Credo, Milena, che noi due abbiamo una particolarità in comune: siamo tanto timidi e ansiosi, quasi ogni lettera è diversa, quasi ciascuna si spaventa della precedente, e, più ancora, della risposta. Lei non lo è per natura, lo si vede facilmente, e io, forse, nemmeno io lo sono per natura, ma ciò è quasi diventato natura, e si dilegua soltanto nella disperazione, tutt’al più nell’ira, e, da non dimenticare, nell’angoscia.
Talora ho l’impressione che abbiamo una camera con due porte, l’una di fronte all’altra, e ognuno stringe la maniglia di una porta e basta un batter di ciglia dell’uno perché l’altro sia già dietro la sua porta e basta che il primo dica una sola parola, il secondo ha già certamente chiuso la porta dietro di sé e non si fa più vedere. Egli riaprirà, sì, la porta, perché si tratta di una camera che forse non si può lasciare. Se non fosse esattamente come il secondo, il primo starebbe tranquillo, preferirebbe, in apparenza, non guardare neanche verso il secondo, metterebbe lentamente in ordine la camera, quasi fosse una camera come qualunque altra, ma invece fa esattamente la stessa cosa presso la sua porta, talvolta persino tutti e due sono di là dalle porte e la bella camera è vuota. 

Le ricchezze del tuo amore (William Shakespeare)

21 gennaio 2010 alle ore 15.34

Talora, venuto in odio alla Fortuna e agli uomini, 
Io piango solitario sul mio triste abbandono, 
E turbo il cielo sordo con le mie grida inani, 
E contemplo me stesso, e maledico la sorte, 
Agognandomi simile a tale più ricco di speranze, 
Di più belle fattezze, di numerosi amici, 
Invidiando l’ingegno di questi, il potere di un altro, 
Di quel che meglio è mio maggiormente scontento: 
Ma ecco che in tali pensieri quasi spregiando me stesso, 
La tua immagine appare, e allora muto stato, 
E quale lodola, al romper del giorno, si innalza 
Dalla terra cupa, lancio inni alle soglie del cielo: 
Poichè il ricordo del dolce tuo amore porta seco 
Tali ricchezze, che non vorrei scambiarle con un regno.

Kinnara: un nuovo tatuaggio davvero mitico!
La parola mitologia qui in Thailandia assume connotazioni particolari. Fede, religione, magia, superstizione, animismo, buddismo induismo sembrano fondersi l’uno nell’altro per plasmare il quotidiano di questo paese del sudest asiatico.

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Una delle tante statue di Kinon กินนร a Wat Phra Keaw

Fin dalla prima volta che visitai Wat Phra Keaw (il Tempio del Buddha di Smeraldo annesso al Gran Palace) rimasi profondamente affascinato da una strana figura, metà umana e metà uccello. Statue e affreschi ne raffiguravano le sembianze talora maschili altre volte femminili. Una sorta di angelo dalle fattezze molto raffinate ed eleganti.

Nella mitologia buddista e indù, un Kinnara è un amante paradigmatico, esempio per i mortali, musicista celestiale e poeta d’alto valore, metà uomo e metà cavallo per la cultura dell’India o metà umano e metà uccello nel sudest asiatico, Thailandia inclusa.

Di certo la controparte femminile, Kinnari - กินรี - è quella più frequentemente raffigurata; testa, viso, torace, braccia e mani di una donna e ali, coda e piedi di un cigno. Una delle tante creature che popolano la mitica foresta Himavanta. E’ famosa per la sua danza, il suo dolce cantare e le sue poesie: è il simbolo tradizionale della bellezza e della grazia femminile.

Con il tempo ho iniziato a vedere ovunque questi angeli. Non sto dicendo che ho iniziato ad avere le visioni. Dico che mi sono reso conto che i Kinnara sono davvero molto diffusi nell’iconografia religiosa tailandese e sono raffigurati non solo nei templi ma anche in molti edifici governativi e in molte rappresentazioni teatrali tradizionali. La stessa Thai Airways International pubblica una rivista mensile con il titolo Kinnari

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Eccomi così di nuovo sotto le abili mani di Van!

Che relazione c’è fra i Kinnara e Van?

Che lui stia diventando “mitico” per la sua abilità di tatuatore nessuno lo mette in dubbio ma da qui a diventare un moderno Kinnara ce ne passa. La connessione è ben più semplice e banale. Mi sono affidato a lui per farmi tatuare un Kinon, la figura maschile dei Kinnara. Di tatuaggi magici ne ho due e avendo scelto una posizione piuttosto delicata per il Kinon ho deciso di affidarmi a Van

Perché Kinon? Perché presto arriverà Kinnari a fargli compagnia, tanto più che i tatuaggi devono sempre essere in numero dispari!

Lascio a voi giudicare il risultato finale:

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Vi saluto con un’informazione aggiuntiva: dal prossimo mese Van si trasferisce! Sempre su Silom Road. Sempre all’altezza di Soi 4… ma in uno studio più grande! Io ho il suo cellulare…se vi serve fissare un appuntamento, fatemelo sapere o contattatelo tramite la pagina Facebook

Ho una cicatrice/ sembra un tatuaggio sai che cosa dice? Avanti, coraggio!
Jovanotti, 2002 - Date al diavolo un bimbo per cena

non serve che un po’ di realismo per convincersi che non ne verremo fuori se non cambiando il nostro welfare, facendo funzionare la giustizia, la scuola, etc. Nostra opinione è che questi cambiamenti non ci saranno, o comunque non saranno efficaci, se non ridurremo il ruolo dello stato. Ma questa è per l’appunto la nostra visione ideologica, temiamo nient’affatto maggioritaria.
— 

http://www.ilfoglio.it/articoli/v/120844/rubriche/i-tagli-prodi-e-nemico-liberista-che-non-c-e.htm

Per non esser solo distruttivi di pie illusioni, spacciate ai più ansiosi in crisi d’astinenza. Resta che le “scorciatoie” portano solo ai paesi dei balocchi di pinocchiana memoria.

Comprendo bene quanto sia poco “italiano” pensarlo, ma nessun colpo di genio o taglio d’angolo può mai rimpiazzare il duro, costante, noioso e talora doloroso lavoro sui fondamentali. Nella vita di tutti i giorni, nello sport, nel funzionamento dei sistemi economici complessi. 

Lista delle più meglio scoperte del Secolo Ventuno: il Shazam (quante volte, da giovane, soffrii a cagion di meravigliose canzoni dall’ignoto titulo!); la presa per caricare il cel in treno; Valsoia e soprattutto Lui: il Punto e Virgola, the one and only (prima del Secolo Ventuno chi se lo inculava, il Punto e Virgola.) Lista delle più peggio scoperte del Secolo Ventuno: l’automobile (sottolineo secolo Ventuno); il Visualizzato alle; il Digitale Terrestre Purpureo che si dovette comprare quel cazzone di decoder e qui nei bricchi liguri tra monti e mar talora non prende la Rai; l’Instacazz con su le foto delle fiche.

Le parole si tendono si lacerano
e talora si spezzano sotto il peso,
sotto la tensione
incespicano scivolano muoiono
imputridiscono per imprecisione
non vogliono stare al loro posto
non vogliono restare ferme.
—  Thomas Stearns Eliot 
Alcuni pensieri sulla Bibbia

Nel Cap. 49 davo qualche flash sui primi pensieri che mi venivano in mente a seguito della lettura della Bibbia e, fra l’altro, definivo la lettura stessa a tratti sconvolgente. Mi risulta che moltissime persone, incolte e impreparate come me, abbiano avuto, a caldo, le stesse mie sensazioni. Ma penso che anche i teologi e gli esegeti, talora, siano rimasti scossi e titubanti. Sono poi tantissimi i punti, nell’Antico Testamento, che ci fanno pensare ad un Dio molto diverso da quello che ci viene manifestato da Gesù nel Nuovo Testamento. Però, pur non avendone conoscenza diretta, posso senz’altro immaginare che esistano migliaia di libri esplicativi, di teologi e di esegeti, che abbiano in tutti i tempi trattato (e chiarito) la questione. Quindi a questo punto, ben consapevole della mia pochezza, dovrei tenermi il mio sconvolgimento e spegnere il computer. Ma così non avrei risolto nulla e la lettura, che pure qualche fatica mi è costata, non avrebbe prodotto alcun frutto.

Devo pertanto cercare di capire da me, magari rileggendo qualche brano.

Il caso “Mosè”.

Mi resta oscura ed eccessiva la punizione data da Dio al suo grandissimo profeta Mosè: quella di non fargli varcare l’accesso alla Terra Promessa. Anche gli esegeti non hanno saputo fare chiarezza su questo punto. Nel testo biblico dei Numeri (Cap. 20), l’unico neo riscontrabile nella condotta di Mosè, dopo il passaggio del Mar Rosso, è quello della sua quasi impercettibile esitazione nell’eseguire il comando di Dio per salvare il suo Popolo dalla sete, nel deserto. Dio dice a Mosè di battere col bastone contro una roccia: ne sarebbe scaturita una sorgente d’acqua sufficiente per tutte le esigenze del popolo (sette, ottocentomila uomini) e delle mandrie e greggi del bestiame. Mosè picchiò col bastone il masso una volta, poi una seconda volta.

È commovente la descrizione, nel Deuteronomio, della morte di Mosè, ed è umanamente incomprensibile, sconvolgente, l’operato del Signore. Leggiamo nel Cap. 34, vv. 1 – 5: Salì dunque Mosè dalla pianura di Moab sul monte Nebo, sino alla vetta di Fasga, di contro a Gerico. Ed il Signore gli fece vedere tutta la terra di Galaad sino a Dan, tutto Neftali, la terra di Efraim e di Manasse, e tutta la terra di Giuda sino al mare estremo, la regione meridionale e tutta la distesa della campagna di Gerico, che è la città detta delle palme, sino a Segor. Ed il Signore gli disse: “Questa è la terra per la quale io feci giuramento ad Abramo, Isacco e Giacobbe dicendo: - La darò alla vostra discendenza. – Ecco, tu l’hai vista coi tuoi occhi, ma non v’entrerai”.

Ivi dunque, nel paese di Moab, per ordine del Signore, morì Mosè, il servo del Signore…

Il fatto che nella Bibbia non vi sia traccia di alcuna motivazione, non esclude che il Signore abbia avuto le Sue buone ragioni, note a Lui solo, per impedire a Mosè di mettere piede nella Terra Promessa. Come diciamo noi logudoresi, Lui è "Su Soberanu", Colui che allo stesso Mosè ebbe a dire: "Userò misericordia a chi uso misericordia e avrò compassione di chi avrò compassione"; ossia, Egli è tenero con chi vuole, e con chi vuole si indura, e nessuno può obiettare alcunché. Dice S. Paolo (Rom, 9 – 20): "O uomo, e chi sei tu che vieni a disputa con Dio? Non mica dirà il vaso al vasaio: - Perché mi hai fatto così?- "

La Terra Promessa.

Un altro punto che fra tutti, all’impronto, mi sconcerta è questo: perché il Signore ha promesso al Popolo eletto (Israele) la Terra di Canaan, dove scorreva latte e miele? La terra di Canaan non era disabitata; quindi il Signore, per darla ad Israele, ha dovuto estromettere o sopprimere le genti che l’abitavano. Ma anche queste genti erano sue creature; e allora, dov’è la giustizia di Dio?

Ancora una volta, la risposta posso trovarla nella stessa Bibbia: nel Libro della Sapienza, nei Salmi, in San Paolo, nell’Ecclesiastico. Per capire, bisogna partire dall’inizio, dal libero arbitrio dato da Dio all’uomo. Il libero arbitrio, però, non deve intendersi come "carta bianca", ossia come libertà illimitata nell’agire dell’uomo. Leggiamo infatti nell’Ecclesiastico: "Iddio da principio creò l’uomo, e lo lasciò in mano del suo arbitrio. Aggiunse però i suoi comandamenti e i suoi precetti. Se tu vorrai, osserverai i suoi comandamenti e il serbare fedeltà dipende dal tuo beneplacito. Ti ha messo davanti l’acqua e il fuoco: a quel che tu vuoi, stendi la mano. Di faccia all’uomo son la vita e la morte, il bene e il male: ciò che gli piacerà gli sarà dato." (Ecli, 15 – 14, ss.). Ma Iddio non vuole "una turba di figlioli infedeli e inutili" e distoglie il suo sguardo dagli empi e dai peccatori. Quindi questi sono lasciati al destino di perdizione che loro stessi hanno scelto. E quale popolo più empio delle genti di Canaan? Leggiamo nel libro della Sapienza (12 – 3,ss.): "Invero, gli abitatori antichi della tua terra santa che tu aborrivi, perché detestabili opere di magia facevano al tuo cospetto ed empi sacrifizi, quei tristi che uccidevano spietatamente i propri figlioli, e divoravano viscere umane e ne bevevano il sangue, in mezzo alle loro orge; quei genitori assassini di vite indifese, tu volesti distruggerli per mano dei nostri padri, affinché quella terra che più di ogni altra t’è cara ricevesse una degna colonia di figlioli di Dio."

Considerazioni sull’apparente contrasto tra il Dio dell’Antico Testamento ed il Dio del Nuovo Testamento.

I modi in cui Dio entra in comunicazione con gli uomini nei due distinti periodi storici (Antico e Nuovo Testamento) sono molto diversi, quasi incompatibili fra loro. Nel primo periodo, troviamo un Dio – per così dire – quasi a misura d’uomo; attoniti e sconcertati, scopriamo in Lui atteggiamenti tipici della psicologia umana: irascibilità, sdegno, vendetta. Ma appunto per questo, l’operato di Dio è capito ed accettato dagli uomini, proprio perché “adeguato” alla saggezza ed al senso di giustizia umana. In sostanza, nel tempo antico Dio si è voluto adeguare alla mentalità, al livello culturale del suo Popolo, proprio per non sconvolgerne la sensibilità e per non influire negativamente nel processo evolutivo della psiche umana, processo che avrebbe richiesto (e Dio lo sapeva) tempi lunghi.

Nel Nuovo Testamento l’immagine di Dio si palesa per quella che realmente è. Essendo maturi i tempi, chiusa l’epoca dei profeti, il Signore dà inizio all’era messianica che porterà l’intera umanità – secondo il Suo progetto di salvezza – nella inimmaginabile "situazione" da Lui stabilita per l’eternità. Dio quindi instaura un contatto diretto con l’uomo, assumendo Egli stesso, nella persona del Figlio Gesù Cristo, la natura umana: vivendo, operando, predicando, beneficando, piangendo, godendo, faticando, soffrendo e infine morendo come gli uomini.

Con Gesù, Dio si è rivelato per quello che è: Dio è solo Amore; e risorgendo dalla morte, col corpo glorificato (col corpo, cioè, vero, reale, tangibile; ma nel contempo capace di traversare ogni ostacolo e di librarsi nei cieli), Dio ha rivelato agli uomini, ai credenti, quello che sarà il loro destino ultimo, alla fine dei tempi: il risorgere dei corpi glorificati, ciascuno con la propria anima, nell’eternità.

Come incontrare Dio?

L’insegnamento fondamentale che si trae dalla Sacra Scrittura è che Dio ama l’uomo di un amore sconfinato, dato che l’ha creato proprio in funzione della futura glorificazione nell’eternità, quando la creatura si troverà immersa nella inimmaginabile ed ineffabile visione del suo Creatore. L’amore di Dio deve però essere corrisposto dall’uomo al massimo delle sue possibilità. Per amare Dio, naturalmente, bisogna cercarlo e trovarlo; il che non è difficile. Dio infatti non è mai lontano da noi. Egli, come diceva lo scrittore francese Julien Green, ci segue passo passo; e se si ha l’animo ben disposto ad incontrarlo, basta tendergli la mano, rivolgergli la parola, dirgli il nostro affanno, o la nostra gioia; ed ecco che Lui è lì, pronto a sorreggerci, a rinfrancarci, a gioire con noi. Così, senza strepiti, senza strombazzamenti, senza cataclismi. Come si fece vicino al profeta Elia, nel momento del suo sconforto per il paventato fallimento della sua missione. Leggiamo nel 3° Libro dei Re (Cap. 19 - 11, ss.):
Gli disse il Signore: “Vieni fuori (dalla spelonca) e tieniti sulla montagna dinanzi al Signore; ed ecco il Signore passa”. E vi fu un gran vento così forte da scuotere i monti e da polverizzare le pietre dinanzi al Signore; ma il Signore non era col vento. E dopo il vento, un terremoto; ma il Signore non era col terremoto. E dopo il terremoto, un fuoco; ma il Signore non era col fuoco; e dopo il fuoco il sussurro di un’aura leggera… E con l’aura leggera passò il Signore e parlò con Elia.

10 agosto 2003

Oggi mi è capitato di leggere, in una rivista, un articolo del saggista V. Cutro, dal titolo: Saper ascoltare il silenzio (nella ricerca di Dio). Cito testualmente un passaggio: "Dio non parla nel fragore, ma nella quiete, non nello stato frenetico, ma nello stato di abbandono cui a volte ci lasciamo andare, anche se solo per riacquistare le forze, per correre ancora più di prima."

10 febbraio 2004

Talora gli avveniva di pensare pressappoco così: è già abbastanza che io sia quel che sono e non voglia né possa mutarmi: negligente, controso, preoccupato di cose alle quali nessuno pensa. […] E non di rado pensava anche: perchè mai sono così diverso dagli altri e in conflitto con tutti, mal visto dai professori, estrano in mezzo ai miei compagni? Guardali un po’ come sono, i bravi scolari, i tipi solidamente mediocri! Non trovano ridicoli i professori, non scivono versi, pensano soltanto a quelle cose che devono essere pensate e che si possono esprimere a voce alta. Come devono sentirsi in regola e d’accordo con tutto e con tutti! Dev’essere bello…Ma io, allora che cos’ho? E come finirà?
—  Tonio Kröger, Thomas Mann

Talora rileggo le minchiate che scrivo e mi dico Certo che se decedo improvvisamente lascio proprio delle ultime parole famose notevoli.

I SETTE MESSAGGERI

Partito ad esplorare il regno di mio padre, di giorno in giorno vado allontanandomi dalla città e le notizie che mi giungono si fanno sempre più rare. Ho cominciato il viaggio poco più che trentenne e più di otto anni sono passati, esattamente otto anni, sei mesi e quindici giorni di ininterrotto cammino.
Credevo, alla partenza, che in poche settimane avrei facilmente raggiunto i confini del regno, invece ho continuato ad incontrare sempre nuove genti e paesi; e dovunque uomini che parlavano la mia stessa lingua, che dicevano di essere sudditi miei.
Penso talora che la bussola del mio geografo sia impazzita e che, credendo di procedere sempre verso il meridione, noi in realtà siamo forse andati girando su noi stessi, senza mai aumentare la distanza che ci separa dalla capitale; questo potrebbe spiegare il motivo per cui ancora non siamo giunti all’estrema frontiera.
Ma più sovente mi tormenta il dubbio che questo confine non esista, che il regno si estenda senza limite alcuno e che, per quanto io avanzi, mai potrò arrivare alla fine.
Mi misi in viaggio che avevo già più di trent’anni, troppo tardi forse. Gli amici, i familiari stessi, deridevano il mio progetto come inutile dispendio degli anni migliori della vita. Pochi in realtà dei miei fedeli acconsentirono a partire. Sebbene spensierato – ben più di quanto sia ora! – mi preoccupai di poter comunicare, durante il viaggio, con i miei cari, e fra i cavalieri della scorta scelsi i sette migliori, che mi servissero da messaggeri. Credevo, inconsapevole, che averne sette fosse addirittura un’esagerazione.
Con l’andar del tempo mi accorsi al contrario che erano ridicolmente pochi; e si che nessuno di essi è mai caduto malato, né è incappato nei briganti, né ha sfiancato le cavalcature. Tutti e sette mi hanno servito con una tenacia e una devozione che difficilmente riuscirò mai a ricompensare.
Per distinguerli facilmente imposi loro nomi con le iniziali alfabeticamente progressive: Alessandro, Bartolomeo, Caio, Domenico, Ettore, Federico, Gregorio. Non uso alla lontananza dalla mia casa, vi spedii il primo, Alessandro, fin dalla sera del mio secondo giorno di viaggio, quando avevamo percorso già un’ottantina di leghe.
La sera dopo, per assicurarmi la continuità delle comunicazioni, inviai il secondo, poi il terzo, poi il quarto, consecutivamente, fino all’ottava sera di viaggio, in cui partì Gregorio. Il primo non era ancora tornato.
Ci raggiunse la decima sera, mentre stavamo disponendo il campo per la notte, in una valle disabitata. Seppi da Alessandro che la sua rapidità era stata inferiore al previsto; avevo pensato che, procedendo isolato, in sella a un ottimo destriero, egli potesse percorrere, nel medesimo tempo, una distanza due volte la nostra; invece aveva potuto solamente una volta e mezza; in una giornata, mentre noi avanzavamo di quaranta leghe, lui ne divorava sessanta, ma non di più.
Così fu degli altri. Bartolomeo, partito per la città alla terza sera di viaggio, ci raggiunse alla quindicesima; Caio, partito alla quarta, alla ventesima solo fu di ritorno. Ben presto constatai che bastava moltiplicare per cinque i giorni fin lì impiegati per sapere quando il messaggero ci avrebbe ripresi.
Allontanandoci sempre più dalla capitale, I’itinerario dei messi si faceva ogni volta più lungo. Dopo cinquanta giorni di cammino, I’intervallo fra un arrivo e l’altro dei messaggeri cominciò a spaziarsi sensibilmente; mentre prima me ne vedevo arrivare al campo uno ogni cinque giorni, questo intervallo divenne di venticinque; la voce della mia città diveniva in tal modo sempre più fioca; intere settimane passavano senza che io ne avessi alcuna notizia.
Trascorsi che furono sei mesi – già avevamo varcato i monti Fasani – I’intervallo fra un arrivo e l’altro dei messaggeri aumentò a ben quattro mesi. Essi mi recavano oramai notizie lontane; le buste mi giungevano gualcite, talora con macchie di umido per le notti trascorse all’addiaccio da chi me le portava.
Procedemmo ancora. Invano cercavo di persuadermi che le nuvole trascorrenti sopra di me fossero uguali a quelle della mia fanciullezza, che il cielo della città lontana non fosse diverso dalla cupola azzurra che mi sovrastava, che l’aria fosse la stessa, uguale il soffio del vento, identiche le voci degli uccelli. Le nuvole, il cielo, I’aria, i venti, gli uccelli, mi apparivano in verità cose nuove e diverse; e io mi sentivo straniero.
Avanti, avanti! Vagabondi incontrati per le pianure mi dicevano che i confini non erano lontani. Io incitavo i miei uomini a non posare, spegnevo gli accenti scoraggiati che si facevano sulle loro labbra. Erano già passati quattro anni dalla mia partenza; che lunga fatica. La capitale, la mia casa, mio padre, si erano fatti stranamente remoti, quasi non ci credevo. Ben venti mesi di silenzio e di solitudine intercorrevano ora fra le successive comparse dei messaggeri. Mi portavano curiose lettere ingiallite dal tempo, e in esse trovavo nomi dimenticati, modi di dire a me insoliti, sentimenti che non riuscivo a capire.
Il mattino successivo, dopo una sola notte di riposo, mentre noi ci rimettevamo in cammino il messo ripartiva nella direzione opposta, recando alla città le lettere che da parecchio tempo io avevo apprestate.
Ma otto anni e mezzo sono trascorsi. Stasera cenavo da solo nella mia tenda quando è entrato Domenico, che riusciva ancora a sorridere benché stravolto dalla fatica. Da quasi sette anni non lo rivedevo. Per tutto questo periodo lunghissimo egli non aveva fatto che correre, attraverso praterie, boschi e deserti, cambiando chissà quante volte cavalcatura, per portarmi quel pacco di buste che finora non ho avuto voglia di aprire. Egli è già andato a dormire e ripartirà domani stesso all’alba.
Ripartirà per l’ultima volta. Sul taccuino ho calcolato che, se tutto andrà bene, io continuando il cammino come ho fatto finora e lui il suo, non potrò rivedere Domenico che fra trentaquattro anni. Io allora ne avrò settantadue. Ma comincio a sentirmi stanco ed è probabile che la morte mi coglierà prima. Così non lo potrò mai più rivedere.
Fra trentaquattro anni (prima anzi, molto prima) Domenico scorgerà inaspettatamente i fuochi del mio accampamento e si domanderà perché mai nel frattempo, io abbia fatto così poco cammino. Come stasera. il buon messaggero entrerà nella mia tenda con le lettere ingiallite dagli anni, cariche di assurde notizie di un tempo già sepolto; ma si fermerà sulla soglia, vedendomi immobile disteso sul giaciglio, due soldati ai fianchi con le torce, morto.
Eppure, va, Domenico, e non dirmi che sono crudele! Porta, il mio ultimo saluto alla città dove io sono nato. Tu sei il superstite legame con il mondo che un tempo fu anche mio. I più recenti messaggi mi hanno fatto sapere che molte cose sono cambiate, che mio padre è morto che la Corona è passata a mio fratello maggiore, che mi considerano perduto, che hanno costruito alti palazzi di pietra là dove prima erano le querce sotto cui andavo solitamente a giocare. Ma è pur sempre la mia vecchia patria.
Tu sei l’ultimo legame con loro, Domenico. Il quinto messaggero, Ettore, che mi raggiungerà, Dio volendo, fra un anno e otto mesi, non potrà ripartire perché non farebbe più in tempo a tornare. Dopo di te il silenzio, o Domenico, a meno che finalmente io non trovi i sospirati confini. Ma quanto più procedo, più vado convincendomi che non esiste frontiera.
Non esiste, io sospetto, frontiera, almeno non nel senso che noi siamo abituati a pensare. Non ci sono muraglie di separazione, né valli divisorie, né montagne che chiudano il passo. Probabilmente varcherò il limite senza accorgermene neppure, e continuerò ad andare avanti, ignaro.
Per questo io intendo che Ettore e gli altri messi dopo di lui, quando mi avranno nuovamente raggiunto, non riprendano più la via della capitale ma partano innanzi a precedermi, affinché io possa sapere in antecedenza ciò che mi attende.
Un’ansia inconsueta da qualche tempo si accende in me alla sera, e non è più rimpianto delle gioie lasciate, come accadeva nei primi tempi del viaggio; piuttosto è l’impazienza di conoscere le terre ignote a cui mi dirigo.
Vado notando – e non l’ho confidato finora a nessuno – vado notando come di giorno in giorno, man mano che avanzo verso l’improbabile mèta, nel cielo irraggi una luce insolita quale mai mi è apparsa, neppure nei sogni; e come le piante, i monti, i fiumi che attraversiamo, sembrino fatti di una essenza diversa da quella nostrana e l’aria rechi presagi che non so dire.
Una speranza nuova mi trarrà domattina ancora più avanti, verso quelle montagne inesplorate che le ombre della notte stanno occultando. Ancora una volta io leverò il campo, mentre Domenico scomparirà all’orizzonte dalla parte opposta, per recare alla città lontanissima l’inutile mio messaggio.

— 

da “I sette messaggeri”; Dino Buzzati.

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