La sottile meraviglia di un germoglio tra le crepe del marciapiede.

(banale racconto di anime anonime in possesso di piccoli sogni scolpiti in ossature fragili)

Lei stava tamburellando le dita sul finestrino quando percepì la vibrazione del telefono. Si scostò un po’ sorpresa e affondò una mano nella tasca del montgomery. Dopo aver frugato tra scontrini, spiccioli ed elastici per capelli ormai inutilizzabili, finalmente pescò il cellulare; era un modello vecchio, un veterano di cadute rocambolesche e assalti improvvisi da parte di libri e diari sul fondo dello zaino.

Tracciando distrattamente alcuni ghirigori sulla condensa del vetro appannato, pigiò il tasto verde. Gesù, aveva ancora i tasti.

«Ehi.»

«Ho un problema.»

Lei interruppe a metà una spirale – un uroboro – e si raddrizzò.

«In che senso?» le scappò fuori un po’ troppo bruscamente; era talmente nervosa che faticava a stare ferma, e rimanere chiusa in macchina con la sola compagnia delle sue ansie non l’aveva certo aiutata. Si arrotolò una ciocca di capelli attorno a un dito, imponendosi di ispirare lentamente. Tese una mano verso la bocchetta dell’aria e le sue dita gelide intrecciarono una danza giocosa attorno ai lievi sbuffi tiepidi; se chiudeva gli occhi, poteva fingere che lui le stesse sfiorando teneramente le nocche con i polpastrelli.

Dall’altro capo del ricevitore non provenne altro che un silenzio indecifrabile.

«Scusa.»

«Okay.»

Altro silenzio.

Lei si slacciò la cintura – si sentiva soffocare, come se l’abitacolo dell’auto stesse restringendosi man mano che parlavano – e si chinò sul cruscotto per sbirciare la strada. Il suo giaccone verde acido risultava ironicamente anacronistico in mezzo a tutto quel grigiore, un piccolo germoglio che si faceva coraggiosamente strada sfidando le crepe del marciapiede.

«Qual è il problema? Vuoi che ti raggiunga?»

«No, ecco … » Il giaccone verde si animò di vita propria; cadeva su quelle spalle smilze attratto come un salice piangente verso terra, eppure si arruffò con la stessa stizza di un pappagallo zuppo mentre lui scrollava le spalle e sventolava una mano pallida in segno di diniego. Non si era voltato, ma entrambi sapevano che lei l’aveva visto.

Lo udì schiarirsi la gola, imbarazzato, e scorse il proprio riflesso, una sorta di acquerello dipinto sul parabrezza opaco di sporco, aprirsi in un sorriso intenerito.

Forse non era l’unica ad essere in ansia.

«Cosa?»

Dopo un istante di rinnovato silenzio, lo udì sospirare. «E’ che non ho idea di quali prendere» ammise alla fine, la voce impacciata ridotta a un borbottio indistinto. Lei lasciò che l’immagine di lui che si dondolava da un piede all’altro davanti alla macchinetta facesse breccia nei suoi dubbi. Lo vide palleggiare lo sguardo dalle punte delle sneakers sgangherate alle diverse confezioni esposte, sondarle una ad una con occhio critico, piegare la testa riccioluta di lato in cerca di un indizio rivelatore, di un segno – avanti, parlate!, le parve quasi di udirlo brontolate, le mani affondate nelle tasche dei jeans che giocherellavano con le monete senza trovare pace.

Improvvisamente, qualcosa dentro di lei scattò. Venne avvolta da una tranquillità che non avvertiva da settimane.

Il telefono schiacciato contro l’orecchio, era il più concreto e, al tempo stesso, soltanto il più superficiale degli infiniti fili invisibili che la tenevano ancorata a lui; in quell’intricato groviglio di capelli, lei percepì il suo respiro accelerato per il freddo e i suoi continui, lievi, sospiri frustrati. Istintivamente, si avvicinò al parabrezza e sfiorò il vetro con il palmo della mano, coprendo e scoprendo la figuretta confusa di lui con le dita.

«Senti … »

«Mh.»

«Ma se andassimo a prenderci una cioccolata, invece?»

Il giubbotto verde acido ebbe un sussulto; il salice era stato sfiorato dalla prima brezza primaverile, il germoglio era finalmente riuscito ad emergere dal terreno.

Con un pugno a mezz’aria appena visibile oltre la manica troppo lunga e il telefono incastrato tra la spalla e il mento, lui si voltò a guardarla. Aveva una faccia da ragazzino e una barba da adulto; un sorriso che le faceva arricciare le dita dei piedi e desiderare di conoscere la ricetta per la polvere di fata per poter volare via assieme; una barba che la pungeva quando lui le mordicchiava il collo e le sussurrava battute stupide all’orecchio se la vedeva troppo distratta per continuare a studiare. Conosceva la posizione di ciascuna lentiggine che aveva attorno a quel suo naso a patata un po’ troppo schiacciato per essere bello, e la smorfia segreta che gli illuminava il viso di un’emozione che andava al di là del semplice divertimento, della contentezza e del sollievo; la stessa che brillava negli occhi di tutti coloro che trovavano in qualcun altro la risposta alle loro domande. Si trattava di una lieve inclinazione degli occhi, della bocca, che però sembrava custodire il segreto della felicità: traspariva dalle palpebre che lui teneva abbassate per guardarla meglio, dal piede che batteva sull’asfalto seguendo il ritmo di una musica impercettibile, dal modo in cui tendeva le braccia mentre si avvicinava all’auto, come se si stesse trattenendo a stento dal correre ad aprire la portiera e abbracciarla.

Un’ondata di calore le si arrampicò dallo stomaco fino al petto, trasmettendole la stessa sensazione di sicurezza e serenità di una tisana bollente alla fine di una lunga giornata.

Senza dire nulla, lui spense il telefono e sprofondò nel sedile del guidatore. Guardandola con la coda dell’occhio, sollevò un angolo della bocca svelando la fossetta sulla guancia. Infilò sapientemente la chiave e accese il motore. Infine, prima di partire, la sbirciò di nuovo. Lei spense il telefono e lo sbirciò di rimando, le labbra che tremevano nel vano tentativo di trattenere un sorriso.

«Sei sicura?»

«E tu sei sicuro?»

Lo vide roeteare gli occhi al cielo. Avrebbe voluto tirargli un pugno sul braccio, ma la tenerezza con cui le sorrise la inchiodò contro i rivestimenti rattoppati del sedile. In sua presenza le sembrava sempre di percepire il mondo molto più distintamente di quanto avesse mai fatto.

«No, non sono sicuro.» Nel fare retromarcia non riuscì a trattenersi dal guardarla di nuovo, e per poco non centrarono in pieno un bidone dei rifiuti.

«Porca miseria!» ansimarono contemporaneamente, spiazzati. Lei sbatté le palpebre, e d’un tratto si domandò se forse non percepiva soltanto se stessa con più consapevolezza, quando c’era lui nei paraggi; si chiese se forse prima non avesse accennato al mondo perché oramai esso si era circoscritto alle strambe spirali disegnate dai riccioli di lui, e ai sentieri che si arrampicavano serpentini tra le sue lentiggini.

Lo sbirciò un’altra volta, cogliendolo a sbirciarla di rimando.

«Sono sicuro di pochissime cose» lo udì sussurrare. «Che quel bidone della spazzatura fino a cinque minuti fa non c’era, che i preservativi fruttati sono un’invenzione del demonio, che ti amo così tanto da non vedere i bidoni della spazzatura e che, quando guardavo i preservativi, l’unica cosa a cui riuscivo a pensare era quante battute avresti fatto se fossi stata lì con me. E che in questa macchina si gela, quindi sì, voglio andare a bere quella cioccolata.»

Lei rimase immobile; le sembrava di non aver mai imparato a parlare, o di averlo fatto e poi averlo dimenticato, o che qualcuno le avesse rubato il respiro e glielo stesse restituendo con il contagocce.

Lui abbassò le maniche troppo lunghe del cappotto fino alle nocche ossute nel vano tentativo di scaldarle.

«E tu?»

Lei deglutì.

«Sono sicura che ti avrei amato anche se avessi finito per comperare i preservativi alla fragola.»

Si scambiarono un’occhiata complice.

«Tu sei allergica alle fragole.»

Lei sorrise compiaciuta. «Appunto.»

Rimasero in silenzio per qualche minuto, poi lui scosse il capo.

«Cioccolata?»

«Cioccolata.»

«Bene.»

«Ah, c’è un’altra cosa di cui sono piuttosto sicura.»

«Sarebbe?»

Lei si ficcò le mani sotto le ascelle, sprofondò il naso nella sciarpa e sorrise segretamente.

«Che ti amerò ancora quando non li vedrai più sul serio, i bidoni della spazzatura. E quando sarai troppo vecchio per andare a comprare i preservativi. O per uscire a bere una cioccolata. O per dirmi che mi ami.»

«Non credo che qualcuno possa essere troppo vecchio per una cosa del genere.»

Lei sogghignò di fronte alla sua malcelata indignazione.

«Ne riparliamo quando non ti ricorderai più dove hai appoggiato la dentiera.»

E quando lui rise divertito e le agguantò la mano sopra la leva del cambio, intrecciando le dita nelle sue, lei in qualche modo lo seppe.

Seppe che sarebbe durata.

Così come seppe che lui avrebbe comperato i preservativi alla fragola nonostante tutto, e che prima o poi avrebbe centrato quello stupido bidone dell’immondizia con il paraurti, e che l’avrebbe accusata di avergli nascosto la dentiera.

Seppe che non ci sarebbero stati giorni semplici, giorni in cui tenersi per mano sarebbe bastato perché tutto andasse a posto, ma seppe anche che li avrebbero superati, in un modo o nell’altro.

E seppe che sarebbe stata felice così.

princesscheeese said:

hey sacha! can appointments committee get a shoutout? i'm putting all of this semester's applications online this week so that people can check out the available positions way ahead of time. you seem to be followed by a lot of freshlings who might be interested in getting involved on the committee level. senate secretary and j-board secretary are the first positions we'll be appointing for! thanks!

YES! Appointments Committee! I love them myself, since they appointed me to 4/5 of the things I applied for at Reed, and kept my committee full of awesome people.

App Com is a sub-committee of the Student Senate, in charge of reading applications for/appointing non-Senate students to other committees. Much as their name would suggest, I guess! That means everything from Honor Council, to SCAPP (Also a shoutout to SCAPP! Yeah!) (the Student Committee on Academic Policy and Planning), to Reed Unions, to the Admission and Financial Aid Committee, and planning committees for buildings and events.

Freshman can definitely get involved, and in my opinion secretarial positions are a good way to start to be involved in student government and also a great way to learn a lot about Reed as a new student.

Also, I believe it is in the Reed Community Constitution (the Holy Book of Reed College) that there must be a student on basically every committee on the campus (with the exception of the Committee on Advancement and Tenure, or CAT), so if there’s stuff going on that you’re interested in be sure keep an eye out for appointments to those committees. 

Announcements about which positions are open will go out in your Student Body Info emails each week! It’s exciting! You can access the online applications through SIN, which I am not going to explain now but an upperclasman in your dorms will be able to show you all about it.

PENZATECI.........

prendiamo qst due lettere: scappiamo e scopiamo 

scapp(T)IAMO

scop(T)IAMO

contengono tt e 2 le frasi TI AMO

xk lamore è ovuncue… anke nel caffè… bisognia sl trovarlo

bn, io lamore lo trovato nel mare ke o dentro ma sn stata una sciocca e lo ftt affogare……….. tenetevi stretti i tumbler boy racazze

… all’improvviso ci baciammo, lei scappò piangendo.
è passato molto tempo, ma non scordo quel momento.
non l’ho rivista più: purtoppo è andata via…
—  Rocco Hunt, -Tutto Resta
Era tempo che non stavo così bene, per strada non volevo lascirke la mano, avevo paura che scomparisse, che la notte se la mangiasse. Temevo di lasciarla al mondo, quel mondo che sempre si era ingoiato tutto. Così m’inginocchiai ai suoi piedi in mezzo a Regent street e le chiesi di sposarmi. Naturalmente rise, naturalmente scappó via. Naturalmente sei mesi dopo mi sposó.
—  Splendore, Margaret Mazzantini
Mi guardava.
Dai suoi occhi piovevano lacrime.
Poi un sorriso.
Si alzò di scatto e scappó.
Non persi tempo:la inseguii.
Essendo più veloce di lei la raggiunsi.
La presi e voltandosi mi bació ridendo.
Le chiesi “e se non ti avessi rincorso?”
E lei “sarei tornata indietro a prenderti”.
—  ThePowerOfYourDreams#

Questa non è una storia d’amore ma una storia sull’amore, su chi scappa per paura di soffrire e che si arrende lasciandosi morire. Lei scappò… lui si arrese.

Original Sin

#pensieri #aforismi #frasi #citazioni

Nascosta fra le grandi ortensie che rivestivano il muro, Vaniglia vide il giovane mago tirare fuori qualcosa che fino a quel momento aveva tenuto nascosto dietro la schiena. Era una piccola scatola rossa con un bel fiocco dorato. Grisam lo consegnò a Vì. E quando Pervinca aprì il pacchetto, un piccolo oggetto brillò ai raggi del sole: era un gioiello!

Vaniglia sentì un gran dolore allo stomaco, come una spada che la passasse da parte a parte, e il magone salirle alla gola. Scappò, prima di piangere.
Delusa, tradita e umiliata, decise che se ne sarebbe andata per non tornare mai più, e così prese la strada verso la scogliera. Ignara del fatto che, per tutto quel tempo, non era mai stata sola…

—  Fairy Oak, Il segreto delle gemelle

non sono perfetta, ma me lo dicevi ugualmente.
ti scappó un “Ti amo”.
poi dicesti che non ti piacevo, il motivo?
la distanza.
no ma tipo VAFFANCULO?
ceh non hai mai sentito di nessuno che si mette cob una persona a centinaia di chilometri di distanza e poi si incontrano?
e poi i soldi non ti mancano quindi potresti pure venire qui.
sei solo un bastardo che non si meritava le mie lacrime, fine.

Fumavamo naturale fuori scuola, sulle scale, per sentirci più ribelli. Ancora le chiudevo male.
All’improvviso ci baciammo poi scappò piangendo
—  Tutto resta - Rocco Hunt
Catapultati in un mondo dove c'eri solo tu.

Stanotte ho fatto un sogno e c’eri anche tu.
Eravamo in un treno molto strano.
Io e te eravamo seduti vicini e avevamo un letto per dormire e allora ci stendemmo.
Avevo preso le cuffiette e ne avevo passata una a te perchè sapevo che ne avevi bisogno.
Ascoltavamo le più belle e rilassanti canzoni della mia playlist, quando tu già dormivi abbracciandomi.
In quel momento ero felice..non la solita felicità che si prova quando si ride, ma quella che ti riempie tutta e ti fa piangere e sorridere nello stesso momento.
E io ero lì che guardavo il tuo bellissimo viso.
Poi decisi di addormentarmi con te.
Mi svegliai e ti osservai perchè sapevo che sarebbe durato solo un altro po’.
Poi ti svegliasti anche tu e ci guardammo.
Sembrava che il tempo si fosse fermato perchè restammo a guardarci non so per quanto.
Poi mi scappó un sorriso e anche tu ricambiasti.
Ti accarezzai la guancia come fossi qualcosa con qui non si scherza. Qualcosa di meraviglioso a cui non si doveva far del male.
E infatti per me era così.

« Anima gemella. Addirittura? »

Gli scappò una mezza risata, che smorzò comunque poco dopo. Chiara restava infatti impettita e meditabonda lì accanto, e riprese il discorso con la stessa calma e risolutezza, convinta come era stata poche altre volte in vita sua.

« Sì. Io ci credo. E non nel senso che deve essere per forza quella che chiamano “l’altra metà della mela”, perché dopotutto dobbiamo essere capaci di completarci da soli… ma insomma, quella persona da cui proprio non riesci a stare lontano. Quella con cui c’è una sintonia tale che la capisci come nessun altro anche quando fa di tutto per nascondere agli altri quello che pensa. E accanto alla quale si possono superare tutte le difficoltà, se c’è la seria intenzione di stare insieme, per sempre ».

Concluse il tutto con quelle che erano le due parole più solenni di questo mondo, e che effettivamente tramortirono abbastanza anche Andrea.

Si sarebbe aspettato tutto tranne che una risposta di quel genere da parte di Chiara, ma notando la sua convinzione e totale partecipazione a ciò che aveva appena detto preferì non controbattere in alcun modo.

« Che dirti… ti auguro di trovarla presto, quest’anima gemella, allora ».

Mantenne lo stesso fare ironico e scanzonato di qualche minuto prima, pur non potendo negare che il discorso di Chiara l’aveva colpito più di quanto stesse dando a vedere.

Forse avrebbe accolto quelle parole col solito disincanto che lo contraddistingueva se a pronunciarle fosse stata un’altra persona; ma chissà per quale motivo, trovava che quei concetti, espressi da Chiara, avessero una credibilità tutta loro che sarebbe stato difficile portarle via.

Era talmente bella, illuminata dalla luna, dal lampione, e da quelle stesse parole che aveva appena detto, che per l’ennesima volta nel corso di quella serata Andrea pensò che fosse quasi irreale. Non la conosceva, non sapeva nemmeno se l’avrebbe più rivista, ma forse proprio per quello riusciva a tentarlo come nessun’altra.

—  "Quando c’era la luna" di Roberta Ambrogio e Sara Stroppa
Arancione come il tramonto

Non poco tempo fa, stavo allegramente svolazzando per strada quando ho visto una ragazza. Era bellissima. Così mi avvicinai per guardarla meglio. Stava li impassibile, seduta sul marciapiede intenta a fumarsi una sigaretta. Leggeva anche un libro, non ricordo il titolo, però ne era così presa che mi sedetti ad osservarla. Non ho idea di come ma sentì la mia presenza, si girò verso di me e mi guardò dritto negli occhi. Non si scompose, non urlò, non scappò. Si limitò ad osservarmi. Poi d’un tratto buttò la sigaretta a terra e chiuse il libro.
“Perchè sei qui?”
“Non lo so”
“Cosa vuoi da me?”
“Non lo so”
“Perchè allora ti sei seduto accanto a me?”
“Non lo so”
Mi guardò perplessa. Si alzò per andare via ma mi passò attraverso. Riuscii a toglierle la maschera l anima. Aveva un colore arancio come il tramonto d’estate e era debole, triste. Si voltò e guardò la maschera che indossava fino a poco prima accarezzandola sulle guance e aveva una certa malinconia vedendola.
“È piena di crepe!”
“Non lo so”
“Ma sai solo dire questo?”
“Non lo so”
Io non sapevo nulla per davvero. Sapevo solo che lei era bella. Io posso vedere le anime e la sua era magnifica. Era piena di graffi ma era vissuta. Mi avvicinai di più a lei e riuscii a catturare in un suo flebile sospiro alcuni sei suoi ricordi. Era triste, sempre, anche quando rideva. Non aveva mai avuto un ragazzo e non andava mai a feste e party. Era in un angolo a leggere mentre tutti parlavano. Vidi gli sguardi della gente mentre lei passava per strada. Lei se li ricordava tutti, uno per uno, e percepii il dolore. Provai fitte lancinanti mentre vedevo i suoi polsi pieni di sangue. Piansi vedendo che quella bellissima anima era distrutta.
“Devi solo farmi la domanda giusta”
“Allora dimmi, perchè nessuno mi ama? Perchè nessuno mi ascolta?”
“Non lo so”
E la presi per mano. Andai sulla strada e mi posizionai accanto a lei. Quando una macchina ci andò addosso lei sussultò. La guardai e le dissi
“Io ti ho visto. Tu mi hai visto. Siamo imbattibili adesso”
“Non lo so”
Rispose lei e iniziò a camminare trascinandomi verso il tramonto arancione come lei.

"Fumavamo naturale, fuori scuola, sulle scale, per sentirci più ribelli, ancora le chiudevo male e all’improviso ci baciammo poi scappò piangendo è passato molto tempo ma non scordo quel momento, non l’ho rivista più, purtroppo è andata via.."

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