-Sono solo st(a)nca.
-Non sto piangendo, sono solo allerg(i)ca.
-Ho gli occhi l(u)cidi perché ho sbadigliato.
-Non sono (t)riste, ho solo sonno.
-Non ho f(a)me.
-(T)remo perché ho la pressione un po’ bassa.
-Sto b(e)ne.
-La notte dor(m)o poco per avvantaggiarmi i compiti.
-Oggi non mi va di usc(i)re, devo studiare. (aiutatemi)

ilragazzochenessunoamava said:

Allora. Mi sono distratto,la 'e' senza accento è dovuta al fatto che io penso e scrivo. Non mi riguardo il messaggio mille volte per vedere se ho scritto bene per far bella figura. Ah,poi non hai smerdato proprio nessuno,ti credi tanto all'altezza di dire e fare tutto. Ripeto,scendi dal piedistallo😊. P E A C E.

Infatti non ho detto di averti smerdato, al quanto pare inizi a farti i film mentali tanto che credi in partenza di esser stato smerdato o cosa (?)

In verità non ho mai detto di essere all’altezza di dire e fare tutto, solo che non sono comodo a nessuno perché dico la mia.

Questa cosa del piedistallo mi fa sbadigliare tante sono le volte che me l’avete ripetuto, giuro.

Ma cosa scrivi pace, se poi prendi ad azzardare giudizi su una persona che non conosci minimamente, che tra l’altro stai ”criticando” solo perché dice la sua.

Stai criticando la libertà di pensiero e di parola, e porti in alto i tuoi messaggi con la bandiera della pace?

Per favore.

LUCIO PERRIMEZZI “WATCHMEN È UN CAPOLAVORO MA SUPERMAN MI FA SBADIGLIARE. MARVEL TUTTA LA VITA”

Accade anche in Italia. Che nascano e crescano talenti legati a quel mondo del fumetto che troppo spesso è stato eccessivamente esterofilo e che, invece, ha molto da prendere dal nostro paese. Ne è un esempio Lucio Perrimezzi, interessantissimo scrittore di fumetti che pubblica nel 2008 il graphic novel “Stupidomondo”, con i disegni di Mauro Cao, e nel 2010 “Rockin’ Roads”, disegnato da Giulia Argnani, entrambi editi da Tunué. L’anno scorso è tornato sul mercato con “Il Sesto – L’amore, la vita e l’immortalità di Trevor Between” per NPE, stavolta disegnato da Francesca Follini. Ascoltiamo dalle sue stesse parola cosa significa lavorare in questo settore nel nostro paese.

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Perché se guardo gente che sbadiglia mi viene da sbadigliare, ma se guardo gente che studia non mi viene da studiare?

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L’aspettavo come pioggia, quasi potesse cadere dall’azzurro e dalle nubi come fredde gocce che risvegliassero il mio animo stanco ed assopito, troppo intento a sbadigliare. 
Tendevo le braccia per poi ritirarle, piegarle appena e rivolgevo i miei occhi all’alto, verso i miei angeli custodi. Pregavo che m’infondessero coraggio per camminare, volgere lo sguardo all’orizzonte e mirare il panorama, il mio futuro e la vita anche se questa correva ed io lo sapevo. 
Abbassavo il capo, i capelli a coprirmi il volto in un velo pietoso. Mi bilanciavo tra vergogna e spirito di vivere, con un sorriso sarcastico che si dipingeva sul mio viso. Una pessima ironia che mi dedicavo da sola. 
Potevo essere una leone. I miei scomposti capelli, a ricordare una criniera, erano l’ennesima finta che la natura e quello scomposto intersecarsi di geni mi avevano donato. 
Un’apparenza e null’altro. Trasparente dentro, trasparente fuori, un vetro in cui vi era il mio riflesso oscurato dagli altri. Compariva solo per me ma le mie mani erano goffe ed incapaci di offrire, di spezzare, di scostare, di sollevare. 
Ero mortificata da quello che il mio orecchio captava, da quello che il mio occhio osservava. Mi trafiggevo il cervello, mi foravo l’animo, disillusa col pianto dentro. 
Cercavo il mondo in cui potevo sognare, desiderare solo per sentirmi affogare. Ancora provavo, ancora battevo di vita. Smisi di attendere, di volgere mani, caddi per addormentarmi nel mio definitivo sonno. 
Occhi chiusi solo per metafora, aperti in apparenza. Vivi e orti ed io languivo. Poi strappai il cielo e congelai sotto la pioggia, cristalli di ghiaccio sul volto e a bagnarmi il capo, portandomi al ritorno, al freddo primordiale di una mente illuminata. Fu un gioco, un passatempo di piccoli passi nel mio mondo di noia. 
Coraggio strano, usato a suo misterioso modo, forse troppa stanchezza e respiro mozzato sommati tra essi. 
Perché ero sciocca, ero bambina e poco cresciuta, troppo poco erosa dal tempo. Perché sapevo che vi era il limite e le gocce erano scese… Sì, ero divenuta lentamente ricolma, strabordando nel mio stesso temporale. Ero la mia sorgente, la mia nascita. Conoscevo la morte in se stessi ma non ero mai nata da sola prima di allora, bagnata dalle mie stesse bianche acque.

Amelia Malory

Ho una voglia matta di vederlo appena sveglio la mattina, coi capelli spettinati, lo sguardo ancora addormentato, il suo sorriso, la sua risata, sentirlo sbadigliare e dire “ma che capelli c’ho?!”.
Lui che sorride e l’alba come sfondo.
—  Hoilcuorearrugginito.
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