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L’art de la reliure, comment coudre un livre.

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Il collettivo beffardo di Libri finti clandestini.

Così si presentano sul loro sito:

Libri Finti Clandestini è un esperimento nell’ambito del riciclo. Lo scopo del collettivo è quello di realizzare veri e propri libri (sketchbook, taccuini, diari di viaggio, “libri oggetto”…) usando solamente “carta trovata in giro”, carta che la gente considera spazzatura: scarti di tipografie, prove di stampa e carte di avviamento, sacchetti della spesa, poster, buste, sacchetti del pane, carta da parati… 

La carta usata proviene infatti da laboratori di stampa, festivals, case di amici, fabbriche abbandonate in giro per l’Europa, università di arte, biblioteche… 

La carta “trovata in giro” viene assemblata e rilegata a mano secondo un metodo non professionale, ossia in modo diverso da come procederebbe un rilegatore professionista. 

Pazienza esclusa, l’intero processo è a spesa zero, ed è a impatto zero sull’ambiente. Libri Finti Clandestini è un esperimento nell’ambito della decrescita.  Il risultato finale è un vero e proprio libro, pronto per essere scritto, disegnato o per assumere qualsiasi altro significato il possessore voglia dargli. 

Nota Bene: Libri Finti Clandestini è un collettivo beffardo *, perchè vende alla gente la loro stessa spazzatura.

Ne parlano anche su Frizzi Frizzi.

Camminavo per strada, qualche ora fa, e una vecchia alle mie spalle, probabilmente una maestra in pensione, spiegava al marito la prima legge del decalogo delle vecchie maestre: per stimolare la conoscenza, per accendere il desiderio di sapere nei bambini, bisogna rendere tutto il cammino dell’apprensione piacevole e delizioso. Con bei libri per esempio, pagine colorate, disegni, figure. Anche ai più grandi bisogna fare così.
Un attimo. Cosa sai tu, delle giornate che passo nei mercatini, a scavare e scovare quel giallo di libri usati e strausati? Cosa fai tu mentre mi chiudo in camera, e prima di cominciare a leggere, li annuso, aspiro dalla spira di rilegatura fino all’ultima molecola odorosa, me le ficco in testa, mi impregno i vestiti. Dove sei quando quello strano formicolio fra esofago e trachea mi fa sentire vivo, guardando la mia libreria e considerando ognuno di quei testi tanto figlio quanto padre?
Mia cara maestra, al tramonto della tua vita, scolastica e personale, mi viene da pensare che il tempo ha creato anche in te quella grande lacerazione, anatema oserei dire, che sta rovinando il secolo corrente. Sei una povera vittima, vecchia, decrepita, e buona, che vede nel libro niente altro che un qualsiasi altro oggetto che necessità di pubblicità e di bella apparenza. Una nuova bevanda ha bisogno di colori forme e deliziosità; una nuova aspirapolvere ha bisogno di un tizio anonimo in giacca e cravatta che decanti al suo posto pregi e meriti. Almeno i libri, cara maestra che ringrazio il cielo per non aver posto sulla mia strada, almeno i libri dicevo, restituiamoli a quel grande tempio di sacralità, di incenso e di nobiltà, che ormai è caduto. È rimasto, come nella nuova Gerusalemme, solo uno squallido, umido, muro del pianto.

Ieri sera ero a Valvasone (PN), dove ogni anno ha luogo una rievocazione storica in costume a tema medievale. A questa manifestazione prende parte lo Scriptorium Foroiuliense (Scuola Italiana Amanuensi di Ragogna, UD) che, con un piccolo percorso dimostrativo, illustra la fabbricazione della carta filigranata a partire dal cuore del cotone (un mastro cartaio di Fabriano mi ha fatto provare l’intero umidiccio processo, per poi regalarmi i due fogli che si vedono sullo fondo della foto), la composizione degli inchiostri ferrogallici e scrittura con piume d’oca e pennini metallici (l’amanuense scriveva i nomi dei partecipanti, io ho chiesto questa locuzione latina di  Publio Virgilio Marone), seguita dal disegno e la colorazione delle miniature ed infine dalla rilegatura, il tutto con riproduzioni fedeli di strumenti d’epoca medievale.

l'angolo del polemico


Dylan DogMater Morbi”,
edizione BaoPublishing.

Da dove cominciare? Sono qua che mi bevo una tazza di camomilla nell’attesa di farmi salire il sonno, sbadigliare e sperare che mi si stappi un orecchio mestamente occluso che mi rintrona il cervello da ore.
Chiuso il preambolo, ho letto Mater Morbi della osannata coppia Recchioni&Carnevale, e, che dire..Sono abbastanza delusa. Ok, non avevo chissà quale hype a mille, ho aspettato più di un anno per comprarmelo, precisamente attendendo questi giorni del 25% di sconti della Bao.
Evidentemente a volte il mio istinto qualcosa ci piglia, perché comunque mi hanno dovuto convincere per dieci minuti prima che mi decidessi a comprarlo a 12 euro e 75 centesimi. Non che me ne penta totalmente, diciamolo, è una bella edizione: copertina mozzafiato, rilegatura pregiata, sketches finali di Carnevale che commuovono. Bello il comparto grafico.
Per quel che invece concerne la storia - per me - Recchioni non c’ha preso. Siamo d’accordo che anche sfornare storie alternative al classico andamento episodico di Dylan Dog sia un buon metodo per ravvivare la pubblicazione, per cui un plot più introspettivo su Dylan mi può anche piacere, si pensi per esempio a Il lungo addio (n°74 dell’indagatore dell’incubo). Tuttavia alla fine di Mater Morbi mi veniva da scrollare le spalle e chiedermi.. Ma c’era davvero bisogno di ripubblicare questo numero in una bella confezioncina di buon gusto? Capisco con Il sorriso dell’oscura signora, che ho amato e apprezzato, ma non percepisco assolutamente niente in questo albo che meriti un posto privilegiato non solo nel mio cuore, ma anche nella mia libreria.

Partiamo da un dettaglio fondamentale, la signora Mater: una “gnoccona” in tenuta sadomaso che sembra uscita da un gioco di ruolo live sui vampiri. Mi è piaciuta? Per niente, e non mi riferisco ai disegni o alle sue curve. Sembra un agglomerato tra eroine Marvel e personaggi folkloristici dei manga e a mio parere stona con il comparto narrativo dell’opera di Dylan Dog. Le coprotagoniste di solito sono per lo più belle ragazze (aka cliché) che assumono valore dalla storia stessa in cui sono inserite, rimanendo elementi chiave in quanto ci ricordano sempre il punto debole di Dylan e, nel contempo, facendo da tramite tra gli eventi.
In questo caso la signora Mater acquisisce sapore unicamente grazie al fatto che sappiamo che essa è la malattia in persona (ebbene si). L’ultima cosa che avrei pensato vedendola all’inizio era che fosse la personificazione di tutti i malanni, così incazzosa e in salute. Il punto debole di questa Mater è che rimane assolutamente un cliché e cerca però di essere il focus della storia, l’elemento cardine, antagonista e coprotagonista al contempo; ma, diciamocelo, non riesce assolutamente a reggere il ruolo. Anzitutto l’aspetto estetico mi sembra totalmente illogico, perché darle questa tenuta da mistress quando, in una scena descrittiva in cui Dylan cita i concetti di “dolore e morte”, si vede esattamente un’altra tipa vestita come la Mater che se la spassa in giochini sadomaso e che rappresenterebbe il dolore? Che mi significa allora dare alla Mater Morbi un aspetto che - di fatto - non rende assolutamente la sua caratterizzazione di emblema del male più odiato dall’umanità? Alla fine dell’albo si percepisce infatti il riscontro fallimentare di questo personaggio, come lo stesso Recchioni ammette, dato che la Mater Morbi non lascia nulla al lettore se non l’idea di una “gnoccona sadomaso”. E caratterialmente è insipida, c’è poco da fare: arrogante, sadica, maligna ma altrettanto sola e triste e bisognosa di un uomo che la conforti (wut? la malattia in persona, giusto?).
Insomma, qualcosa nella caratterizzazione di questa coprotagonista non ha funzionato nel verso giusto, tanto che sul finale inizia pure a stufarmi e la scena di sesso (che si sapeva che sarebbe arrivata) è riuscita ad essere ancora meno sentita delle solite tresche di Dylan.

Il messaggio di fondo della storia non è niente che mi entusiasmi, la polemica sull’eutanasia sa tanto di presa di posizione al di fuori della storia di Dylan Dog, mentre la rappresentazione della malattia e il suo approfondimento dal punto di vista iconografico non sono al massimo delle possibilità. A dire il vero, per essere un albo che parla dei malati, della sofferenza del corpo, della perdità di dignità, delle pene e di tutto il resto, è fin troppo leggero (e dire che è un tema che mi spaventa sentitamente già da sé). Graficamente l’ambiente è reso benissimo, belli i rimandi a Silent Hill, ciononostante manca totalmente dello spessore angosciante e della disperazione necessari per catapultarti nel terrore della malattia.
Che dire, de gustibus, in fondo io di Recchioni ho letto solo John Doe fino a non ricordo che numero e lì quello che ha cercato di fare in Dylan Dog sembrava funzionare molto di più. Questa creazione di personaggi “esemplari” lì funzionava e la varietà delle storie era talmente illimitata che si poteva spaziare anche in generi e ambienti dal sapore ogni volta differente.
Dylan Dog invece ha una sua luce, una sua atmosfera, un gusto tutto suo che non può essere in alcun modo distorto; al massimo enfatizzato in alcuni aspetti o addirittura esagerato in altri, ma se lo alteri in modo da lasciarlo quasi insapore, allora per me hai toppato.

anonymous said:

So che è una cosa stupida, ma tra 3 giorni io e il mio ragazzo facciamo tre anni. Ogni anno ho risparmiato (diciamo che non ho una bella condizione economica) per fargli un bel regalo, ma quest'anno, avendo lui fatto 18 anni, gli ho spiegato che avrei fatto un tutt'uno. Gli ho comprato il bracciale che voleva da tanto, a sorpresa, e per l'anniversario gli ho fatto stampare le mie poesie scritte per lui, con stampa a caratteri mobili e rilegatura in cuoio, spendendo --

Continua

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