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Are You Ready To Play With Me?

@anoppositworld

I hate thinking.
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Sai,
Mi hai insegnato che nei cellulari c’è una parte nelle impostazioni per rendere più giallo lo schermo, ricordi? “Serve a non far faticare troppo gli occhi, tu ci stai così tanto” dicevi, ed era vero. Era un’altra delle piccole cose sceme su cui avevi ragione. Non avevi ragione sempre, su di me ne hai avuta poca, ma su quello che poteva farmi alleggerire la giornata sì, su quello avevi un talento innato. Sulle mie giornate avevi un talento innato, per dirla tutta. Per dirla meglio, ora che il meglio si è preso una vacanza.
Il filtro.
Penso che esistesse in quel periodo anche un filtro giallo sulla mia vita, per rendermela più sopportabile, per non farmi faticare troppo il cuore. E non mi sono accorto ci fosse, dopo un po’ gli occhi, l’anima, i pensieri, i sentimenti, si abituano al filtro che ci si mette sopra al modo per sopportare le cose che ci si è inventati, e quindi si adagiano un po’, si rilassano un po’. Come le rotelline per la bicicletta, ci stai bene a usarle finchè sai che dovrai camminare con i tuoi passi, ma se poi passi la vita a portarle, non imparerai mai. Io ora mi accorgo di quanto male faccia all’anima la vita senza quel filtro, senza il pensiero di una presenza, senza la presenza di un pensiero da rivolgere altrove. Ci si inganna, ci si illude, ci si costruire una vita di corazze di mura di bastioni di fortezze di intellettualizzazioni di accademicità, ma alla fine tutto torna ai due momenti fondamentali dell’esistenza: come ti svegli, come vai a dormire. È lì che ti accorgi veramente di come stai, ed è lì che da tempo - troppo - mi accorgo di come sto davvero.
Questione di anni alla fine, racchiusi in mesi, spezzati in giorni, mischiati in ore. Città che non vedremo mai, famiglie che non conosceremo mai, viaggi non fatti, promesse non mantenute, regali non comprati, storie non vissute, un’intera esistenza di sogni scoppiati in bolle, di potenziali inespressi, di Se, Ma, Forse, Chissà, che sono diventati una serie di silenzi masticati e sputati a terra come vecchie gomme che hanno perso ogni traccia di sapore, una vita appiccicata alla suola delle scarpe.
Ho capito anche che la salvezza è nella cosa che fa più paura di tutte: la routine. Svegliati fatti il caffè mettiti al pc ascolta musica studia senti qualcuno chiunque non importa ma senti qualcuno prova a farti da mangiare bada al gatto ricordati di lavarti la faccia il corpo e i denti bevi acqua ascolta altra musica studia altri libri drogati di studio e di musica di serie tv e di giochi per il pc incastrati nelle ore e nella routine fatti altri caffè mettici un porno triste per svuotarti le palle fatti schifo allo specchio bevi altro caffè ridi con gli amici ricordati ancora di mangiare che non hai mangiato prima lavati i denti che ti è costato l’anima sistemarli vai a dormire asciugati le lacrime prima di toccare il cuscino sennò diventa una palude fissa il soffitto finchè non crolli e ricomincia da capo.
La routine.
Ho capito perchè fa paura la routine, è una dipendenza la routine, è la droga finale la routine, riesci a vedere volare le ore, riesci a fingerti funzionale, finchè hai cose da fare i pensieri non vengono e se non vengono i pensieri magari puoi pensare di stare bene, puoi pensare che le cose passeranno, puoi quasi fingere a te stesso di poter avere una possibilità di guarigione, di ripresa, di controllo sui tuoi stati d’animo, ma la routine ha un problema: il punto d’inizio e il punto d’arresto, ed è lì che quando il programma si deve riavviare ti frega la vita, ti aspetta nell’angolo la consapevolezza, ti aspetta su un lato vuoto del letto, ti aspetta quando giri per casa e trovi oggetti, trovi ricordi, trovi pensieri, trovi una vita che ti hanno interrotto a metà o che ho, hai, abbiamo interrotto a metà piena di giochi sorrisi abbracci profumi, calore, l’abbiamo ripresa con litigi incomprensioni malinconie silenzi distanze, abbiamo spezzato i pensieri, abbiamo eclissato il sole, abbiamo avuto i nostri trenta giorni di buio dove i vampiri erano un passato da cui nessuno dei due riusciva a staccarci, abbiamo avuto paura dei fantasmi del passato del presente e del futuro che non avevano in questo canto di natale alcuna lezione da darci ma solamente altre paure da offrirci.
E cosa si fa in quei casi?
Si piange, si piange come poveri idioti tesò, si piange fino a spezzarsi, si piange correndo a prendere oramai il rotolo della carta igienica che sti pensieri sono una merda da tirare fuori e si piange mentre si cerca disperatamente di far riavviare il programma un’altra mattina mentre ci si impegna a far riavviare il programma un’altra mattina, mentre si pensa svegliati lavati fatti il caffè bada al gatto studia cristo accendi il pc cristo fai partire qualcosa qualsiasi cosa ti occupi la testa studia che hai gli esami bevi sto cazzo di caffè che ti accelera la testa e ti lascia la scarica mangia qualcosa corri cazzo corri fai qualsiasi cosa e finalmente la routine riparte fai un sospiro di sollievo e senti i pensieri calmarsi un altro po’, darti almeno un’altra giornata di autonomia, renderti almeno un altro po’ funzionale.
Se mi avessero detto che averti e perderti, incontrarci e scontrarci, amarci e abbandonarci, se mi avessero detto che sarebbero state tutte promesse non mantenute e storie non del tutto vissute, se mi avessero detto che mi sarei svegliato ancora dopo tutto questo tempo in certi giorni con la sensazione solo di cocci dentro al petto e di piombo nella testa, sai che c’è?
L’avrei fatto uguale. Avrei fatto uguale quell’incontro, quel bar, quella passeggiata, quel cappotto, quel caffè, quelle frasi, quel sole, avrei fatto tutto.
Perchè se sto così di merda, vuol dire che era davvero importante, no?
Ora mi sveglio però, faccio il caffè, un altro, bado al gatto, il pc è partito, scarico qualcosa, studio, e riprendo la routine, che senza il filtro giallo che mi concentro troppo sulla vita iniziano a farmi male gli occhi, e i cocci del cuore pungono un po’.
Mi manchi come manca ciò che non è mai stato tuo, quindi nella maniera peggiore.
Alla prossima,
A.
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Ho una voglia matta

di ritornare da te,

di stare con te,

di rivederti anche per

un secondo,

un tempo minimo

e limitato.

Di guardarti negli occhi

e saperti vicino.

Ho il desiderio

di abbracciarti ancora una volta,

in un abbraccio che mi perfori

la pelle e si “incolli” su di me.

Ho voglia di parlarti di nulla

o forse di tutto

e sentirti parlare,

sentirti interessato

per un solo istante alla mia persona,

alla mia vita.

Ti rivoglio nella mia vita,

ti rivoglio in ogni giorno

e in ogni ora che passa.

Rivoglio il tuo sorriso

che sconvolge le mie giornate

e voglio essere importante

per te,

anche se per poco.

Ho voglia di piangere,

di sfogarmi,

di liberarmi di tutte le emozioni che vivono dentro di me,

di tutta la malinconica che mi porto dietro

da quando non ci sentiamo,

da quando non fai parte della mia vita.

È stata colpa mia,

forse la mia troppa gelosia

o forse la tua continua assenza.

La tua assenza che sentivo fin dentro le ossa,

la tua assenza,

che tuttora,

mi nega di aprire il mio volto in dei sorrisi sinceri.

Invece sorrido appena,

distrattamente,

come se non fosse essenziale.

Dove sei?

Ho voglia di vederti,

di piangere sulla tua spalla,

di sentirmi completata per un solo istante

e poi,

di sparire dalla tua vita

come tu hai fatto con la mia.