Scesi dal treno, frastornata da quell'ora di viaggio e dagli spintoni dei passeggeri.
I miei pensieri erano stati così rumorosi da non consentirmi nemmeno di ascoltare un po’ di musica lungo il tragitto.
Mi guardai intorno, smarrita in un luogo che non mi apparteneva da mesi.
Poi, in mezzo ad altri mille, li vidi.
Eccoli lì, quegli occhioni verde pastello che mi cercavano tra la folla.
Li guardavo in lontananza con l'amarezza di chi sa che sarà l'ultima volta. Scacciai quel pensiero e mi diressi verso di lui.
Era sempre stato un tipo distratto, difatti gli ero accanto già da un pezzo quando notò la mia presenza.
Mi strinse forte a sè, mi baciò i capelli e ne inspirò il profumo.
Lo faceva impazzire, e lo sapevo.
«Mi sei mancata.»
«Tu no», mentii.
Lo odiavo, lo odiavo molto più di quanto potesse immaginare.
E lo amavo più di quanto sarei mai stata capace di dimostrare. Ci avviammo silenziosamente al porto.
Il caldo ci stordiva, ma una brezza leggera ci accompagnava rendendo la passeggiata più piacevole.
Pur non professando parola, leggevo nelle occhiate che di tanto in tanto mi lanciava ogni frase che avrebbe voluto comunicarmi.
“Scusami, sono un idiota.”
“So di averti fatta piangere a lungo, non potrò mai perdonarmelo.”
“Ora sei qui, tutto andrà meglio.”
Gli diedi la mano. Sorpreso, di scattò mi baciò, con gli occhi aperti e fissi su di me. Durò una frazione di secondo.
Ricordo ancora quando tempo addietro gli chiesi il motivo per cui non mi baciasse ad occhi chiusi come qualunque innamorato.
«Li ho chiusi così a lungo immaginando di averti mia, che ora che lo sei non posso non controllare ripetutamente che sia la realtà».
Quella risposta mi piacque così tanto che m'innamorai ancor di più, se mai si potesse amare più di così.
Ma quei tempi erano lontani, ed ora questa sua sfrontatezza mi infastidì non poco.
Mi sentivo una rosa essiccata, di quelle che sei contenta di ricevere quando sono belle e rigogliose, ma che poi lasci essiccare per poterle conservare per sempre o utilizzare come decorazione.
Non volevo essere una rosa, non più. Ero talmente stanca.
Stanca di rendere qualcuno il mio mondo e poi vederlo puntualmente distrutto.
Stanca di capire, di perdonare sempre, di dare 1000 e ricevere 10, se non 0.
Stanca di ciò che mi circondava, una relazione a distanza che logorava dentro e un ragazzo che non riusciva ad amarmi.
«Questo è un bacio d'addio, lo sai vero?» gli sussurrai.
«Sì, lo so.»
Discutemmo a lungo, seduti su quella scalinata che dava sul mare.
I suoi errori, i miei, le parole dure, disperate, i rimproveri aspri.
«Mi hai lasciato sola quando avevo più bisogno di te. Perchè non sei mai riuscito a rendermi felice?»
«Perchè il primo a non essere felice sono io», confessò.
Era vero.
Non era felice con me. Mi voleva bene, questo sì, lo percepivo.
In fondo, come si può non voler bene a chi ti sostiene sempre, a chi ti dà amore, a chi ha sempre fatto di tutto per te?
«Non sei capace d'amare». Mi corressi. «Di amare me.»
Abbassò lo sguardo, colpevole.
Me ne andai senza voltarmi, odendo un pianto sommesso in lontananza.
Faceva male gettare la spugna, sapere che non ce l'avevamo fatta.
Cosa restava adesso di noi, se non una moltitudine di sogni ormai spezzati?
Ed io rimasi così, spenta, ad attendere il treno di ritorno con la peggiore delle consapevolezze: l'essere stata importante per qualcuno, ma non abbastanza da farlo innamorare di sè.