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Se te ne vai t'aspetto

@gio-morano-blog

||Giorgia Morano||19/11/2002||Torino|| 《E se la strada è un salita è perché sei destinato ad arrivare in alto.》

“Cara Sofia, Sto amando un’altra donna e la sto amando con tutta quella serenità che tu non mi hai mai concesso, ora capisco che l’amore è questo, mettere in fila giorni di felicità non per forza conquistata con continue lotte. Lei è bellissima e coerente, la magia della coerenza è così stupefacente che non saprei descrivertela, a te quest’incantesimo non è mai riuscito. Sto bene, lei ha preso in mano la mia vita e la mia testa e ha fatto combaciare ogni cosa, ha dato un senso e un ordine alla mia casa, è stata il posto in cui mi sono salvato. Ci sono giorni di sole e tutti mi dicono che sono una persona nuova e anche io mi sento come se potessi mangiare le nuvole. Esco prima dal lavoro perché a volte mi manca troppo e ho bisogno di vederla, ci vediamo tutti i giorni ma solo quando sono con lei non penso a niente e credo di poter salvare il mondo quindi capiscimi perché ogni volta corro per abbracciarla il prima possibile. Non ti amo più e non mi ami più ma io ti scrivo perché quando ci incontriamo io lo vedo come mi guardi e posso anche vedere come io guardo te, io Sofia non ti amo più ma tu resti l’amore della mia vita, esiste un solo amore della vita e noi lo abbiamo conosciuto, amato e poi abbiamo smesso di sentirne la mancanza ma tu resti l’amore della mia vita, è difficile farlo capire agli altri ma io mi smonto quando ti vedo, cambio occhi e cuore, ritorno vecchio, dura solo un attimo perché io, e neppure tu, possiamo più permetterci noi, però quell’attimo c’è sempre, come quando ti chiamo al telefono per sapere come stai, quell’attimo c’è sempre perché tu sei l’amore della mia vita, l’incoerenza, le lotte, le ostinazioni io con te e per te tutto questo lo potevo sopportare. Se devo descrivere l’amore io parlo di lei ma se mai mi chiedessero di qualcosa che va oltre l’amore io parlerei di te perché tu resisti nonostante io abbia smesso di amarti molto tempo fa.”

26-04-2017 La verità è che li baci tutti ma non porti nessuno nel tuo cuore. La verità è che esci con molti ma non hai nessuno a cui chiedere molte carezze. E ridi molto perché non hai nessuno con cui piangere.

Questa è la verità: ti senti sola e li baci tutti, ami tutti. Ma non sai più cos’è l’amore. Non sai più chi sei tu.

E allora portami a Parigi. Facciamo un giro sulla tour eiffel e poi mi porterai a mangiare i croissant con il sole che sorgerà. Anzi no. Portami in Spagna,camminereno per Plaza mayor e tutti ci guarderanno e prenderanno per pazzi perché ci comperteremo come bambini. Portami ad Amsterdam,al museo di Van gogh,osserveremo le sue opere d'arti,ma io non saprò quali scegliere tra te e lui. Poi fumiamo,si l'erba,fino a non capire più nulla e poi quando siamo stanchi facciamo l'amore. Portami a Londra,sulla ruota panoramica,lì guarderemo tutta la città da lontano e ammireremo la sua bellezza e poi ci baceremo. Portami a Roma,nella città dei romanici. Baciami davanti al Colosseo e poi faremo come nei film,sisi come piace a te. Se dirò cazzate e se mi agitero’ portami al mare,portiamo le coperte e facciamo l'amore li,in tutti posti possibili e immaginabili. Portami lontano da tutto e da tutti,solo con te ma ti prego portami ovunque.

Buongiorno ragazzi, spero abbiate passato una buona domenica! Ma oggi è lunedì e per vostra sfortuna, c'è la mia parola del giorno: “Cambiamento”. Scrisse alla lavagna. Chi di voi mi sa dire che cosa significa questo vocabolo? Ovviamente io prof. Alzò la mano la prima della classe. Cambiamento, ovvero, situazione o avvicendamento che riguarda in tutto o in parte la sostanza, l'aspetto di qualcosa o di qualcuno. Disse soddisfatta la ragazza. Questa è sicuramente la definizione esatta del termine, ma io volevo qualcosa di più profondo, di più poetico.. Continuò l'insegnate. Bartolo, caro mio Bartolo, mi dica. Che cos'è per lei il cambiamento? Guardi prof, io sarò così intenso da riuscire a dirle cosa non è un cambiamento! Lei e le sue teorie ogni lunedì. Non cambia assolutamente nulla, espone la parola, ognuno dice la sua, ma rimane il solito lunedì asfissiante. Bene Bartolo, dopo questo minuto di gloria per i sorrisi dei tuoi compagni, riusciresti a dirmi cos'è il cambiamento? Prof, ma cosa vuole che le dica? Nulla cambia, non esiste questo termine nella vita reale. Continua. Rispose il professore. Io ho sempre delle aspettative troppo alte.. disse il ragazzo. Ma vengo deluso tutte le volte. E lo sa perché? Perché rimango con la speranza che un giorno qualcosa cambi.. Si alzò in piedi e mostrò le nocche. Vede queste lesioni prof? C'è una ragione perché sono diventate così e no,non sono dovute a delle risse. Vuole sapere perché ci sono? Perché anch'io mi affidavo come lei al cambiamento. Perché quando mio padre abbandonò mia madre con un bambino in grembo, lui le disse “sono questo.”, perché quando all'età di 10 anni mia madre si ammalò di cancro, il dottore disse “Si riprenderà.” Perchè quando andavo ogni giorno in ospedale, lei mi ripetava “Si risolverà tutto.” Perché quando morì al mio diciottesimo compleanno, mi dissero “la vita andrà meglio”. Perché quando mi beccarono a rubare del cibo, mi dissero “non sei più il ragazzo di una volta.” Perchè quando andai in prigione per la prima volta, mi dissero “questo posto ti cambierà”. Perché quando uscii da lì, i miei amici mi dissero “cambieremo le cose”. E sa come è andata a finire prof? Che io vado a lavorare ogni giorno dopo la scuola in un vecchio fabbricato, per costruire la casa che avrebbe voluto mia madre. Ma sa prof? Non è cambiato nulla, perché lei non c'è, il posto è in frantumi, io sono solo, non ho un centesimo e vivo di speranza, quella che tutti mi dicono di avere ma che nessuno mi dimostra mai che funzioni. L'unica cosa che mi rimane è l’ autocontrollo, che cresce sulla mia pelle come corteccia. Forse il cambiamento esiste, dentro di noi, ma nulla lì fuori cambierà mai. -Occhismeraldi

Mentre le ragazze della mia età facevano coi maschi prove di volo, io facevo prove di abbandono. Dopo venti giorni di cinema, pizza, normalità, avvertivo l’urgenza di non vederli più. Ricorrevo all’addio tramite sms: “Non funziona”, come si trattasse di un elettrodomestico. Un introverso mi rispose con uno squillo e sparì nel nulla. Un logorroico mi scrisse una lettera di cinque pagine in cui mi avvertiva che un dipendente era stato risarcito dall’azienda perché licenziato tramite sms, concludeva con: “Quanti danni morali dovrei chiedere io a te?”. Ora fa l’ avvocato. Un ricco mi comprò un cellulare molto costoso per convincermi a richiamarlo. Non accettai: mi piacciono i regali, non gli investimenti. Ora lavora in Borsa. Un mammone, che mi aveva invitato a casa sua per presentarmi, mi rispose “Mia madre ha preparato il pranzo, che le dico?”, gli consigliai di dirle che non avevo appetito. Ora le presentazioni le fa al ristorante. Con loro ero stata prevedibile, inaffidabile, seriale: mai una foto insieme, una promessa, un ripensamento. Eppure, se li incontravo per caso, ci tenevano a fermarmi, volevano a tutti i costi offrirmi un caffè, azzardavano un contatto, mi chiedevano perché fosse finita, io mi chiedevo perché fosse iniziata, perché non m’insultassero, perché non sentissero l’oltraggio, l’orgoglio, l’abbaglio. Avevo detto addio prima della fine: io per loro non avevo fatto in tempo a diventare stanchezza, ero rimpianto, voglia intatta, e loro per me non avevano fatto in tempo a diventare mancanza.

Ti ho conosciuto in pizzeria, a un cena universitaria. Stavi seduto accanto a una ragazza, lei era di Latina, ma sosteneva che sua nonna era regina d’Etiopia, tu la guardavi perplesso. Ho preso posto accanto a te, ho pensato: sei tu. Un giorno quando racconterai ad altri il nostro inizio dirai che stavi parlando con una principessa ed è venuta a infastidirti una “zanzarina”, io ti dirò zanzarina a chi?, ma nei tuoi diminutivi sentirò il sollievo di non dover essere grande. Ci siamo rivisti un diciotto maggio alle diciotto, alla fine delle lezioni mi aspettavi. Hai chiesto il mio numero di telefono a un’amica comune e io l’ho rimproverata per avertelo dato. Paura di te, delle nostre notti passate a passeggiare a vanvera per Roma, sai?, mi sembra che certe piazze e certe strade le abbiamo viste solo noi, non le ho più trovate. Mi hai portato in ristoranti sofisticati, ma dal Cinese ti sei fatto coraggio e m’hai baciato. Due giorno dopo ho provato a lasciarti: “Non funziona”, ti sei piantato sotto casa mia, hai pianto, hai detto “Aggiustiamola” e ci abbiamo provato. A insegnarmi come si tiene e si lascia tenere una mano ce n’è voluto, io bravissima a scansare, mi prendevi la mano, indicavi un’insegna e dicevi “tienimela fino a lì, manca poco”. Ho cominciato a cercare la tua mano prima che tu prendessi la mia. Abbiamo noleggiato cento film, non ne abbiamo seguito uno, abbiamo smesso di camuffare i nostri difetti, la discesa del mio naso, la tua altezza, i tuoi capelli arrabbiati, i miei più arrabbiati dei tuoi, il tuo ginocchio, la cicatrice che ho vicino all’orecchio, “bella questa malformazione” hai detto passandoci il dito sopra ed era come se la disegnassi tu in quel momento, ti ho detto “allora è una benformazione”. Abbiamo costruito un vocabolario nostro, di parole minuscole ed esagerate, di progetti fatti, un figlio coi capelli inevitabilmente arrabbiati e i denti a perle, tu gli insegni a guidare la macchina ma io gli dico di andare piano, io gli scrivo le favole ma tu gli spieghi come si sogna. I venti giorni erano scaduti da mesi, anni, non tenevo più una contabilità precisa. La voglia restava intatta e cresceva invece di diminuire. E mi mancavi anche quando c’eri. M’hai dato un anello, ti ho detto “è largo” senza nemmeno provarlo. In chiesa ci tenevi ad andare insieme, io non ero praticante, non lo sono, però una volta ti ho accontentato. Il prete recitava il primo comandamento: “Non nominare il nome di Dio invano.” Il nome di Dio invano non l’avevo mai fatto, ma di addio invano ne avevo detti tanti e dentro di me ho giurato di non aggiungerne un altro. La nostra prima foto ce l’ha scattata un marocchino. Io ho provato a dire no, niente foto, ma tu ci tenevi, hai fatto quella faccia, quando facevi quella faccia io pensavo sempre “perché no?”. È il mio compleanno, mi hai regalato il bracciale col cuore, quello che guardando una vetrina ti ho detto che mi piaceva e tu sei stato attento. Siamo nella stessa immagine: io pallida, quasi trasparente, tu scuro; io col broncio costante, tu che sorridi e non serve chiedertelo. A guardare bene, ci separa un’interruzione, un precipizio, uno strappo netto: l’ho fatto io una sera in cui volevo cancellare le nostre prove e un attimo dopo già l’aggiustavo con lo scotch. La foto l’ho messa in una scatola insieme al bracciale col cuore, all’anello, a tutte le lettere e le parole che non c’assomigliano più. Ma forse un gesto è solo un gesto e una frase è come tante, è chi la sente a caricarla di significato, cerco di convincermi ogni volta che un ragazzo mi fa una carezza, le mani sono mani, le tue, le sue, quelle di un altro, che differenza fa?, lui segue i miei lineamenti, scende sul collo, poi risale, si sofferma sulla cicatrice che ho vicino all’orecchio, penso: la benformazione, e scanso la sua mano infastidita. Vorrei che le parole per me non avessero tutta questa importanza, vorrei che non m’incatenassero a chi le dice, a chi le ho dette. E maledico i ricordi felici perché fanno più male di quelli feriti. Mi tornano in mente le vacanze estive, l’immagine di me bambina, il bagno al largo. Gli altri nuotavano dandosi slancio in lunghezza, con movimenti fluidi si mischiavano alle onde, seguivano la corrente, io m’immergevo quasi perpendicolare all’acqua, spingevo coi piedi, tenevo il respiro, volevo misurare il fondo, toccarlo, prendere una manciata di sabbia e portarla in superficie. Risalivo in modo scomposto, gli occhi rossi, il fiato grosso, stringevo la sabbia bagnata in pugno e mi sentivo più forte, sapevo cos’era il fondo, ero capace di toccarlo e risalire, la corrente fino a quel punto era un pericolo che sapevo gestire.

Ho la gastrite, ma la Coca non rinuncio a berla: me la facevi trovare già sgasata, prendevi un cucchiaino e le davi una girata. Ti ho amato per queste accortezze, per le sciocchezze che mi venivano concesse, perché non volevo essere saggia, volevo essere stronza e ragazzina. Ti ho amato perché certe volte non riuscivo a essere forte, volevo solo scivolarti tra le braccia e sentirti dire tutto passa, tutto passa, pure se non era vero, tutto passa, tranne noi, certo, tranne noi. Ti ho amato perché se non mangiavo avevo qualcuno che mi sgridava, perché mi mettevi a tradimento lo zucchero nel tè, perché se mi estraevano i denti del giudizio e avevo la faccia gonfia, mi volevi baciare uguale, perché insistevi per vedere i film horror e poi eri il primo a spaventarti, perché dopo un anno ancora ti spiegavo come arrivare a casa mia e tu alzavi gli occhi e ripetevi “la strada la so”, perché se camminavamo per strada curvavi le spalle per sembrare più basso e io salivo su ogni gradino possibile, perché se mi abbracci scompaio, perché una volta in macchina mentre ci stringevamo ti sei scordato d’inserire il freno a mano e abbiamo tamponato, perché quello che era normale diventava speciale, perché eravamo uno pure se eravamo due, ma soprattutto ti ho amato perché tu mi hai amata. Paura di te, della corrente. Eravamo al largo, così al largo, dov’era il fondo?, dove la fine? Sempre meno mia e sempre più tua. Dov’era il controllo? Dove l’autonomia?

Da quando ti ho lasciato, con un sms, mi comporto come se potessi incontrarti ovunque: a una mostra, una presentazione, in qualunque luogo pubblico mi trovi, tengo fisso lo sguardo sulla porta, aspettando di vederti entrare, cerco di farmi trovare sorridente, in buona compagnia, tra persone di successo e se qualcuno mi parla sottovoce e si fa audace, penso: se solo entrassi adesso, adesso, in questo momento, sarebbe un quadro perfetto. Da quando ti ho lasciato, ogni mio momento è recitato come se tu dovessi assistere. Lavoro vicino casa tua, ma allungo la strada per non passare lì sotto, ho il terrore d’incontrarti insieme a qualcuna, le tue mani sui suoi fianchi, vedervi attraversare la strada in fretta, con la certezza di finire sul letto e addormentarvi stanchi. Ma ci s’incontra anche in una città enorme e senza farlo apposta: ci vediamo all’ospedale, io sono radioattiva, ho appena fatto una lastra, tu esci da un esame. Non ci tieni a fermarmi, non mi offri il caffè, a stento un cenno, mi dici parole indegne di te e di me, di noi, vorrei spiegarti, ma spiegarti cosa?, che la paura dell’abbandono fa fare cose assurde, che per paura di sentirsi dire addio un giorno, si pronuncia per primi e subito, mi chiedi “come stai?” e finalmente lo ammetto “male”, mi guardi tutta e dici “non sembra”, “tanto tu sei forte, sei saggia”, sì, io sono forte, sono saggia, “tu non ce l’hai il cuore come tutti gli altri”, già, io non ce l’ho il cuore come tutti gli altri, perché io ne ho uno solo di cuore, gli altri ne hanno almeno uno per ogni occasione. Mi accompagni alla macchina, salgo, provo a mettere in moto. Niente. Provo di nuovo, provi anche tu ma il risultato è lo stesso. Non ho vinto io, non hai vinto tu. Spingiamo la stessa macchina che non è partita, non ha funzionato e non si sa perché, dev’essere la batteria, la benzina c’è, i presupposti per andare lontano c’erano. Spingiamo e parliamo, le tue parole affilate, le mie così vaghe. Penso: ti sto dicendo mille frasi adesso, ma vorrei dirtene solo una e non riesco. -Giulia Carcasi-Perchè si dice addio.

Come si fa a piacere alla gente?

Katniss: Non so piacere agli altri. Come si fa a piacere alla gente?
Cinna: Con me ci sei riuscita benissimo.
Katniss: È diverso, non provavo a piacerti.
Cinna: Esatto.

Quei due erano strani, ma strani davvero. Ridevano tra le lacrime, e litigavano tra i loro abbracci. Erano strani, ma così belli. Vissero tutta la loro vita cercandosi, ma non sapendosi tenere mai una volta trovatisi.

- Mi hai lasciato veramente? - Sì, Gio. - E ne sei sicura stavolta? - Sì, è l'ultima volta. - Ma l'hai detto anche la volta scorsa. - Questa volta è diverso. - Hai detto anche questo. - Smettila. - Non possiamo provare a sistemare le cose? - Ci abbiamo provato mille volte, ma poi finisce sempre con te che mi dai dell'isterica e io che ti do del rompipalle, e gridiamo, e io piango, tu vieni e mi asciughi le lacrime, ma poi ricominciamo. - Ma tu sei l'isterica più bella del mondo, e io il rompipalle più simpatico. - Gio smettila di scherzare. - Non sto scherzando, sto provando a farti sorridere. (E ci riesce, ci riesce sempre). - Dammi un bacio. - Giovanni! - Un bacio da amico! - Noi non sappiamo essere amici. - E quindi se ti incontro per strada non ti saluto? - Certo che mi saluti. - Ma allora che senso ha salutarti se non posso baciarti? - Si chiama buona educazione Gio. - No, si chiama masochismo, perché non posso salutarti e non baciare le tue labbra, fissare i tuoi occhi e immergermi nel profumo dei tuoi capelli. - Vorrà dire che cambierò profumo. - È la tua pelle, sei tu, è il tuo sorriso, non puoi cambiare niente di tutto questo, non puoi cambiare quello che c'è tra noi. - Ma non posso neanche cambiare come siamo fatti, e il fatto che non corrisponde a come vorremmo essere, non posso cambiare le liti continue, i pianti e -Gio la interrompe- Giovanni no, ci abbiamo già provato. - E allora prometti che mi porterai sempre con te, che sarò quell'amore che proteggi sempre nel cuore, quell'amore di cui parlerai ai tuoi figli, omettendo che non è il loro papà. Promettimi che una parte di noi sarà per sempre, una parte di noi vivrà nel tuo cuore, come vivrà nel mio. Promettimi di ricordarmi, di non dimenticare neanche un secondo, anzi te lo scriverò, ti scriverò tutti i momenti belli nostri in modo da averli con te. E lo so che non saremo mai amici, ma promettimi che mi renderai partecipe di tutti i momenti importanti, belli e brutti, della tua vita. Magari non invitarmi al tuo matrimonio, perché sai che sarei quello che interviene al momento del “se qualcuno ha un'obiezione parli adesso o taccia per sempre”… In realtà no hai ragione, riformulo. Promettimi che mi renderai partecipe di tutti i momenti importanti, eccezion fatta per quelli che hanno a che fare con l'amore, perché tu sei l'amore della mia vita, e niente sarà più lo stesso… Ele perché non dici una parola? Scoppia in lacrime - Gio anche tu sei l'amore della mia vita e nessuno potrà mai prendere il tuo posto. E non ho bisogno che tu mi scriva niente, tutto è già scritto nella mia memoria in maniera indelebile. - E allora perché mi stai lasciando? - Perché a volte se si ama troppo si rischia di distruggersi, e noi abbiamo fatto così, e non posso più perdonare, non posso più perdonarti. - Però promettimi quello che ti ho chiesto. - Si Gio te lo prometto, fallo anche tu… Ciao. - Ciao Si guardano dritti negli occhi, in un silenzio che dice più di mille parole, lei accenna un sorriso e apre la portiera della macchina.

Lui la ferma di colpo dal braccio e la tira a sè. Si abbracciano forte, così per un paio di minuti, con la portiera ancora aperta e il mondo fuori che non esiste più. Tutto si ferma, risuona soltanto il battito dei loro cuori, i loro respiri in sincrono e qualche singhiozzo… E così poi vanno via…

Mezz'ora dopo suona il citofono a casa di Gio. - Gio, sono io. - Ele? Sali, che succede? - No, niente, volevo solo dirti che anche se piove dentro, fuori c'è il sole. È una bella cosa no? Una cosa importante, volevo dirtela, dovevo dirtela, l'ho promesso. - Ele sali. - Perché? - Perché in caso si annuvolasse, voglio esserci io a portarti il sole dentro.

-Ilpesodellatuaassenza

Lacrime, occhi lucidi e sorrisi…

Due ragazzi. Semplici. Appartenenti a due mondi totalmente diversi, con in comune solo delle passioni. Ecco cos’erano. Conosciuti per caso; uno tanto stronzo, l’altra tanto impaurita. Uscivano entrambi da una storia d’amore senza lieto fine, chi per un amore non corrisposto, chi per un ragazzo troppo impegnato a divertirsi per innamorarsi. E si trovarono per caso, sarà stato il segno del destino a far incontrare due persone che non credevano più nell’amore, quello vero, quello che ti spacca il cuore? Probabilmente. Lei, con il suo muro troppo alto da poter scavalcare, cercò con tutta sé stessa di non apparire troppo dolce. Lui, dall’altra parte, cercava di fare di tutto per portarsela a letto. Ognuno aveva uno scopo; non farsi male, farci l’amore. I mesi passarono, i ragazzi cambiarono e con loro i sentimenti che provavano. Si sentivano così uguali, così in sintonia. Due ragazzi che non credevano più in niente, che avevano perso la fiducia, che si erano costruiti una falsa identità, solo per non star male di nuovo, si erano trovati. E sì, era destino. Era destino che quei due ragazzi s’innamorassero. Era destino che quel ragazzo, così stronzo con le ragazze, cambiasse radicalmente. Era destino che quella ragazza lo incontrasse e gli facesse oltrepassare quel muro, che non era poi così alto per lui, pronto a scalare le montagne più ripide, solo per vedere il suo sorriso. Era destino che quei ragazzi non si lasciassero; così fragili e così immensamente innamorati.
“Nonna, ti manca tanto nonno?” “Che domanda sciocca tesoro, certo che mi manca.” “Cosa ti manca di piú di lui?” “I baci, la sua risata, le litigate…” “Le litigate?” “Si, sopratutto le litigate.” “E perchè?” “Perchè vedi tesoro, quando ti manca una persona, ti mancano i suoi pregi e i suoi difetti. Tuo nonno mi manca, nel vero senso della parola. Mancare. Non si poteva utilizzare un termine più adatto.” “Spiegati meglio.” “Hai presente la sensazione che provi quando perdi un autobus? Quando arrivi troppo tardi ad un appuntamento? Quando devi buttare il tuo vestito preferito? Quando litighi con una persona speciale?” “Si.” “Ecco, unisci questi sentimenti.” “Tu provi questo?” “Ogni giorno.” “E come fai a sopravvivere, con questo vuoto dentro?” “E’ facile, basta pensare che lui sia qui con me.” “In che senso?” “Ad esempio, quando la casa e’ troppo silenziosa, mi immagino la risata di tuo nonno che rimbomba per le stanze. Mi siedo sul divano, osservo la poltrona dove si siedeva, e cerco di immaginarlo mentre guarda la televisione, o mentre ascolta la sua canzone preferita: ‘Volare’. Dovevi vederlo. Appena metteva su il disco, si alzava di scatto e si inginocchiava di fronte a me. ‘Vieni a volare con me?’ e i suoi occhi si illuminavano di gioia. Mi posava delicatamente la mano sui fianchi, avvicinava la sua bocca al mio orecchio e mi sussurrava: ‘sei la mia canzone preferita.’ Lo amavo, sempre. Anche quando mi urlava che voleva andare via da questa casa, anche quando mi faceva piangere. Il suo profumo di fumo mischiato al gelsomino; il suo carattere dolce e scorbutico; i suoi occhi marroncino che ti ricordavano l’autunno; non c’e’ una cosa che non mi manchi.” “Anche a me manca molto.” “Fai come me “ “Non ne sono capace.” “Ma tesoro, è così semplice! Basta chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare; chiudi gli occhi.” “Fatto.” “Ora pensa a qualche suo ricordo bello.” “Sì.” “Apri gli occhi.” … “Lo vedi?” “Lo vedo, ti sta tenendo la mano.”

- (via polverediluna)

Quei due non erano fidanzati, non erano niente, però ogni volta che erano insieme lei sorrideva ed era felice, e credetemi quando vi dico che di solito lei felice non lo era mai. E lui, beh lui non era più lui. Non hanno mai deciso di ufficializzare le cose, ma lui diventava sempre più buono quando si trattava di lei, e un po’ meno arrogante. Lei perdeva tutta l'acidità che l'aveva sempre contraddistinta, ma non andava sempre tutto bene, anzi, era raro che fossero tranquilli. Non discutevano mai, ma ad un centro punto si arrabbiavano, lei faceva la faccia seria e fulminava chiunque con lo sguardo, e lui girava gli occhi sbuffando. C'erano dei momenti in cui lui si comportava male, e lei si sedeva per terra, si stringeva le ginocchia e piangeva tanto. Vedendola in quelle condizioni lui si sentiva uno schifo, le si sedeva accanto per farsi perdonare, ma lei non voleva sentir ragione, piangeva e basta. C'erano altre situazioni in cui lei abbracciava altri ragazzi, lui si ingelosiva e faceva la faccia arrabbiata mettendosi a braccia incrociate, lei saltava per baciarlo sulle labbra ma lui era talmente furioso che non voleva ricambiare. Spesso non andavano d'accordo, ma all'improvviso dopo una litigata lei si gettava fra le sue braccia e lui non la lasciava più. Quei due non erano niente, lei tutta matta, lui troppo bello, ma si volevano da morire.

sesoloavessisaputosalvareunavita (via sesoloavessisaputosalvareunavita)

Scesi dal treno, frastornata da quell'ora di viaggio e dagli spintoni dei passeggeri. I miei pensieri erano stati così rumorosi da non consentirmi nemmeno di ascoltare un po’ di musica lungo il tragitto. Mi guardai intorno, smarrita in un luogo che non mi apparteneva da mesi. Poi, in mezzo ad altri mille, li vidi. Eccoli lì, quegli occhioni verde pastello che mi cercavano tra la folla. Li guardavo in lontananza con l'amarezza di chi sa che sarà l'ultima volta. Scacciai quel pensiero e mi diressi verso di lui. Era sempre stato un tipo distratto, difatti gli ero accanto già da un pezzo quando notò la mia presenza. Mi strinse forte a sè, mi baciò i capelli e ne inspirò il profumo. Lo faceva impazzire, e lo sapevo. «Mi sei mancata.» «Tu no», mentii. Lo odiavo, lo odiavo molto più di quanto potesse immaginare. E lo amavo più di quanto sarei mai stata capace di dimostrare. Ci avviammo silenziosamente al porto. Il caldo ci stordiva, ma una brezza leggera ci accompagnava rendendo la passeggiata più piacevole. Pur non professando parola, leggevo nelle occhiate che di tanto in tanto mi lanciava ogni frase che avrebbe voluto comunicarmi. “Scusami, sono un idiota.” “So di averti fatta piangere a lungo, non potrò mai perdonarmelo.” “Ora sei qui, tutto andrà meglio.” Gli diedi la mano. Sorpreso, di scattò mi baciò, con gli occhi aperti e fissi su di me. Durò una frazione di secondo. Ricordo ancora quando tempo addietro gli chiesi il motivo per cui non mi baciasse ad occhi chiusi come qualunque innamorato. «Li ho chiusi così a lungo immaginando di averti mia, che ora che lo sei non posso non controllare ripetutamente che sia la realtà». Quella risposta mi piacque così tanto che m'innamorai ancor di più, se mai si potesse amare più di così. Ma quei tempi erano lontani, ed ora questa sua sfrontatezza mi infastidì non poco. Mi sentivo una rosa essiccata, di quelle che sei contenta di ricevere quando sono belle e rigogliose, ma che poi lasci essiccare per poterle conservare per sempre o utilizzare come decorazione. Non volevo essere una rosa, non più. Ero talmente stanca. Stanca di rendere qualcuno il mio mondo e poi vederlo puntualmente distrutto. Stanca di capire, di perdonare sempre, di dare 1000 e ricevere 10, se non 0. Stanca di ciò che mi circondava, una relazione a distanza che logorava dentro e un ragazzo che non riusciva ad amarmi. «Questo è un bacio d'addio, lo sai vero?» gli sussurrai. «Sì, lo so.» Discutemmo a lungo, seduti su quella scalinata che dava sul mare. I suoi errori, i miei, le parole dure, disperate, i rimproveri aspri. «Mi hai lasciato sola quando avevo più bisogno di te. Perchè non sei mai riuscito a rendermi felice?» «Perchè il primo a non essere felice sono io», confessò. Era vero. Non era felice con me. Mi voleva bene, questo sì, lo percepivo. In fondo, come si può non voler bene a chi ti sostiene sempre, a chi ti dà amore, a chi ha sempre fatto di tutto per te? «Non sei capace d'amare». Mi corressi. «Di amare me.» Abbassò lo sguardo, colpevole. Me ne andai senza voltarmi, odendo un pianto sommesso in lontananza. Faceva male gettare la spugna, sapere che non ce l'avevamo fatta. Cosa restava adesso di noi, se non una moltitudine di sogni ormai spezzati? Ed io rimasi così, spenta, ad attendere il treno di ritorno con la peggiore delle consapevolezze: l'essere stata importante per qualcuno, ma non abbastanza da farlo innamorare di sè.

Sogni spezzati, Sonia Mencarelli (via soniamencarelli)