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si vive solo di guai ↓

@flaviacristof-blog

Io non sono per il piano. Non è da me, proprio non ci riesco io a fare piano. Io faccio tutto forte, a mille. Amo forte, mi incazzo forte, aggredisco forte, rido forte e persino piango forte. Faccio bene forte, ma faccio anche male forte. So di essere fortemente impegnativa, ma tu quanto forte sei disposto ad amarmi?

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moscacieca

Tra un mese ricomincia la scuola e io non me la sto sentendo proprio di andare al quinto anno. L'ultimo anno di scuola. L'esame. La tesina. “L'ultima…”. Il diploma. L'università. Oh Dio. Che ne sarà della mia vita. Voglio avere 3 anni vi prego per favore. No cioè davvero non sono mentalmente preparata. Dov'è il mio bellissimo asilo nido? Lo rivoglio. Ridatemelo.

Aiut.

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moscacieca

Dopo due anni: ripropongo.

Diciamoci la verità, nessuno va davvero a dormire dopo la buonanotte. Di solito restiamo a guardare il soffitto e a rimuginare su qualcosa per un altro paio d’ore. Quelle due ore sono il tempo più prezioso della giornata, sono il poco tempo che ci concediamo per conoscere noi stessi, due ore di un dialogo ininterrotto con la nostra coscienza.

Klaudia e i pensieri profondi - parte 119 (via asociale-con-brio)

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cartofolo
Un anno prima della sua morte, Franz Kafka visse un'esperienza insolita. Passeggiando per il parco Steglitz a Berlino incontrò una bambina, Elsi, che piangeva sconsolata: aveva perduto la sua bambola preferita, Brigida. Kafka si offrì di aiutarla a cercarla e le diede appuntamento per il giorno seguente nello stesso posto. Incapace di trovare la bambola scrisse una lettera - da parte della bambola - e la portò con se quando si rincontrarono. “Per favore non piangere, sono partita in viaggio per vedere il mondo, ti riscriverò raccontandoti le mie avventure…”, così cominciava la lettera. Quando lui e la bambina si incontrarono egli le lesse questa lettera attentamente descrittiva di avventure immaginarie della bambola amata. La bimba ne fu consolata e quando i loro incontri arrivarono alla fine Kafka le regalò una bambola. Era ovviamente diversa dalla bambola perduta, e in un biglietto accluso spiegò: “i miei viaggi mi hanno cambiata”. Molti anni più avanti la ragazza cresciuta trovò un biglietto nascosto dentro la sua bambola ricevuta in dono. Riassumendolo diceva: ogni cosa che tu ami è molto probabile che tu la perderai, però alla fine l'amore muterà in una forma diversa

da “Kafka e la bambola viaggiatrice” di Jordi Sierra i Fabra (via cartofolo)

– Immaginiamo che io venga da te e ti dica ciao. Tu rispondi? – Ciao. – Esatto. E immaginiamo che me ne esco con una frase stupida che neanche un primate userebbe. – Tipo? – Tipo che ne so, tipo “Fa freschetto eh?” – Ma siamo a luglio. – Per questo neanche un primate la userebbe. – Non fa una piega. – Supponiamo che ti offra da bere, ma una cosa leggera sennò pensi male. – Penso male? – Tipo che voglio farti ubriacare. – Potrei pensarlo. – Una coca-cola dunque. – Con ghiaccio. – Se volessimo esagerare, si. – E fetta di limone, toh! – Un carnevale di Rio proprio. – E poi? Che supponiamo? – Supponiamo che parliamo tutta la sera e scopri che sono simpatico. – Si. – E che forse saresti disposta a uscire insieme. – Si. – Supponiamo che ti porto in un piccolo locale in un vicoletto di Trastevere, con le sedie un po’ scricchiolanti e le porzioni di carbonara abbondanti. – E il vino in brocche scheggiate. – Con le piante rampicanti che salgono fino agli appartamenti sopra di noi. – Si. – Supponiamo che poi facciamo una passeggiata e ci ritroviamo al ponte, davanti tipo a Castel Sant’Angelo con qualche tizio che suona “Wish you were here” seduto per terra, l’aria un po’ umida appiccicosa perchè mi pare di aver capito che non può fare freschetto giusto? – Giusto. – E stiamo lì, insomma s’è mangiato bene, s’è riso, sei bellissima, la grattachecca di Sora Lella ci ha ghiacciato il cervello e ci sono pure i grilli che fanno un live tipo come al Circo Massimo – Si? – Eh, metti caso che ti bacio. – Mh? – Quante probabilità ci sono che io poi abbia il profumo dei tuoi capelli riccissimi addosso? – Non saprei. Qualcuna? – E supponiamo che nei giorni seguenti io ti chiamo, tu mi chiami, ci chiamiamo insomma, e scopri che oh, in fondo capisci che mi piace farti ridere perché quel sorriso è tipo la droga più pericolosa mai scoperta dagli scienziati premi Nobel. – Si? – Quante probabilità ci sono che da lì in poi tu cominci a innamorarti di me? – Più di qualcuna direi. – Bene, perché altrimenti eravamo davvero nella merda sai? – Perché? – Perché io ho cominciato a innamorarmi già dal “ciao”.
- Addio - Addio. - Ok. - Ok! - Quindi non ci sentiremo più? - No. - E se ci incontriamo per strada. - Cambiamo strada. - E se è una strada chiusa? - Allora ci salutiamo. - E come ci salutiamo? - Con un ciao. - E basta? - E basta. - Ok. - Ok! - E se mi ammalo? Lo vorresti sapere? - Certo! - Però non possiamo sentirci, come te lo dico? - Me lo scrivi. - Quindi possiamo scriverci? - Solo se siamo in punto di morte. - Ok. - Ok! - Allora adesso vado. - No aspetta. - Dimmi. - E se mi succede qualcosa di bello? - Quanto bello? - Bello bello. - Lo vorrei sapere. - Ti scrivo? - No telefona. - Quindi possiamo sentirci per telefono? - Solo se capita una cosa bella. - Bella come? Come vincere un premio Nobel o come prendere 10 in educazione fisica? - Tutte e due. - Ok. - Ok! - Non prenderai mai 10 in educazione fisica. - Lo so, e tu non vincerai mai un premio Nobel. - Lo so. - Quindi posso chiamarti anche se c’è semplicemente il sole ed è una meravigliosa giornata di primavera? - Sì. - Ok addio allora. - Addio. 20 minuti dopo. - Pronto? - Pronto. C’è il sole, ed è una meravigliosa giornata di primavera. Chiamavo giusto per dirtelo. - Grazie, comunque passo da te domani pomeriggio. - Perché? - Nel caso domani piova e tu non possa chiamarmi.

cit.   (via sea-in-side)

La rebloggo ogni volta.

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(via chiiiacc)

PORCO

~~

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