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 Ooh! Tout de suite Massin! 

Forse ci si potrebbe domandare perché parlare di scrittura in un contesto come questo, dal momento che la scrittura ad un livello superficiale si pone in contrasto con il mondo dell’arte visuale. Ovviamente è chiaro che dopo gli anni Sessanta e l’arte concettuale anche la parola scritta ha assunto uno statuto artistico del tutto particolare, non è l’ambito di cui ora mi interessa parlare.

Noi sappiamo che la scrittura vive di due nature: da un lato essa è legata al linguaggio e quindi alla necessità di veicolare un messaggio, il quale comunque non ha necessità di essere visivo; dall’altro essa ha uno statuto visivo legato allo spazio che occupa. Da un punto di vista linguistico e semiotico lo statuto spaziale della scrittura ha un carattere definibile come “trasparente”: essa è una formazione di segni arbitrari che sono funzionali alla trasmissione di un significato che si forma nella loro unione e coesione e che si rapportano tra loro per una caratteristica differenziale (ogni lettera è portatrice di un fonema il quale da solo non significa nulla e che deve differenziarsi dagli altri per funzionare nel sistema linguistico) e la cui forma è codificata secondo criteri di comprensibilità e universalità. In breve: le lettere sono segni grafici codificati senza significato proprio il cui aspetto è determinato solo dalla necessità di creare un agglomerato di segni differenziati e universalmente comprensibili.

Questa logica funzionalista è sempre stata applicata alla stampa in quanto si è ritenuto che l’aspetto grafico del testo dovesse tendere a rendere visibile il messaggio nel minor tempo possibile, ma negli anni Sessanta qualcosa cambia, e il pioniere del cambiamento è Robert Massin.

Robert Massin è un grafico francese che per anni è stato direttore della casa editrice Gallimard e che dagli anni Sessanta crea lavori grafici in cui il è “tipo” delle lettere che deve veicolare dei messaggi di senso, cioè lavori in cui la scrittura da trasparente si fa “opaca”: essa acquisisce uno statuto rappresentativo e rappresentante per se stessa. Massin sperimenta molto con i testi teatrali, tra cui spiccano per originalità e arditezza delle soluzioni le piéce di teatro dell’assurdo dell’autore di origini rumene Eugène Ionesco, “La chantante chauve” e “Delire a deux”.

In questi lavori il valore grafico della scrittura si fa protagonista e viene scardinato l’ordine consueto con cui il testo teatrale viene ancora oggi normalmente stampato: i personaggi non si identificano più con i loro nomi bensì con il loro aspetto, e la tonalità, i tempi e il carattere emozionale delle voci viene riprodotto usando effetti grafici particolari. In “Delire a deux” i personaggi hanno ognuno un proprio “tipo grafico” e gli spari delle bombe che all’esterno distruggono la città sono resi tramite vistose macchie di inchiostro che invadono lo spazio del testo e delle illustrazioni; ne “La chantante chauve” le voci dei personaggi che si sovrappongono vengono rese tramite le strisce dialogiche che si mescolano e sovrappongono le une sulle altre fino a rendere incomprensibile cosa c’è scritto, imitando l’effetto di confusione sonora che il dialogo produce a teatro.

Con Massin nasce quella che lui ha definito “tipografia espressiva”, la quale ha creato un forte collegamento tra le arti visive, la letteratura e il linguaggio, conferendo a quest’ultimo un carattere di opacità che prima non era riuscito a raggiungere in modo semanticamente rilevante: il testo di Massin, a differenza degli esperimenti futuristi delle “Tavole parolibere” che vivevano di una peculiare valenza visiva, combina la trasparenza di un testo che vuole veicolare il messaggio dell’autore, all’opacità semantica della sua rappresentazione.