spensie

Tra pochi minuti sarebbe arrivata. Ero appostato davanti a quella colonna, in stazione. Faceva abbastanza freddo. Mi accesi l’ennesima sigaretta della giornata, ero nervoso. Eppure erano soltanto le sette del mattino, diamine! Dovevo mantenere la calma. Aspirai, e buttai fuori un’altra boccata di fumo. Sospirai. Tirai fuori dalla tasca il mio cellulare, aprii WhatsApp. Il messaggio non era ancora arrivato al mittente, era ancora in treno, non aveva segnale. Feci l’ultima tirata, la buttai a terra e la spensi, col tallone delle mie Air Force scassate. Mi alzai i jeans, come al solito, mi scendevano troppo in basso. Mi passai una mano tra i capelli, ero in ansia. Mi prese un tic veloce alla gamba, non riuscivo a farla stare ferma. Giubbotto di pelle e occhiali da sole, odiavo la luce mattutina, per di più, senza aver dormito. Avevo passato la notte in bianco, come al solito, più del solito. Maledetta ansia. Guardai l’orologio, erano le 7:37. Ovviamente il treno era in ritardo. L’odiosa voce al microfono di Trenitalia interruppe i miei pensieri. “Il treno regionale x è in arrivo al binario…”. Era il suo. Tra pochi minuti sarebbe arrivata. Il cuore iniziò a palpitare no-stop, incontrollato e incontrollabile. Mi venne una fitta allo stomaco, la solita. “Respira…”, mi ripetevo mentalmente. Erano i tre minuti più lunghi della mia vita. Mi accesi un’altra sigaretta. Ed eccolo. Vidi il treno arrivare in lontananza. Tra pochi istanti l’avrei abbracciata. Avevo paura. Una paura fottuta. Volevo scappare. “Fermo, fermo! Resisti”, mi dissi, mentalmente. Non riuscivo a muovermi, ero li, immobile, con un piede su quella colonna di marmo e l’altro a terra. Ci avevo messo le radici. Finalmente il treno si fermò, davanti a me. Le portiere iniziarono aprirsi, una mandria di gente di tutte le età, perlopiù adolescenti iniziò a scendere, scatenati, urlando, parlando, ridendo, facendo casino. Panico. Stavo andando fottutamente nel panico più totale. Aspirai di nuovo, calma apparente. E poi… Eccola. La vidi scendere, a pochi passi da me. Incrociai il suo sguardo. Fu un attimo. Buttai la sigaretta a terra e corsi da lei, lei fece lo stesso. Mi ritrovai così, abbracciato a lei, con decine di persone attorno che scendevano e ci camminavano attorno, sentivo lo sguardo della gente addosso. Sicuramente, ci stavano guardando in molti, o forse, era soltanto una delle mie solite paranoie. Smisi di pensare. La strinsi più forte a me, prendendola dai fianchi, baciandola. Un bacio lento, dolcissimo, aspettavo da troppo tempo quel momento per riuscire a trattenermi. La presi in braccio, continuando a baciarla, appoggiandola contro una di quelle colonne piene di scritte. Chissà quanti baci rubati videro, quelle colonne. Finalmente ero con lei. Ero a casa, mi sentivo a casa. L’ansia era sparita. Lei, era la mia medicina, contro ogni dolore. La misi giù, mi staccai, senza smettere però di abbracciarla. “Buongiorno amore mio”, le dissi, sorridendole. Una lacrima le scese sul viso. “Buongiorno a te amore…” Le asciugai quella lacrima con l’indice, dandole un bacio sulla fronte. Dio, quanto era bella. Era splendida. Era il sole. Era l’amore. Era tutto. Non sentivo più freddo, non sentivo più niente. Una strana sensazione mi pervase… Sarà mica felicità? I sintomi c’erano. Beh si, ero finalmente felice. Felice davvero. Finalmente, mi sentivo umano. Mi sentivo vivo. Mi bastava averla accanto, e tutto prendeva colore. Tutto diventava più bello. Perfino il grigio di quella stazione, diventò più bello, ai miei occhi. Le presi la mano, e la portai via da li. Ci dirigemmo alla macchina. Prima di entrare, la feci appoggiare delicatamente di schiena contro la portiera, e la baciai, prendendole il viso tra le mani. “Ti amo, stupenda…”, le dissi, con la voce mielosa, la voce di una persona innamorata. “Ti amo anch’io amore”, disse lei, con un filo di voce. Sorridemmo, insieme. Adoravo quel sorrisino. La mia vampirella. Salimmo in macchina. Mi voltai verso di lei. “Dove andiamo?”, le chiesi. Ci pensò un attimo e mi rispose: “A scegliere il nostro albero”, sorridendo. Sorrisi anch’io. “Bella idea amore mio, cerco su Google un posto qua vicino”. Presi il telefono e feci la ricerca. Tra i risultati mi trovò solo l’Ikea per comprare l’albero. “E’ ancora presto, ancora è tutto chiuso, che si fa?”, le chiesi, sorridendo. “Amo non lo so…”, mi rispose. Mi venne un’idea in mente. “Trovato!”, le dissi. Misi in moto, impostai la via sul navigatore e partii. Lungo il tragitto, appena potevo, le accarezzavo la mano o mi cimentavo a guardarla. Avevo occhi solo per lei. Dopo poco, parcheggiai. Mi parlò una volta di quel parco, mi disse che le piaceva. Vicino alla sua scuola. Scendemmo, l’abbracciai di nuovo. Non sapevo farne a meno. E la baciai. Poi le presi la mano ed entrammo. Ci andammo a mettere a sedere su una panchina, sotto una palma, era vuoto. Stranamente, il tempo reggeva. Ma era freddo. Iniziammo a parlare, a ridere. Ogni tanto un bacio. Un morso. Ero in paradiso, il paradiso all’inferno. Il tempo volò, le ore passavano, e noi non ce ne accorgevamo. Guardai l’orologio, per caso. “Ok, possiamo andare all’Ikea Miss Nobody”, le dissi, sorridendo, alzandomi. Le presi la mano, aiutando anche lei ad alzarsi. La baciai di nuovo, per l’ennesima volta, abbracciandola forte. Tornammo alla macchina e partimmo. Per tutto il tragitto non smettemmo mai di parlare. Ed eccoci qui, dentro l’Ikea, nel reparto alberi natalizi veri. Ci tenevamo per mano, ancora, due calamite. Guardavamo gli alberi. Esprimevamo il nostro parere continuamente. “Questo è troppo piccolo”, “Questo mi pare un pò troppo rado”, “Questo è carino ma forse è meglio l’altro”. Eterni indecisi. Restammo li per circa un’ora, alla fine ci decidemmo, andammo a pagare e lo portammo in macchina. Tirai fuori il telefono dalla tasca senza farmi scorgere da lei, accesi la fotocamera, e lo lasciai in standby così. Entrammo in macchina e la baciai. Click. L’otturatore della fotocamera si fece sentire. “Amooooooooo, le foto così no! Fammi vedere”, disse lei, finta incazzata. Sorrisi. “Tanto sei sempre stupenda”, dissi io, guardandola e sorridendo. “E tu sei sempre un coglione”, ribattè lei. Non eravamo in posa, ma era venuta bene. Approvava, per fortuna. “Bisogna farne altre”, le dissi. Subito dopo, eravamo pronti per il set fotografico. Facemmo decine e decine di scatti, dalla fotocamera interna del telefono. Poi ne selezionammo alcune, “insieme”. Insieme tra virgolette, a me piacevano tutte, era lei quelle con le manie. Eravamo ancora nel parcheggio dell’Ikea, non c’erano molte macchine. Scesi di colpo, senza dirle niente. Dopo poco scese pure lei. Cercavo di mettere l’autoscatto per farci una foto da lontano. Niente. Non riuscivo a far rimanere il telefono fermo. Passò una signora, le chiesi di scattarci una foto. Le spiegai come fare. Per fortuna acconsentì. Abbracciati. Stupenda. la misi subito come sfondo. Poi ci scattammo altre foto da soli. Potevano bastare. Dopo la selezione accurata, tornammo in macchina. Cercai su google un posto dove far stampare le foto in zona. Impostai la via sul navigatore e ripartimmo. Dopo poco arrivammo li. Entrammo, e chiesi se ci poteva stampare delle foto tramite usb dal cellulare. Poco dopo, uscimmo con le nostre foto stampate. Ce le riguardavamo. Eravamo proprio belli. Invidia al mondo. Avevamo l’albero, e le foto da appendere. Impostai il navigatore con la via di casa, e ripartii. Dopo una mezz’ora buona arrivammo a casa mia. Scesi l’albero dal bagagliaio, e salimmo su. “Prego principessa”, le dissi, sorridendole, spalancando la porta. Mi sorrise. Entrammo. Posai l’albero e l’abbracciai. Un bacio. E poi un altro. E un altro ancora. “Guarda che l’albero non si fa da solo eh…”, le dissi, sempre sorridendo. “Coglione, inizia a slegarlo allora”, mi rispose. “Zi badrona”, le dissi. Mi diede una spinta leggera e io l’abbracciai, ancora una volta. Slegammo l’albero. “Ci siamo scordati di prendere le lucine…”, le dissi. Poco dopo scendemmo di nuovo, andammo nel supermercato vicino casa, a piedi. Fortunatamente le trovammo subito. Risalimmo, e iniziammo a mettere insieme le lucine attorno all’albero. Poi le attaccammo alla corrente. “Allora?”, le dissi. “Mi piace…”, rispose lei. “Anche a me”. “Le foto come le attacchiamo?”, chiesi. “Bella domanda…”. Alla fine, attaccammo le foto ai rami col nastro biadesivo. Per ora, pareva reggesse. “Manca qualche foto, facciamone altre”, le dissi. E così iniziò un’altra seduta di foto. Le selezionammo, e le stampammo dal pc. Alla fine, decidemmo di fare una foto con l’autoscatto vicino al nostro albero personalizzato. Dopo un paio di tentativi, ne trovammo una che piacesse ad entrambi. La stampammo, e appendemmo anche questa. Era stupendo. E unico. Noi eravamo stupendi, l’aria natalizia che tanto odiavo non mi dispiaceva più così tanto. Ci buttammo sul divano. Oramai erano quasi le undici. Accesi la stufa, e presi delle coperte. Subito ci buttammo sotto, abbracciati, a coccolarci. “Finalmente sono a casa davvero…”, le dissi. “Ti amo Emme, ti amo davvero”. Ci baciammo. Un bacio lungo, lento. Un bacio pieno d’amore e di parole non dette. Certi baci davvero, valgono più di mille parole. Mi addormentai così, con lei che mi faceva i grattini in testa. Quando mi svegliai, eravamo ancora così, abbracciati, si era addormentata anche lei. La guardai dormire. Era un angelo. le scattai qualche foto. Che creatura meravigliosa era… Le accarezzai il viso, i capelli. Le mani. La svegliai così, baciandola. “Mh…”, mugolò lei. “Buongiorno amore, è ora di pranzo… hai fame?”, le chiesi. “Non tanta”, disse lei, non voce assonnata. Mi misi sopra di lei, prendendole il viso, baciandola. “Vorrei svegliarmi sempre così”, mi disse. “Basta volerlo…”, risposi. Poco dopo rotolai per terra, portandomela dietro, con tutte le coperte. Ridevamo. La sua risata. Quegli occhi, le sue labbra. Era tutto perfetto. Mi staccai, alzandomi. Andammo in cucina, mano nella mano. Iniziammo a cucinare. Lei cucinava, e io l’abbracciavo da dietro, baciandola ogni tanto. Mangiammo, imboccandoci a vicenda, sorridendo. Poi andammo a letto. Si, era questa la vita che volevo. Per sempre.
—  Nessunoappesoatestaingiu

everyone always says “yr art is too spensy! i cannot afford” and im very sad. My prices are dirt cheap. must i make them dirt dirt cheap

Era una fredda mattina, 12 dicembre.
Questa piccola città profumava di neve, persino dentro la mia scuola avevano portato e decorato un piccolo albero di natale.
Sentivo gli sguardi delle persone sulla mia pelle,
cercavo di non pensarci,
fumavo e buttavo fuori qualsiasi pensiero in piccole molecole.
Spensi la sigaretta e la buttai per terra, le mani in tasca e la pelle d’oca.
Sguardo in basso, passo veloce e all’improvviso una voce sfiorò le mie orecchie.
Strinsi le labbra e alzai piano gli occhi,
scorgevo le sue nike nere,
sorrisi senza motivo.
’ Buongiorno, guaio ‘, disse.
Una pacca sulla spalla, e il suo odore.
Scontrai i suoi occhi e risposi bruscamente ’ buongiorno ‘.
Mi sarebbe piaciuto stringere la sua mano, ma feci un passo indietro e iniziai a salire le scale.
’ Ci si becca in giro, eh! ’ si, certo.
Mi manda su di giri il pensiero di vederti fumare,
di farti ridere
e poi pensare di dover fare la seria.
Caro diavolo, non tentarmi.
—  combattiamofinoinfondoinsieme