(Parte 18) Era ormai notte fonda quando arrivammo all’hotel.
Continuavo a guardarmi in giro, non volevo perdermi una singola cosa.
Le palme, i negozi, le strade.
Grazie il cellulare di James riuscii a chiamare Mari, con la quale sapevo avrei condiviso la camera.
Scese nella hall in pigiama, continuando a sbadigliare e imprecare.
Il posto nel quale avrei dormito per quella settimana era semplicemente meraviglioso.
Letto morbido, servizio in camera, Tv a schermo piatto, c’era tutto ciò che avevo immaginato ci sarebbe stato.
Marianne si tuffò nel suo letto e ritornò a dormire subito.
Io mi tolsi la giacca e andai in bagno a farmi una doccia.
Continuai a pensare e a ripensare a ciò che era successo quel giorno.
“Solo amici.”
Era una presa in giro, pensai.
Ritornai in camera e mi distesi sul letto.
Guardai per un po fuori dalla finestra, le luci emesse dalle auto, continuavano a muoversi avanti e indietro.
Verso le tre del mattino mi addormentai.

Durante quella gita non ci fu nessun obbligo di partecipare alle attività proposte.
Molti andarono al mare che fortunatamente era a proprio dietro il nostro hotel.
Nonostante fossero solo le 08:00 di mattina, la spiaggia era già affollatissima.
Marianne sarebbe rimasta in hotel a dormire un altro po.
Visto che avevo la pelle bianchissima e un corpo senza molte curve, mi misi un paio di pantaloncini e una maglietta e andai a fare una passeggiata sulla spiaggia, senza però farmi il bagno.
Mi piaceva sentire la sabbia tra le dita, l’aria salmastra attorno, le onde del mare che arrivavano e si ritiravano trascinando con se piccoli sassolini, quel leggero venticello che ti scompigliava i capelli e il mare, solo lui, meraviglioso nella sua infinità.

"Come mai non sei in costume?" Chiese qualcuno dietro di me.
George.
“Non mi piace essere mezza nuda.” Borbottai.
Mi affiancò.
Continuammo a camminare lungo la riva.
“Non è essere mezzi nudi, è semplicemente esser in costume.”
“Per me è stare mezzi nudi.”
Scosse la testa e sorrise.
“Dov’eri finita ieri?” Chiese poi.
“Allora ti sei accorto che non c’ero!” Dissi fermandomi ad un tratto.
“Sì che me n’ero accorto.”
“Perché non hai detto al professore che mancavo ancora io quando siete partiti?”
“Pensavo che alla fine eri arrivata ed eri andata a sederti con Marianne.”
“Invece no, ero in bagno.”
“E come sei riuscita ad arrivare alla fine?”
Rimasi zitta.
“Ah, quel James.” Disse come stesse parlando di uno schifosissimo insetto.
“Già.” Risposi.
“Ti piace ancora, dopo tutto quello che è successo?”
Non risposi e continuai a camminare.
“Non lo so.”
“Deve proprio piacerti tanto.”
“Perché?” Chiesi, confusa.
“Una ragazza normale con un po di cervello, dopo tutto ciò che James ti ha fatto non gli avrebbe più degnato di un solo sguardo.
Ma si sa che quando si è innamorati si perde la testa.” Rispose.
“Stai zitto che ti ho battuto agli esami.”
Sorrise.
“Se lo ami fino a questo punto, perché non glielo dici e basta?” Chiese dopo un po.
“E se non lo amassi abbastanza? Se mi sbagliassi sui miei sentimenti?”
“Non esiste una misura in amore.
Quando ami, lo fai e basta, non c’è un abbastanza o un troppo.
Non puoi sbagliarti su cose come queste.”
“In realtà molte ricerche e statistiche dicono che a quest…”
“Lascia stare le statistiche e segui il tuo cuore.”
Sorrise.
Ricambiai.
“Grazie George.”
“Dopo tutto quello che hai fatto per me mi sembra che questo sia il minimo che possa fare.”
“Scusami.” Dissi poi.
Sapevo che ci stava ancora male e in parte mi sentivo in colpa.
“No, non farlo.” Rispose. “Non hai nulla di cui scusarti.”
“Ma..”
Sorrise.
“Abby, davvero, non devi scusarti di nulla.”
Sospirai.
Passammo tutta la mattinata a parlare e parlare e parlare ancora.
Era bello poter parlare con qualcuno senza aver paura di dire la cosa sbagliata.

La giornata terminò presto e venne buio.
Marianne stava ancora a letto, sembrava non volersi alzare più.
“Sei un bradipo.” Dissi gettandole un cuscino contro.
“Vorresti piuttosto dire ‘un bellissimo gatto che fa il suo lavoro’.”
“Sei fuori!” Urlai ridendo.
“I gatti oziano tutto il giorno, e possono dormire quanto vogliono, voglio reincarnarmi in un gatto in una prossima vita.”
“Secondo me ti tramuterai in un bradipo.”
“Shh, non portare sfiga!” Disse rilanciandomi il cuscino. “Ora lasciamo dormire.”
“Okay.” Risposi.
Era ormai l’una di notte e io non riuscivo ancora ad addormentarmi.
Mi alzai e andai sulla spiaggia.
Non c’era nessuno.
Mi andai a sedere vicino alla riva e restai ad ascoltare il rumore delle onde.
“Ancora sveglia?” Chiese qualcuno, sedendosi accanto a me.
Mi voltai e vidi James.
Annuii. “Anche tu, a quanto pare.”
“Già, non riesco a dormire.”
“Come mai?”
“Pensavo.”
“E a che cosa?”
Esitò a rispondere.
Sorrise. “Nulla d’importante.”
“Okay.”
“Ti va?” Chiese, facendo cenno al mare.
“Cosa?”
“Una nuotata.”
“Ma l’acqua sarà gelata!”
“Pensavo fossi un po più coraggiosa.” Disse, togliendosi la maglia.
“Lo sono!”
“Allora fatti sotto!” Urlò, tuffandosi nell’acqua.
Ero incerta se seguirlo o no.
“Oh, ma vaffanculo al freddo.” Mi tolsi la maglietta e i pantaloncini ed mi tuffai anch’io.
“Cazzo!” Urlai appena entrai in acqua. “Cazzo, cazzo, cazzo.”
James riemerse e scoppiò a ridere.
“Non è affatto divertente!” Mi lamentai.
“Freddo?” Chiese.
Annuii tutta tremante.
Nuotò verso di me e mi abbracciò.
“Idiota, siamo in acqua, fa freddo lo stesso.” Borbottai.
“Lo so, ma era una buona scusa per abbracciarti.” Sussurrò, vicino al mio orecchio.
Sorrisi.
“Non ce la faccio proprio.” Disse.
“Cosa?” Domandai.
Il cuore che partiva come un razzo, e batteva come se da un momento all’altro sarebbe scoppiato.
“A smettere di pensarti.” Rispose, stringendomi più forte.
“James..”
“Lo so, siamo ‘solo amici’.”
Mi staccai da lui e sorrisi.
Era proprio davanti a me, a meno di un centimetro.
Osservai quegli occhi blu, e mi avvicinai ancora un po.
Tremavo, ma non era più per il freddo.
Solo un millimetro.
“Scusami.” Disse e quel restante millimetro sparì.
Cullati dalle onde di quel gelido mare, le nostre labbra riuscirono finalmente a incontrarsi.
Sapeva di tristezza e passione, quel bacio, una fusione tra dolore e amore.
Non m’importava più se era abbastanza o no, volevo soltanto che rimanesse così per sempre, o almeno per un altro po, solo un altro po.
Era come se il bacio che George mi aveva dato quel giorno in infermeria fosse sparito, come se fosse quello, il primo e vero bacio che ricevetti.

-Sono solo st(a)nca.
-Non sto piangendo, sono solo allerg(i)ca.
-Ho gli occhi l(u)cidi perché ho sbadigliato.
-Non sono (t)riste, ho solo sonno.
-Non ho f(a)me.
-(T)remo perché ho la pressione un po’ bassa.
-Sto b(e)ne.
-La notte dor(m)o poco per avvantaggiarmi i compiti.
-Oggi non mi va di usc(i)re, devo studiare. (aiutatemi)
00.47 - 6 settembre 2014

Ho una voglia matta di vederti appena sveglio, la mattina, coi capelli spettinati, lo sguardo ancora addormentato, sentire la tua risata, sentirti sbadigliare e dire “ma che capelli c’ho?”, tu che sorridi e l’alba come sfondo.

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"A me sembrava bellissimo
Quel silenzio catartico
A guardare le stelle
Aspettarle cadere
Poi cercarsi la pelle
Senza trovarsi mai

Nella quiete della stanza
L’eco dei respiri e basta
Non c’è più da fare
In questa casa che ci crolla addosso e noi ancora alla Tv
Che dejà vu … ti ho visto sbadigliare

Penso a lui e sbadiglio. Sarà che è l’una di notte quindi la stanchezza accumulata dalla giornata mi fa sbadigliare. Oppure sono solo stanca di pensarci senza risolvere nulla.
—  Sonia
l'angolo del polemico


Dylan DogMater Morbi”,
edizione BaoPublishing.

Da dove cominciare? Sono qua che mi bevo una tazza di camomilla nell’attesa di farmi salire il sonno, sbadigliare e sperare che mi si stappi un orecchio mestamente occluso che mi rintrona il cervello da ore.
Chiuso il preambolo, ho letto Mater Morbi della osannata coppia Recchioni&Carnevale, e, che dire..Sono abbastanza delusa. Ok, non avevo chissà quale hype a mille, ho aspettato più di un anno per comprarmelo, precisamente attendendo questi giorni del 25% di sconti della Bao.
Evidentemente a volte il mio istinto qualcosa ci piglia, perché comunque mi hanno dovuto convincere per dieci minuti prima che mi decidessi a comprarlo a 12 euro e 75 centesimi. Non che me ne penta totalmente, diciamolo, è una bella edizione: copertina mozzafiato, rilegatura pregiata, sketches finali di Carnevale che commuovono. Bello il comparto grafico.
Per quel che invece concerne la storia - per me - Recchioni non c’ha preso. Siamo d’accordo che anche sfornare storie alternative al classico andamento episodico di Dylan Dog sia un buon metodo per ravvivare la pubblicazione, per cui un plot più introspettivo su Dylan mi può anche piacere, si pensi per esempio a Il lungo addio (n°74 dell’indagatore dell’incubo). Tuttavia alla fine di Mater Morbi mi veniva da scrollare le spalle e chiedermi.. Ma c’era davvero bisogno di ripubblicare questo numero in una bella confezioncina di buon gusto? Capisco con Il sorriso dell’oscura signora, che ho amato e apprezzato, ma non percepisco assolutamente niente in questo albo che meriti un posto privilegiato non solo nel mio cuore, ma anche nella mia libreria.

Partiamo da un dettaglio fondamentale, la signora Mater: una “gnoccona” in tenuta sadomaso che sembra uscita da un gioco di ruolo live sui vampiri. Mi è piaciuta? Per niente, e non mi riferisco ai disegni o alle sue curve. Sembra un agglomerato tra eroine Marvel e personaggi folkloristici dei manga e a mio parere stona con il comparto narrativo dell’opera di Dylan Dog. Le coprotagoniste di solito sono per lo più belle ragazze (aka cliché) che assumono valore dalla storia stessa in cui sono inserite, rimanendo elementi chiave in quanto ci ricordano sempre il punto debole di Dylan e, nel contempo, facendo da tramite tra gli eventi.
In questo caso la signora Mater acquisisce sapore unicamente grazie al fatto che sappiamo che essa è la malattia in persona (ebbene si). L’ultima cosa che avrei pensato vedendola all’inizio era che fosse la personificazione di tutti i malanni, così incazzosa e in salute. Il punto debole di questa Mater è che rimane assolutamente un cliché e cerca però di essere il focus della storia, l’elemento cardine, antagonista e coprotagonista al contempo; ma, diciamocelo, non riesce assolutamente a reggere il ruolo. Anzitutto l’aspetto estetico mi sembra totalmente illogico, perché darle questa tenuta da mistress quando, in una scena descrittiva in cui Dylan cita i concetti di “dolore e morte”, si vede esattamente un’altra tipa vestita come la Mater che se la spassa in giochini sadomaso e che rappresenterebbe il dolore? Che mi significa allora dare alla Mater Morbi un aspetto che - di fatto - non rende assolutamente la sua caratterizzazione di emblema del male più odiato dall’umanità? Alla fine dell’albo si percepisce infatti il riscontro fallimentare di questo personaggio, come lo stesso Recchioni ammette, dato che la Mater Morbi non lascia nulla al lettore se non l’idea di una “gnoccona sadomaso”. E caratterialmente è insipida, c’è poco da fare: arrogante, sadica, maligna ma altrettanto sola e triste e bisognosa di un uomo che la conforti (wut? la malattia in persona, giusto?).
Insomma, qualcosa nella caratterizzazione di questa coprotagonista non ha funzionato nel verso giusto, tanto che sul finale inizia pure a stufarmi e la scena di sesso (che si sapeva che sarebbe arrivata) è riuscita ad essere ancora meno sentita delle solite tresche di Dylan.

Il messaggio di fondo della storia non è niente che mi entusiasmi, la polemica sull’eutanasia sa tanto di presa di posizione al di fuori della storia di Dylan Dog, mentre la rappresentazione della malattia e il suo approfondimento dal punto di vista iconografico non sono al massimo delle possibilità. A dire il vero, per essere un albo che parla dei malati, della sofferenza del corpo, della perdità di dignità, delle pene e di tutto il resto, è fin troppo leggero (e dire che è un tema che mi spaventa sentitamente già da sé). Graficamente l’ambiente è reso benissimo, belli i rimandi a Silent Hill, ciononostante manca totalmente dello spessore angosciante e della disperazione necessari per catapultarti nel terrore della malattia.
Che dire, de gustibus, in fondo io di Recchioni ho letto solo John Doe fino a non ricordo che numero e lì quello che ha cercato di fare in Dylan Dog sembrava funzionare molto di più. Questa creazione di personaggi “esemplari” lì funzionava e la varietà delle storie era talmente illimitata che si poteva spaziare anche in generi e ambienti dal sapore ogni volta differente.
Dylan Dog invece ha una sua luce, una sua atmosfera, un gusto tutto suo che non può essere in alcun modo distorto; al massimo enfatizzato in alcuni aspetti o addirittura esagerato in altri, ma se lo alteri in modo da lasciarlo quasi insapore, allora per me hai toppato.

Ho una voglia matta di vederlo appena sveglio, la mattina, coi capelli spettinati, lo sguardo ancora addormentato, sentire la sua risata, sentirlo sbadigliare e dire ‘ma che capelli c’ho?’, lui che sorride e l’alba come sfondo.

Piangevo. È passato mio papà. Ho finto di sbadigliare sfregandomi le mani agli occhi.

In questi momenti mi accorgo di quanto sto a pezzi.

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