L’Expo e l’Internazionale senza nome

Il carattere distruttivo conosce solo una parola d’ordine: creare spazio […] L’esistente lui lo manda in rovina non per amore delle rovine, ma per la via che vi passa attraverso.

Walter Benjamin

L’Esposizione Universale, come dice la parola stessa, ha una vocazione globale: espone lo stato del mondo dal punto di vista del capitalismo. Tutto quello che accade attorno al suo evento ha dunque buone possibilità di raggiungere un identico piano di visibilità e di consistenza. Circa due secoli fa, a Londra, nei suoi paraggi si tenne a battesimo la costituzione della Prima Internazionale, tanto per dire. Un movimento che ha ambizione di essere all’altezza del suo tempo è obbligato in questo senso a confrontarsi con quello che è lo stato del mondo dal punto di vista della rivolta e a esporne a sua volta la consistenza.

Il flic-giornalista del Manifesto a un certo punto se ne rende conto, che la rivolta milanese risuona con una certa prassi comune a tutti gli appuntamenti significativi che negli ultimi tempi hanno attraversato l’Europa, e cerca disperatamente di dissociarsene invitando tutte “le realtà di movimento” a fare altrettanto.

Ma la verità è che se è facile e comodo dissociarsi da una manifestazione è molto più difficile farlo con la realtà; anche da qui viene tutto l’isterismo che scorre a fiotti sui giornali e sui social media e che sospettiamo frantumi la serenità di molte collettività politiche in questi giorni. Fortunatamente vi sono altrettanti compagni e compagne che invece di rimuovere il reale cercano di starci dentro o come minimo di ragionarci su.

Per anni, guardando a quello che accadeva in altri paesi d’Europa e del mondo, molti di quelli che oggi si indignano chiedevano con sconforto come mai in Italia non scoppiasse una rivolta contro la bulimia del potere capitalistico. Adesso che è arrivata sperano che la polizia e la magistratura, corroborata da fantasmatici servizi d’ordine, la faccia scomparire al più presto. Esponendo così la tradizionale vigliaccheria delatoria della sinistra nostrana.

È una banalità oggi dire che qualsiasi gesto politico è obbligato a confrontarsi con lo Spettacolo, meno scontato è assumerlo come uno dei piani del conflitto, come uno dei suoi terreni più aspri. Ogni rivolta contemporanea deve simultaneamente agire su più livelli di percezione, deve creare le proprie immagini e destituire quelle nemiche. Con ragione Bifo scrive che se non fosse stato per l’azione dei “teppisti” l’infosfera sarebbe stata saturata dalle immagini trionfaliste del governo e dei suoi lacchè, e per questo gli è grato. O qualcuno pensa davvero che televisioni e giornali avrebbero dedicato più di un trafiletto a una pacifica marcetta di protesta per i diritti e la democrazia?

A noi pare in ogni caso che coloro che nel movimento si lamentano e magari accusano i “teppisti” di cercare la visibilità mediatica a ogni costo lo facciano perchè speravano di averla loro. A costoro non possiamo che suggerire che anche le immagini si “conquistano a spinta”.

La rivolta milanese si iscrive in una costellazione che per quanto riguarda l’Europa ha cominciato a formarsi immediatamente dopo il riflusso del movimento delle Acampades. Una volta terminata la storia degli Indignados e delle piazze occupate in molti hanno scelto di organizzarsi nei quartieri delle metropoli, di creare delle nuove basi per vivere e lottare, cercando di far esistere materialmente quel “comune” di cui tanto si è parlato negli ultimi anni. Ci si è cominciato a difendere. La rivolta di Gamonal contro la gentrificazione, poi la resistenza a Barcellona contro lo sgombero di Can Vies, l’ondata di émeutes all’indomani dell’assassinio di Rémi Fraisse in Francia, ucciso dalla polizia mentre con altri difendeva dei terreni contro le solite Grandi Opere, l’organizzazione in molte città italiane di reti di mutuo soccorso contro gli sfratti. Poi si è passato al contrattacco. La freccia distruttiva che ha attraversato Francoforte il giorno dell’inaugurazione della BCE e poi Milano per quella dell’Expo fa parte di questo movimento che, ad oggi, è l’unica ipotesi di movimento rivoluzionario in campo. Invitiamo chi, anche in buona fede, non riesce a vedere una “strategia politica” nella sequenza dei riot europei a decentrarsi e a cercare di guardare quello che accade da questo angolo visuale, da questo parziale punto di vista. Crediamo che molte cose gli appariranno più chiare. A differenza di quanto si dice in giro a proposito della “ poca comprensibilità” delle pratiche, presumiamo che a chi la crisi l’ha pagata per davvero il tutto sia stato così tanto comprensibile da non aver bisogno dei sottotitoli. Con tutta evidenza si tratta di un tentativo di ritorcere la crisi contro se stessa, di iniziare a far pagare caro coloro che negli scorsi anni si sono organizzati per devastare le vite di milioni di persone. Di impedire che i festeggiamenti di governi e padroni suggellassero il compimento della loro missione e di riaprire la questione. E la questione da riaprire è quella rivoluzionaria. Sono le lotte, i conflitti, le insurrezioni che producono il “popolo che manca”e non il contrario.

Probabilmente bisogna rovesciare il punto di vista anche rispetto alle dinamiche di ciò che è avvenuto a Milano e smetterla di pensare solamente a come è stato organizzato il dispositivo dell’ordine pubblico. La rivolta ha cercato e praticato i suoi obiettivi tra i quali, certamente, vi era la ridefinizione dell’arredo urbano ma anche quello di tenere a distanza la polizia e si è organizzata conseguentemente. Chiunque guardi con un po’ di attenzione le decine di video in circolazione può rendersi facilmente conto della tattica rigorosamente asimmetrica praticata dai rivoltosi. E crediamo che molti acconsentiranno che seppure le auto incendiate non sono dei grandi obiettivi da praticare sono preferibili alle decine di teste spaccate che avrebbe provocato un impatto frontale. Che un uso determinato della forza riesca ad evitare il massacro d’altra parte è una vecchia regola ben conosciuta dai movimenti autonomi del passato.

La rivolta, quando arriva, mette in crisi il legame sociale, quello che lo Stato vieta di sciogliere, e porta le identità politiche e sociali a un punto di indistinzione. Non esiste un “soggetto sociale di riferimento” della rivolta e tutti, volenti o nolenti, vengono interpellati dall’interruzione che essa imprime nel tempo e nello spazio: le “pratiche” sono un invito rivolto a chiunque a prendere posizione.

Ora a noi pare che allo stato attuale delle cose in Europa vi siano solamente due possibilità a questo proposito. O si pensa che bisogna puntare al governo, è l’ipotesi Podemos/Syriza, oppure che valga la pena tentare una diversa “verticalizzazione” delle lotte, cioè organizzarle in un movimento rivoluzionario. Le due possibilità non sono compatibili e a ben guardare nemmeno alternative tra loro: sono nemiche. Per questo, ancora una volta, l’ostacolo più ingombrante che i rivoluzionari si trovano davanti è il ceto politico della sinistra dentro e fuori del movimento. Per il momento molti tacciano, chi per imbarazzo chi per calcolo.

La battaglia è appena cominciata.

Per l’autonomia diffusa mondiale