Penso al concetto di gelosia.
Penso a quel vuoto che ti prende dentro, colmato da acido e rabbia. Misto a insicurezza. Misto all’idea, ingannevole, di possesso. Misto al bisogno di competizione, all’illusione di controllare, misto all’istinto di ripicca, di rivalsa, di contrasto. Penso al contorcersi, alla gastrite, al non dire, al pretendere, al chiedersi, all’immaginarsi, al fantasticare, all’ingannare. All’ingannarsi.
Penso alla nebbia negli occhi, alla ragione che sfugge, all’istinto che prevale, all’impulso nel sangue, che scorre bollente nelle vene, che arriva al cervello. Penso al non capirsi, al dialogo impossibile, all’egoismo, al trabocchetto, ai dettagli travisati, alle parole inventate. Alle prove e controprove, mai provate. Al rivale sempre troppo bello, o troppo bravo, o troppo ricco. O troppo colto.
Penso che, tutto questo, a diciotto anni possa tranquillamente essere ordinaria amministrazione. Dai trenta in su credo dovrebbe essere diverso. Il che non significa che essere gelosi a una certa età non sia consentito, anzi. Io lo sono, un po’. Lo trovo naturale. Solo, dovrebbero cambiare le modalità. Il modo di comunicarlo, le ragioni che lo scatenano. Dovrebbero cambiare le priorità, gli obiettivi, gli alibi, il gioco, la logica. Gli schemi, i fattori.
Quindi, un termine buono è: Maturità.
Nella valutazione delle situazioni. La maturità nel comportamento. Nel porsi. Nel dire no. Nel dire sì. Nel dissipare i dubbi. Nel non farli nascere. Nell’evitare, mediocri, basse, gratuite, speculazioni emotive.
Penso al concetto di equità, al do ut des (occhei, Erich Fromm non sarebbe d’accordo. Ma io non sono Erich Fromm), al fatto che se non ci si sente coglionati certi sentimenti si esternano più volentieri, con più tranquillità. Ché alcuni piccoli sforzi va bene farli per primi, ma non da soli. Ché va bene fare il primo passo, non i primi duecento. Ché dare senza ricevere mai, fa un po’ irritare.
Un termine (di moda): Parità.
Penso all’attitudine che abbiamo (dovremmo avere) di non fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi. Di non dire agli altri quel che non vorremmo fosse detto a noi. Di riconoscere, senza tanti giri di parole, il senso autentico delle cose, per quel che, in cuor nostro, sappiamo essere. Evitando furbizie dialettiche, reticenze, ritardi, o quant’altro.
Il termine buono è: Onestà intellettuale.
Penso all’empatia, alla capacità che abbiamo di metterci nei panni dell’altro. Di comprenderne le motivazioni, le ansie, le gioie. Le paure, il dolore. Penso alla capacità di piangere, e ridere, con gli altri. Negli altri. Per gli altri.
Un termine buono è: Sensibilità.
Penso all’idea di non puntare il dito. Ricordandoci che, in fondo, siamo i primi a sbagliare, i primi a essere opportunisti, i primi a collezionare stronzate, una dopo l’altra. A guardarci i cazzi nostri. A essere un po’ puliti, e un po’ sporchi. Un po’ bravi, e un po’ cattivi. Un po’ chiari, e un po’ scuri.
Il termine: Tolleranza.
Penso alla facoltà di comprendere il peso delle cose, il grado di importanza, il senso della situazione, l’insieme degli elementi. Penso a saper guardare una fotografia senza fissarsi su un solo, inutile, dettaglio. Penso alla facoltà di assumere una scala di valori che renda tutto relativo, come è giusto che sia.
C’è un verbo: Cogliere.
Penso a dei violini, alla musica, a un concerto, allo sfiorarsi. Penso al profumo del fiammifero appena acceso, o del cornetto appena sfornato, o del popcorn appena scoppiato. Penso al sentire. Al sentirsi. Penso al concetto di sognare. Ai colori. Alla leggerezza. Penso al concetto di volare. Di volere. Di correre. Di bere vita. Vita.
Di esserci.
Di esserci.
Di esserci.
Penso all’amore.
C’è un verbo: Amare.
Penso che basterebbe poco.
C’è un verbo: Provare.