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Il suicidio di Didone (En, IV 642,647)

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Didone

Didone ha appena avvisato la nutrice e la sorella Anna di voler compiere un rito magico, per liberarsi dell’amore di Enea e ha quindi chiesto di rimanere sola.
Ma l’intenzione è un’altra. 

At trepida et coeptis immanibus effera Dido
sanguineam volvens aciem, maculisque trementis
interfusa genas et pallida morte futura,interiora domus inrumpit limina et altos
conscendit furibunda rogos ensemque recludit
Dardanium, non hos quaesitum munus in usus.


Ma Didone [at Dido], dopo aver preso il feroce proposito [coeptis immanibus “rebus”, ablativo assoluto; aveva infatti deciso di suicidarsi], agitata e stravolta [trepida et effera], volgendo lo sguardo [aciem] sanguigno, con le gote [genas, accusativo di relazione] tremanti e cosparse di macchie [maculis interfusa] e pallida per la morte futura [stava per suicidarsi!] irrompe nelle più interne soglie del palazzo e furibonda sale gli alti gradini [conscendit gradus altos] e sfila la spada del Dardanio[ovvero Enea] dono richiesto non per questo scopo [munus non quaesitum in hos usus; Didone aveva chiesto la spada ad Enea, che gliel’aveva donata, non certo perché lei la usasse per uccidersi].

La narrazione si fa subito tragica. Didone è “trepida” ed “effera”: è fuori di se, ha appena deciso di uccidersi. “Effera” rimanda inoltre al “furor”, quella passione amorosa che divora la donna e la porta all’atto estremo, ed è quindi caratterizzato negativamente.

I due enjambement “et altos -> conscendit …” e “recludit -> Dardanium” rendono l’azione concitata ed esprimono, sul piano del significante, la stessa sensazione del piano del significato, ovvero l’ansia e la frenetica concitazione della situazione. Inoltre “Dardanium” è posto ad inizio del verso, in posizione predominante: è proprio la spada di Enea che ucciderà Didone.

Il verso 646 è inoltre costruito a chiasmo: verbo + complemento oggetto - complemento oggetto + verbo [conscendit gradus] - [ensem recludit]: la narrazione mantiene un tono epico.

Dopo questo brano Didone inizierà il suo ultimo, straziante, discorso.

“Ma lei presentì — chi ingannerebbe un'amante? — e colse per prima le trame e le mosse future, già temendo perché troppo sicura ”

—Eneide, libro IV

“Ille meos, primus qui me sibi iunxit, amores abstulit: ille habeat secum servetque sepulcro. (Quello che per primo me a sé congiunse, si portò via i miei sensi d'amore; quello se li abbia con sé e li conservi nella tomba)”

Virgilio, Eneide IV, 28-29 (Didone)
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