Siedo sul treno, fermo al piazzale ovest di Bologna Centrale, e guardo oltre il finestrino con le palpebre che cominciano a chiudersi dal sonno. Lascio cadere il libro sul petto per concentrarmi su una scena che prima non avevo notato. È una coppia che attende su una panchina, parlano e tengono i loro sguardi a contatto, sempre. Una circostanza già vista e rivista, no? In tutte le stazioni del mondo le coppie ci sono e si vogliono bene, si scambiano affetto e parole. Ma non ho altro da fare se non addormentarmi e così osservo. Sono semplici, entrambi belli ma nella media, indossano i jeans ma sopra lui è verde e lei azzurra. Ancora non si toccano, ma quella testa femminile sembra tendere a lui, i capelli pure perché mossi dal vento, le mani invece… eccole, appunto, sciogliersi in carezza. La ragazza incrocia le gambe sulla panca di pietra e gioca a tirare ciuffetti di barba dal mento di lui. Poi vedo un treno arrivare e scende una frotta di gente, attraversa i due amanti e si muove come una corrente marina. L’abbraccio è sospeso. Mi immedesimo nel ragazzo (mi viene così facile), soffro l’attesa di quei pochi secondi, quel poco che basta perché il flusso sia passato. Quanto è facile non curarsi degli altri quando si ha un corpo da abbracciare nell’immediato. Gli sguardi indiscreti mi scivolano addosso, non so neanche quanti siano i passanti, potrebbe essere un’orda e non la vedrei. Poi si incuneano l’una nell’altro, il viso di lei fa capolino per un attimo e infine si eclissa tra il collo e la spalla. Dura un po’ la stretta, perché continuano a dirsi cose all’orecchio, lui soprattutto ha molta ansia di parlare. Penso che anch’io mi perderei a rassicurarla – ma di cosa poi? Si dividono leggermente e la ragazza avanza un bacio. Come avviene sempre in una scena di questo tipo, lui lo prende, lo divora, ci va contro in anticipo e spinge avanti la bocca. Lei sorride con gli zigomi (le labbra non le stacca) e chiude gli occhi. Poi anche questo finisce ed entrambi si rialzano. La ragazza si appoggia a una colonna e lui sembra premerla. La vorrebbe ancora. Poi si avviano e muovono in direzione del treno, rimasto immobile al binario dopo il nugolo di passeggeri usciti. È lì che mi salta il cuore in gola.

A due passi dalle porte, le mani si sfiorano e lei se ne va. Una camicia verde sale sul treno, un golfino azzurro si allontana. Io spaccato in due. Certo, le storie che si vedono in stazione sono tutte uguali. Ma chi è venuto ad avvisarmi che sarebbe stato un addio? Mi ero abituato. Giusto il tempo per entrare in lui, provare le sue emozioni, sentire il corpo di lei e imparare a non vedere altro che il noi. Ormai non sapevo più scollare gli occhi dal vetro. Finché ho potuto, ho seguito una sconosciuta con un golfino azzurro allontanarsi su una linea gialla.

"Viviamo in un paese dove la gente si terrorizza davanti a due uomini che si tengono per mano, e non davanti a due uomini che tengono delle pistole in mano."

Vivi piano, tra aurore tramontate
ed i respiri di una domenica mattina,
sorridi lento, senza rumore,
guardandomi
e c’è il colore dei tuoi occhi che mi inonda
e ci sono le tue mani che mi tengono
e mi tieni, appesa solo al tremitio del tuo corpo sul mio.
Mi fai paura, così, così troppo, così vicino a me, paura che se
andrai io rimarrò per sempre
paura che se andrai non ci sarà nulla per cui rimanere ma rimarrò comunque qua ad aspettarti,
a ricordare dei tuoi colori, delle tue mani e dei tuoi baci,
a pensare a quando non sapevo di amarti ma ridevo tanto con te
e a credere di dover essere migliore.
Quindi, perché non resti?
Con me, ti ho preparato una vita intera nell’attesa della tua risposta
ed ho dimenticato com’è star sola
e ho scritto sul soffitto di quella volta che mi hai detto “sei una stella”
e ho risposto sì perché una volta sono caduta
ho espresso un desiderio
e si è avverato perché ero di nuovo in piedi
ed ho scritto anche di quella volta che mi hai detto “sei pioggia” e lo sapevo perché
ho visto nascere da me cieli grigi e ombrelli ma poi ho visto arcobaleni e fiori che lottavano per nascere
poi ho scritto che una volta dicevi “sei fuoco” ed io sorridevo annuendo perché
bruciavo tutto, avevo il mondo annerito
ma poi mi dicevi “sei un fiore”
e mi sono vista germogliare nelle tue braccia
e ho scritto tutto questo perché voglio ricordarmi di tutto,
voglio ricordarmi di quello che dici
e di quelli che vedi quando mi guardi
e soprattutto ho scritto sempre là, sul nostro soffitto punteggiato di sogni
di quando mi hai detto
“sei bella”
ed io non ci ho creduto, e sai
sono stata stupida a non crederci.
Ora resta qua con me,
soffoca le mie paure
e riempi di parole il soffitto e le pareti della mia vita
che ti amo
e continuiamo a vivere piano.
—  Elinor Scoltock e i suoi pensieri non ben definiti.
E non mi sembra di chieder tanto, solamente una persona che mi ami, una persona di quelle che c’è sempre: una di quelle che la sera si presentano sotto casa con la pizza, una di quelle che la mattina ti svegliano con i troppi messaggi che ti mandano, ma capisci che a te ci tengono, una di quelle che ti abbracciano così, senza motivo, da dietro, come per farti capire “quando meno te lo aspetti io son qui. Con te.”
Chi scrive vuol essere compreso, ma altrettanto sicuramente vuole non essere compreso. Non è affatto un argomento contro un libro, se uno non lo capisce: forse era proprio questa l’intenzione del suo autore: non voleva essere capito da uno qualsiasi. Ogni spirito nobile si sceglie gli ascoltatori, quando vuole essere capito e scegliendo, traccia contemporaneamente i confini nei confronti degli altri. Le sottili leggi di uno stile hanno tutte origine da qui: esse tengono a distanza, vietano l’accesso, la comprensione, mentre aprono le orecchie di coloro con cui abbiano affinità.
—  F. Nietzsche

Siamo in piedi, rigidi e dimenticati,
sull’orlo di un precipizio selvaggio,
l’uno all’altra attaccati;
nè un lamento, lacrima o parola:
per precipitare basta una mossa.

Come legami di carne e sangue
ci proteggono le nostre labbra,
blu e tremanti, ci tengono attaccati.
Finché mi baci non abbiamo parole,
ma dì una parola e cadiamo entrambi.

—   Endre Ady de Diósad
Mi capita spesso di immaginare la nostra generazione tra qualche anno. Magari nel 2080, vi immaginate il 2080? Vecchietti che si tengono per mano, coi dread bianchi. Coi segni dei passati dilatatori sulle orecchie. Coi piercing al naso o sul labbra. Coi tatuaggi sulla pelle invecchiata con il tempo. Con i cappelli dell’Obey. Vestiti con jeans e vans.
Immaginate? Vecchiette che si tengono per mano. Con i capelli rossi, blu, verdi. Con i piercing pure. Con l’iPod sempre dietro e la musica a palla. Gemitaiz, Salmo, i Bring Me The Horizon. Con i leggins. Coi felponi. Con gli zainetti ricoperti di scritte e spille delle loro band preferite. Si ricordano dei concerti. E si perdono nei ricordi della giovinezza. Magari vecchietti a cui piace ancora leggere e riempire i quaderni di pensieri. Che sanno cogliere i dettagli. Che guardano la loro pelle rovinata e con segni del passato. Che possono dire di aver vissuto. Dio, che generazione che siamo.
—  Cit.
Questo post ha ragione di esistere, ma non di farlo ora.

Devo dire addio a tante cose che mi trascino dietro, che mi stanno addosso e mi appesantiscono, mi rallentano, mi tengono a terra mentre io vorrei volare. Per cui tanto vale farlo, scriverlo nero su bianco ed esorcizzarle: 

  • Addio a tutti gli amici che dovevano esser per sempre e poi sono spariti;
  • Addio alle ex che ritornano e addio anche a quelle che non sono tornate, anche se c’ho sperato adesso addio;
  • Addio alle scelte sbagliate, di cui mi sono pentito e di cui mi pento, addio;
  • Addio alle strade che non ho intrapreso; 
  • Addio ai “se” ed ai “ma”, perché non tornino più a tormentarmi gli dico addio;
  • Addio alle parole non dette, le cotte non confessate, i rischi che non ho avuto il coraggio di correre, gli dico addio;
  • Addio ai sogni infranti, che forse un po’ ci spero ancora ma sono infranti e quindi addio;
  • Addio alla paura di deludere le aspettative; 
  • Addio alle notti in bianco e addio ai messaggi che non hanno avuto risposta;
  • Addio alle promesse non mantenute, le mie e quelle degli altri, ma soprattutto degli altri;
  • Addio a quelle volte che ho pensato “non ce la faccio” e poi invece ce la fai sempre; 
  • Addio alle botte della vita, i tiri mancini, quei tradimenti che proprio non ti aspettavi, addio anche ai miei;
  • Addio a tutti gli imbarazzi, che quando ci ripensi mordi il cuscino e mugugni “oddio che coglione!”;
  • Ma soprattutto addio al più grande dei drammi, il pensiero che essere se stessi, solo se stessi, non sia abbastanza, non abbastanza simpatico, non abbastanza popolare, addio al bisogno di piacere per forza e addio alla paura di non riuscirci. 
7 luoghi comuni che i bibliotecari non sopportano più

Prima o dopo, quelli che lavorano in biblioteca se li son sentiti dire tutti. Quando un bibliotecario si presenta in genere le reazioni sono queste:

1) "Ma la gente va ancora in biblioteca anche se c’è Google?"

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(foto: “Mi fa venir voglia di piangere e poi morire”).

È incredibile quante persone rispondano in questo modo quando dico di essere un bibliotecario. Comunque li rassicuro: i bibliotecari tengono duro e presidiano le biblioteche, così come i medici provano ancora a fare i medici nonostante la mole di informazioni mediche sul web.


2) “Così sei, diciamo, un volontario”? Tipicamente seguito da “Davvero? devi avere un titolo di studio per fare il bibliotecario?”

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Quasi tutti quelli con cui ho parlato sono rimasti basiti nel sapere che i bibliotecari hanno dei titoli di studio specialistici.

3) "Ma la carta stampata non è morta ormai?”

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(foto: “Mi state facendo uno scherzo?”)
Sì, c’è davvero chi ancora lo dice.

4) “Sei un bibliotecario? Che sexy!”

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(foto: “Scusa!?! Che cafone!)

Non ho parole.

5) ”Che bello deve essere poter leggere tutto il giorno”

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Ma in realtà sta pensando: ”Bella la vita, eh?”

6) “Allora, in pratica, passi la giornata a fare ssssshh?

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Si, è la cosa più importante del nostro lavoro…

7) "Quindi, secondo te quale sarà il futuro delle biblioteche? Io ho una teoria…"

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Per qualche strana ragione, quando dici a qualcuno che sei un bibliotecario, quello diventa subito un futurologo e vuole condividere con te la sua idea di come si trasformeranno le biblioteche. L’idea si basa ovviamente su approfondite ricerche… probabilmente fatte su Google (vedi punto 1) 

[tradotto da qui: http://oedb.org/ilibrarian/7-things-librarians-tired-hearing/]

Non è difficile da capire. Le ragazze come te tengono gli uomini a distanza. Probabilmente alcuno hanno provato ad avvicinarti, ma non ci sono riusciti, perché non ti rendevi conto di quanto eri bella.
—  Prigioniera del tuo amore, J. K. Reed

La verità è che sono stanca.
Stanca di lottare per fare in modo che le persone restino vicino a me.
Sono stanca di continuare a sperare che le persone conoscendomi,non se ne scappano da me.
Sono stanca di lottare ogni giorno,lottare che lui prima o poi possa innamorarsi di me.
Sono stanca di lottare per piacere alle persone.
Stanca di dare una visione di me tutt’altra differente dalla realtà che sono.
Sono stanca di lottare per sapere se le persone tengono a quello che sono,non a quello che ho.
Sono stanca di lottare,stanca di voler piacere..stanca di non essere me,sono stanca.

-Elena.

—  No, vaffanculo. Hai spezzato il mio cuore. on facebook. 
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