volevo morire altre mille e mille volte.
Mi guardò, lei, con due occhi che mi trapanarono il petto e mi strozzarono il cuore, che mi prendevano a pugni la gola e mi martellavano le parole, che in quel momento si limitarono ad un timido e tremante -Ciao-. Volevo morire altre mille e mille volte, per quegli occhi. Volevo ancora morire, per lei. Strozzato e poi ucciso dal pesante silenzio di quel mio sentimento che esplodeva -segretamente- nel vederla.
Dentro la parola ‘tremare’ c’è il mare. Ma tra noi ci sono un giorno e otto ore di terra da camminarci sopra.
Non ci siamo mai incontrati. Ti immagino che ti arricci i riccioli gentili mentre io mi alliscio la camicia di seta mentre tuo fratello mi chiede se è geloso mio marito se comincio a volerti bene. Abbiamo preso tanto vento, aspettandoci, ci ha scompigliato i capelli e ci è pure caduta la neve addosso, mi sento come quando nei sogni hai le gambe paralizzate quando penso a come pronunci la parola ‘gamberi’. O a come ti porti dietro un cucchiaino mentre vai a lavorare così puoi mangiare lo yogurt. O a come accordi i contrabbassi.
Se un giorno avremo dei figli, saranno alti, magri e con il mal di testa, come quelli di Jim e Catherine e spero di aver nominato quello giusto perché me lo confondo sempre con Jules.
Mentre dormo mi respiri nella cornetta. Cornetto, colazione, biscotti. Quella mattina ti avevo portato dei biscotti ed era gennaio e ti ho aspettato per sei ore. Ore,
ora, che ti sei incastrato,
nei raggi del sole che s’è nascosto e non scoglie questa neve, nella rete dei miei capelli gialli, anche se è banale paragonare i capelli biondi di una donna al sole ma io non sono di Viggiù e non ce l’ho una corriera gialla che mi ricorda te anche se non c’entra niente. Però ho un autobus blu come i tuoi occhi, su cui mi hai aspettato sei ore e io non sono arrivata. Arrivare,
ripartire, a mani vuote,
quello che hai fatto tutte le volte che non ci siam trovati e non ci siam tenuti per mano. Per le mani,
mantenere. Il contatto,
che ti riesce anche se dici di non essere costante e di non volere bene a nessuno.
Qualcuno, quel che sei diventato per me pianopiano. Pianoforte,
quello che suoni tu e spero mi suonerai un giorno. Buongiorno,
quello che ci diamo ogni sera col respiro prima di addormentarci.
(Se trovi dove ho citato Nove e De Luca mi sei simpatico.)