiori. Amore per me è voltarmi e sapere che ci sei a proteggermi le spalle anche se distanti. È cercare la tua mano e trovarla, lì accanto. È parlare, tuffarmi tra le tue braccia, i tuoi discorsi e il profumo che indossa la tua pelle. È riconoscerti tra mille, tu con la tua voce ed i tuoi occhi. È rispetto l'amore. È tornare anche dopo un grande litigio, che mette in crisi i momenti mai il cuore. È resistenza l'amore. Mica uno può esser sexy, strabiliante o super eroe sempre… quelli son film e nient'altro. L'amore vero è sacrificio, è dolore a volte. È distacco spesso e poi ritorno. Son notti stretti a scaldarsi dal freddo o a far dolce l'amore. È conoscenza dell'animo dell'altro. È cura. È andare insieme a fare la spesa e ritrovarsi a sorridere perché tu in perenne dieta infili nel carrello qualcosa di dolce. È il suo sguardo che ogni giorno ti sussurra che con te è felice. È la sua telefonata per sapere se hai avuto problemi con la neve o semplicemente per dirti sto tornando a casa. Sono i fine settimana insieme ed i silenzi che sanno di serenità. L'amore vero è come un libro, di quelli che tieni sul comodino o in grembo durante un lungo viaggio in treno. È un percorso non facile. È una mano stretta stretta alla tua. È guardare insieme la stessa direzione ed urlare dentro “Io con te ci voglio invecchiare” .

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Nulla arriva mai in tempo, la vita non ci dà mai qualcosa nel momento in cui siamo preparati a riceverlo. Soffriamo a lungo a causa di questo disordine, di questi ritardi. Siamo convinti che qualcuno si prenda gioco di noi. Ma un bel giorno ci rendiamo conto che tutto era preordinato secondo un meccanismo perfetto… Due persone non possono incontrarsi neanche un giorno prima di quando saranno mature per il loro incontro.

Sándor Márai (via maridolli)

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Cosa fai, oltre a piangere, ad amarlo e ad aspettarlo? Dimmi, ti prego, che pensi ai tuoi capelli, che hai un libro sul comodino, che se lo smalto se ne va tu provieni a rimetterlo. Dimmi che non ti sei dimenticata dei tuoi amici, che pensi ancora a quel sogno di cui lui non ha mai fatto parte. Dimmi che, se ti ritrovi da sola un sabato qualsiasi, non vorresti morire; che se tua madre prova ad abbracciarti, tu non la mandi via come se fosse solo colpa sua. Dimmi che, vai in giro per le strade, riesci ancora a vedere i fiori senza pensare che appassiranno. Non è quello il loro lato migliore, non è quello che devi pensare. Dimmi che non sei veramente convinta che dire “ ti amo” voglia essere tristi, che riesci a guardare chi dà ancora la mano senza odiare; non hanno niente quei due, non hai fatto niente tu. Lo sai vero? Non hai fatto niente di male. Dimmi, ti prego, che hai ancora voglia di guardare un film sul divano, che il tuo gelato preferito ti fa venir voglia di ridere un po’, che non credi che amare sia sbagliato. Dimmi che lui non ti ha cambiata, dimmi che sei consapevole di esistere a prescindere da voi. Dimmi, ti prego, che non devo dirtelo io. Dimmi che lo sai da sola, che vali qualcosa anche se lui non c'è.

-Susanna Casciani @laragazzache-volevavolare (via laragazzache-volevavolare)