Intervista a Chuck Palahniuk
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Un pezzo della lunghissima intervista a Palahniuk, pubblicata su Repubblica un anno fa.
[…]
Cosa ne pensi della letteratura italiana?
La prendo alla lontana. Sono appassionato di libri scolastici. Faccio la collezione. Ogni volta che per qualche motivo vado all’estero mi compro sempre un paio di volumi scolastici. A volte mi metto anche in coda insieme ai quindicenni. Da voi è da un bel pezzo che si studia letteratura sul Baldi, se non sbaglio. Bello il Baldi, ha un’aria così sovietica… Nel Baldi si parla in continuazione di “realismo”, ma se ne parla in termini virtuosi, come se fosse lo scopo della scrittura. Nella storia della letteratura, è ovvio, alcune opere si smarcano dalle altre, ma per il Baldi è sempre dovuto all’efficacia nel riprodurre la realtà.
E quindi, è un male?
A dirla tutta mi preoccupa un po’. Per esempio, insegnando scrittura creativa mi sono reso conto che tra i miei studenti ce ne sono alcuni che non riescono a produrre nient’altro che resoconti diretti di cose che sono accadute davvero. Parlando con loro ho scoperto che nella maggior parte dei casi questo limite deriva da una sottostima della propria credibilità di scrittori. Hanno paura di non essere presi sul serio. Allora, per non rischiare, utilizzano la veridicità delle fonti come polizza sulla propria qualità di scrittura, pensando che siccome quello che raccontano è accaduto davvero, il racconto sia per forza di cose almeno decente. Dal mio punto di vista giustificare la finzione con la realtà è la cosa peggiore che si possa fare. È la realtà, al massimo, che deve trovare una giustificazione, un ordine nella finzione.
Ritornando alla letteratura italiana.
Eh.
È una domanda. Noi giornalisti amiamo le virate senza reggente.
Ah, scusami. Mi pare che quello che ho detto c’entri. Leggo parecchia narrativa italiana contemporanea, ma chiuso il libro mi rendo conto di sapere un mucchio di cose su un determinato momento storico, ma del romanzo in sé non mi ricordo niente. Di fatto se tu metti insieme tutta la narrativa italiana ottieni un grosso manuale di storia italiana for dummies. Non dovrebbe essere così. Tra l’altro ogni volta che finisco un libro di un autore italiano, arrivato all’ultima pagina sono sempre dispiaciuto per lui. Il libro parla di tutt’altro - stragi, bombe, complotti - e io sono dispiaciuto per l’autore, anche se magari è nato dieci anni dopo le cose che racconta.
Bè, la storia italiana è molto cupa e violenta. Però è anche interessante.
È interessante se ti interessa la storia italiana. E in ogni caso ci sono i manuali. La storia oggi mi sembra si chiami… o Appuntamento con la storia, quello con le foto in copertina dello sbarco in Normandia… Bellissimo. Sembra di guardare Pop up video, solo che al posto di Avril Lavigne c’è Gramsci.
Allora, visto che conosci la storia italiana, c’è qualche fatto che ti ha colpito più degli altri?
Dai libri che ho letto e dai film che ho visto, mi sembra di aver capito che in Italia tutto quello che ha accaduto negli ultimi 150 anni ha a che fare con la banda della Magliana e con le Brigate Rosse, che poi sono la stessa cosa. L’unità d’Italia è stata opera della banda della Magliana. Cavour ne faceva parte, assieme a gran parte della classe politica piemontese. A un certo punto la banda della Magliana si è scissa in cinque: la mafia, la camorra, la ndrangheta, la P2 e la Resistenza. La Resistenza, se la banda della Magliana non gli avesse dato l’imprinting non avrebbe combinato niente. Siccome la banda della Magliana da un lato coordinava la politica di Mussolini, dall’altro aizzava gli antifascisti, ha risolto tutto aprendo una sede a piazzale Loreto, a Milano, e vent’anni dopo ha messo le basi per quello che di lì a poco sarebbe stato chiamato il boom economico, ovvero la bomba alla Banca dell’Agricoltura, sempre a Milano. Quando Moro è stato ammazzato dalle Brigate Rosse, cioè dalla banda della Magliana, di cui per altro faceva parte, è venuto fuori un casino e si sono scoperte un mucchio di cose strane, su tutte il fatto che dietro la banda della Magliana c’era un’altra banda della Magliana più grossa.
E un libro di narrativa contemporanea che non faccia riferimento a qualche fatto storico, l’hai letto?
Eccome. Ce ne sono molti. Sono libri in cui il protagonista si chiama come l’autore, si veste come lui, ha il suo stesso taglio di capelli e parla in maniera malinconica ma sagace del suo rapporto con le cose di utilizzo quotidiano, come i posacenere delle stazioni, gli ombrelli col manico a uncino e il parquet scricchiolante delle biblioteche. Oppure parla delle stesse cose ma in chiave dolente.
E tra il realismo e il quotidiano cosa preferisci?
È un po’ come chiedere se mi piace di più la pistola che spara o la pallottola che mi colpisce in mezzo agli occhi.
Tornando a quello che dicevi prima, credi che gli scrittori italiani abbiano un problema di credibilità?
C’è un mio amico di Ancona che pur di avere qualcosa da raccontare mi parla delle sue otturazioni dentali o della sua tiroide. Gli voglio bene, per carità, ma sarei più felice se mi parlasse d’altro, spostandosi anche solo di mezzo centimetro da se stesso, per esempio di come le sue otturazioni dentali e la sua tiroide influenzano le sue giornate, il suo rapporto con la moglie e con i colleghi di lavoro. Quando penso all’Italia non riesco a non collegare quello che mi racconta questo mio amico di Ancona con quello che il Baldi dice a proposito del Corbaccio o di Cecco Angiolieri o dei Malavoglia. È chiaro che se tutto quello che sai fare è un resoconto dettagliato della realtà, sei costretto ad andarti a pescare le cose peggiori, come le malattie e le stragi. Una persona con un melanoma al quarto stadio è sempre in qualche modo interessante.
E il Baldi in tutto questo ha qualche colpa?
Se tu martelli i ragazzi dai dieci ai vent’anni con l’idea che quella opera letteraria ha rivoluzionato la storia della letteratura per la sua capacità di descriverti le pustole di Don Rodrigo, uno cresce con l’idea che lo scopo della letteratura sia sostanzialmente essere sinceri, di una sincerità quasi pornografica.
C’è chi sulla sincerità pornografica ci ha costruito un’intera poetica.
Lo so, e mi dispiace. Perché una poetica del genere parte dall’idea che scrivere sia una specie di purificazione, un atto espiatorio. E chi pensa di purificarsi attraverso la scrittura non fa altro che denunciare implicitamente che dietro la sua scrittura non c’è voglia di condividere qualcosa, ma è solo un mezzo per raggiungere uno scopo personale, cioè vivere meglio. E allora non so a te, ma a me da fastidio sapere che ho speso 20 sacchi e ho letto 700 pagine difficilissime per far stare bene una persona che non conosco e che magari, tra alti e bassi, tira a campare fino a ottant’anni. Voglio dire, per queste cose c’è il litio: funziona da dio! Se voglio dare il mio contributo per far stare bene una persona a caso nel mondo lo faccio tramite Emergency, non attraverso la Fnac.
La sincerità pornografica come atto espiatorio. Siamo passati dal realismo al misticismo…
Guardali in faccia gli scrittori realisti. Hanno barbe, tuniche, zoppicano un po’ e mangiano solo pasti frugali. Il realismo è una forma di misticismo.
“Era la donna delle passioni fulminee, degli incendi improvvisi. Ella copriva di fiamme eteree i bisogni erotici della sua carne e sapeva trasformare in alto sentimento un basso appetito.”
—Il piacere - Gabriele D’Annunzio*In genere tutti lo odiano, insegnanti compresi; nonostante tutto, qualcuno dei suoi deliri è apprezzabile. :)
Cosechecosa.
Oggi, durante la lezione di Letteratura Italiana, il mio docente - un piccolo ometto dalle spalle curve e l’aspetto da professore universitario - ha pronunciato testuali parole: “Non c’è perdita se prima non c’è stata presenza. Ed è la presenza che ci spinge a essere felici. Gioiosi. Sì, perché, vedete, il dolore non esiste, non è altro che la gioia perduta”.
E beh, io ci ho pensato su, e sebbene inizialmente lui non mi avesse fatto una così grande impressione, adesso ritengo sia il caso di seguire le sue lezioni. Tutte.
“Taci. Su le soglie del bosco non odo parole che dici umane; ma odo parole più nuove che parlano gocciole e foglie lontane. Ascolta. Piove dalle nuvole sparse. Piove su le tamerici salmastre ed arse, piove su i pini scagliosi ed irti, piove su i mirti divini, su le ginestre fulgenti di fiori accolti, su i ginepri folti di coccole aulenti, piove su i nostri vólti silvani, piove su le nostre mani ignude, su i nostri vestimenti leggieri, su i freschi pensieri che l’anima schiude novella, su la favola bella che ieri t’illuse, che oggi m’illude, o Ermione. Odi? La pioggia cade su la solitaria verdura con un crepitìo che dura e varia nell’aria secondo le fronde più rade, men rade. Ascolta. Risponde al pianto il canto delle cicale che il pianto australe non impaura, né il ciel cinerino. E il pino ha un suono, e il mirto altro suono, e il ginepro altro ancóra, stromenti diversi sotto innumerevoli dita. E immersi noi siam nello spirto silvestre, d’arborea vita viventi; e il tuo vólto ebro è molle di pioggia come una foglia, e le tue chiome auliscono come le chiare ginestre, o creatura terrestre che hai nome Ermione. Ascolta, ascolta. L’accordo delle aeree cicale a poco a poco più sordo si fa sotto il pianto che cresce; ma un canto vi si mesce più roco che di laggiù sale, dall’umida ombra remota. Più sordo, e più fioco s’allenta, si spegne. Sola una nota ancor trema, si spegne, risorge, trema, si spegne. Non s’ode voce dal mare. Or s’ode su tutta la fronda crosciare l’argentea pioggia che monda, il croscio che varia secondo la fronda più folta, men folta. Ascolta. La figlia dell’aria è muta; ma la figlia del limo lontana, la rana, canta nell’ombra più fonda, chi sa dove, chi sa dove! E piove su le tue ciglia, Ermione. Piove su le tue ciglia nere sì che par tu pianga ma di piacere; non bianca ma quasi fatta virente, par da scorza tu esca. E tutta la vita è in noi fresca aulente, il cuor nel petto è come pèsca intatta, tra le pàlpebre gli occhi son come polle tra l’erbe, i denti negli alvèoli son come mandorle acerbe. E andiam di fratta in fratta, or congiunti or disciolti (e il verde vigor rude ci allaccia i mallèoli c’intrica i ginocchi) chi sa dove, chi sa dove! E piove su i nostri vólti silvani, piove su le nostre mani ignude, su i nostri vestimenti leggieri, su i freschi pensieri che l’anima schiude novella, su la favola bella che ieri m’illuse, che oggi t’illude, o Ermione.”
—La Pioggia nel Pineto - D’Annunzio“Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia quand’ella altrui saluta, ch’ogne lingua deven tremando muta, e li occhi no l’ardiscon di guardare. Ella si va, sentendosi laudare, benignamente d’umilta’ vestuta; e par che sia una cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare. Mostrasi sì piacente a chi la mira, che dà per li occhi una dolcezza al core, che ‘ntender non la puo’ chi no la prova; e par che de la sua labbia si mova uno spirito soave pien d’amore, che va dicendo a l’anima: Sospira.”
—Dante, Vita Nova| INFERNO - CANTO V |
«Poeta, volontieri parlerei a quei due che 'nsieme vanno, e paion sì al vento esser leggeri». Ed elli a me: «Vedrai quando saranno più presso a noi; e tu allor li priega per quello amor che i mena, ed ei verranno». Sì tosto come il vento a noi li piega, mossi la voce: «O anime affannate, venite a noi parlar, s'altri nol niega!». Quali colombe dal disio chiamate con l'ali alzate e ferme al dolce nido vegnon per l'aere dal voler portate; cotali uscir de la schiera ov'è Dido, a noi venendo per l'aere maligno, sì forte fu l'affettuoso grido. «O animal grazioso e benigno che visitando vai per l'aere perso noi che tignemmo il mondo di sanguigno, se fosse amico il re de l'universo, noi pregheremmo lui de la tua pace, poi c'hai pietà del nostro mal perverso. Di quel che udire e che parlar vi piace, noi udiremo e parleremo a voi, mentre che 'l vento, come fa, ci tace. Siede la terra dove nata fui su la marina dove 'l Po discende per aver pace co' seguaci sui. Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende prese costui de la bella persona che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende. Amor, ch'a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m'abbandona. Amor condusse noi ad una morte: Caina attende chi a vita ci spense». Queste parole da lor ci fuor porte. Quand'io intesi quell'anime offense, china' il viso e tanto il tenni basso, fin che 'l poeta mi disse: «Che pense?». Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso, quanti dolci pensier, quanto disio menò costoro al doloroso passo!». Poi mi rivolsi a loro e parla' io, e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri a lagrimar mi fanno tristo e pio. Ma dimmi: al tempo d'i dolci sospiri, a che e come concedette Amore che conosceste i dubbiosi disiri?». E quella a me: «Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore. Ma s'a conoscer la prima radice del nostro amor tu hai cotanto affetto, dirò come colui che piange e dice. Noi leggiavamo un giorno per diletto di Lancialotto come amor lo strinse; soli eravamo e sanza alcun sospetto. Per più fiate li occhi ci sospinse quella lettura, e scolorocci il viso; ma solo un punto fu quel che ci vinse. Quando leggemmo il disiato riso esser basciato da cotanto amante, questi, che mai da me non fia diviso, la bocca mi basciò tutto tremante. Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse: quel giorno più non vi leggemmo avante». Mentre che l'uno spirto questo disse, l'altro piangea; sì che di pietade io venni men così com'io morisse. E caddi come corpo morto cade.
“Le cose non vanno mai come vuoi. La chitarra faceva uscire delle note intense e la voce vibrava in gola per poi liberarsi fuori, non ho mai sentito più di quel momento. Era l’attimo. In vita tutti arriviamo all’”attimo”. Alcuni anche più di una volta. Alcuni per cazzate, altri per cose veramente serie. Per “attimo” intendo il moneto in cui non v’è più nulla attorno, può diventare un momento cruciale e fondamentale, è l’essere circondati da niente e voler esserlo, nell’”attimo” non c’è alcuna necessità, non c’è sete né fame né diarrea che tenga, lui sta lì e tu sei lì con lui, dentro di lui, lui ti svergina in un orgasmo. Ora, tutti ci arrivano, dico proprio tutti, in genere per momenti di disperazione e volontà di urlare un qualcosa che non si può gridare, molti ci arrivano e non se lo godono, trovano il modo per rovinarselo, iniziano a pensare e tutto svanisce, l’”attimo” non va intaccato da nulla, non ci pensi mentre ci sei, te ne accorgi dopo, quando non hai sentito il rumore della metro che arrivava o tua madre che ti chiamava a tavola o il telefono o le sirene della Polizia che vengono a prenderti, se ci sei nulla regge, neanche tu reggi, tu sprofondi e ci cadi dentro ed è un cadere magnifico. “E chi ti dice che tutto è una merda?” – bisogna sapere che mentre parlo di questo sto con una ragazza, lei mi sembra fantastica e io mi sembro una merda, lei è fantastica e io sono una merda, ora, se devo a qualcuno la calma e la tranquillità mentale in questo periodo, lo devo a lei. Solo parlarle è una gran bella cosa. Sapere che è viva e che respira è una gran bella cosa. Io son sempre stato uno di quelli menefreghisti e in parte lo sono ancora, non avrei mai creduto che una ragazza, oltre al sesso, potesse farmi sentire bene. Immagino molti dialoghi, nella mia testa parlo e riparlo con persone con cui avrò scambiato sì e no qualche saluto una o due volte. “Non lo so, è una sensazione, insomma io sono qui e la gente pretende qualcosa da me, insomma io sono qui e non voglio essere qui, mi hanno dato senza che io chiedesse nulla, mi hanno dato e ora vogliono il triplo indietro, roba da denunciarli, estorsione o come cazzo di chiama, truffa o quel che è, insomma ora mi buttano queste loro grandi, belle e formose responsabilità addosso e io mi sento il peso sulla schiena, mi sa che sono uno di quelli che cadrà per terra e non si rialzerà mai, non ho abbastanza muscoli, non ho mai frequentato la palestra.” – quello che parla così sono chiaramente io, quello che cerca di fare l’illuso che tutto possa sempre andare peggio ed è così, è sempre così. Questo periodo è scandito dalle parole di mio padre che non capisce chi sono, vuole che mi cerchi un lavoro e io avevo iniziato a farlo prima che lui esplodesse in questa sua attuale mania, non perché mi sentissi inutile e volessi aiutare, semplicemente sarebbe solo un’ulteriore scusa per starmene lontano da casa, visto che mi sento troppo grande per quelle mura, mi sento molto spesso in prigione a star lì dentro. Alisia ha deciso di stare con me per non so quale motivo, una cosa che le donne fanno è sceglierti, nessun uomo ha mai scelto, lei ha deciso che le andavo bene così come sono e non ha provato, fin’ora, a cambiarmi neanche un po’, la cosa è molto apprezzabile, ma io sento, qui invece sì, un senso di inutilità totale nei suoi confronti, mi chiedo perché io e so che la cosa pare normale, tutti ce lo chiediamo quando siamo felici col nostro partner, ma io ho delle motivazioni: non sono di bell’aspetto, non sono simpatico, non sono intelligente, non ho una minchia più grande della norma, non ho soldi, non sono tenero. Le cose non vanno mai come vorresti. Alisia si sente felice e pure io. Io vengo in secondo piano, io sono nascosto dall’ombra di me stesso, non sono chiaro e non pretendo d’esserlo, sono scorbutico, ma non dannato, la dannazione va riferita agli artisti ed essendo oggi cani e porci artisti, io non sono un artista, io non sono niente ancora e, sinceramente parlando, non credo di avere la determinazione e il talento per essere decisivo in futuro. Inoltre credo di essermi stufato d’essere me stesso, la peggior cosa è che non esistono centri assistenza o garanzie varie per cambiarsi il cervello e le budella tutte, vieni aiutato quando sei proprio al baratro, so di poterci arrivare potenzialmente, ma il cammino e lontano e io sono già stanco ora di tutto, di me, ma non di lei, non ora di lei, lei funziona e ne scriverei pagine e pagine e stuferei i miei quattro lettori tanto da perderli tutti, ma lei funziona e non so, forse in fondo spero che m’influenzi, mi faccia ammalare della sua stessa sporcizia e faccia funzionare pure me. ”
—Devo inventarmi un titolo“Chi veda soltanto una coda, facendo astrazione dal mostro a cui essa appartiene, potrà stimarla per se stessa mostruosa. Bisognerà riattaccarla al mostro; e allora non sembrerà più tale; ma "quale dev'essere", appartenendo a quel mostro. «Una coda naturalissima». ”
—Luigi Pirandello, “Il treno ha fischiato”
- Non mi par più tempo, questo, di scriver libri, neppure per ischerzo. In considerazione anche della letteratura, come per tutto il resto, io debbo ripetere il mio solito ritornello: “Maledetto sia Copernico!”
- Oh oh oh, che c’entra Copernico! - esclama don Eligio, levandosi su la vita, col volto infocato sotto il cappellaccio di paglia.
- C’entra, don Eligio. Perché, quando la Terra non girava…
- E dàlli! Ma se ha sempre girato!
- Non è vero. L’uomo non lo sapeva, e dunque era come se non girasse. Per tanti, anche adesso non gira. L’ho detto l’altro giorno a un vecchio contadino, e sapete come m’ha risposto? ch’era una buona scusa per gli ubriachi.
Luigi Pirandello, “Il fu Mattia Pascal”
Taci anima mia. Son questi i tristi
giorni in cui senza volontà si vive,
i giorni dell’attesa disperata.
Come l’albero ignudo a mezzo inverno
che s’attriste nella deserta corte
io non credo di mettere più foglie
e dubito d’averle messe mai.
Andando per la strada così solo
tra la gente che m’urta e non mi vede
mi pare d’esser da me stesso assente.
E m’accalco ad udire dov’è ressa
sosto dalle vetrine abbarbagliato
e mi volto al frusciare d’ogni gonna.
Per la voce d’un cantastorie cieco
per l’improvviso lampo d’una nuca
mi sgocciolano dagli occhi sciocche lacrime
mi s’accendon negli occhi cupidigie.
Ché tutta la mia vita è nei miei occhi:
ogni cosa che passa la commuove
come debole vento un’acqua morta.
Io son come uno specchio rassegnato
che riflette ogni cosa per la via.
In me stesso non guardo perché nulla
vi troverei.
E, venuta la sera, nel mio letto
mi stendo lungo come in una bara.
Camillo Sbarbaro, Pianissimo, parte seconda (1), 1914