TERRA! (ovvero, viaggi transoceanici e tutta l'atroce verità sulla Statua della Libertà)
La delusione più cocente della mia breve vita, ancor più di realizzare che per portare i miei eventuali figli dai nonni materni avrei dovuto portarli in due case diverse, è stata vedere la Statua della Libertà. Mi mancavano due mesi ai 16 anni e visitavo l’America per la prima volta. E dopo settimane passate in paesotti circondati da grandi magazzini e immense distese di alberi un giorno fui portata a New York.
Vivere tutta la vita senza aver mai passeggiato per le strade di New York è probabilmente preferibile a passarci per un solo giorno: la città ti inghiotte in un sol boccone ed è impossibile riuscire a formarsi un’idea o anche solo un’immagine chiara di ciò che ti circonda. Tutt’ora di quel giorno ricordo solo un aggrovigliato turbinio di sensazioni a cui riesco ad assegnare un luogo preciso solo perchè in seguito ho vissuto in quelle strade, palazzi, mattoni: una 5th Avenue deserta per il 4 Luglio, un’entrata della metropolitana grigia da qualche parte a Tribeca, il sole a Central Park, l’impressione di conoscere già tutto e di stupirsi che effettivamente tutto ciò esista veramente, lo si possa toccare.
L’unico vivido, bruciante momento di quel giorno che è impresso nella mia mente è quello in cui abbiamo preso il battello per Staten Island, così da passare davanti a questa famigerata Statua della Libertà senza dover pagare 25$ e perdere ore preziose da passare in città. Della Statua della Libertà, così come d’altronde di tutta New York, io avevo un’idea ben precisa, frutto della visione di innumerevoli film e della lettura appassionata (e rilettura periodica) di Novecento di Baricco: la Statua della Libertà era, nella mia mente, una visione celestiale di libertà, sicurezza e salvezza che dava il benvenuto agli emigranti di tutto il mondo una volta arrivati in America. Era grande, enorme, spesso avvolta nella nebbia ed era soprattutto la prima cosa visibile degli Stati Uniti: un simbolo, una certezza, un volto che riuscivi a scorgere dalla prua del transatlantico, che o ti ammutoliva per lo stupore o ti faceva urlare a squarciagola “TERRA!”. In ogni caso, un volto per cui ti mettevi a piangere di felicità. Quel giorno, invece, dovetti constatare l’amara realtà dei fatti: la vera Statua della Libertà è non solo piccoletta (raggiunge altezze degne di questo nome solo grazie ad un piedistallo di marmo più grande di lei), ma soprattutto inserita nel punto più interno di una baia sconfinata. Dunque, anche ammesso che i transatlantici di inizio secolo non fossero quei mostri giganteschi che oggi minacciano di distruggere Venezia intera (e che sovrasterebbero di molto la statua), di sicuro qualsiasi emigrante avrebbe capito di essere giunto a destinazione molto prima di vedere quei famosissimi volto, corona e fiaccola. Il che non è un vero peccato (a parte per l’aver distrutto le mie fantasie romantiche) dato che è pure brutta.
Ed è un vero peccato pure che io sostenga con tutta me stessa la causa del “via le grandi navi dalla laguna”, perchè arrivare a Venezia via nave, quello si che è un giungere a destinazione in grande stile, degno dei più grandi film e romanzi. La mia Statua della Libertà è il faro rosso di San Nicolò. Quella vera preferisco sbirciarla da lontano.