Titolo: La vita di Adéle

Regista: A.Kechiche

Durata: 180 minuti

Paese di produzione: Francia, Belgio, Spagna

Anno: 2013

Voto: ✮✮✮✮✮

Trama: Adéle ha 15 anni e un appetito insaziabile di cibo e di vita. Leggendo della Marianna di Marivaux si invaghisce di Thomas, a cui si concede senza mai accendersi davvero. A innamorarla è invece una ragazza dai capelli blu incontrata per caso e ritrovata in un locale gay, dove si è recata con l'amico di sempre. Un cocktail e una panchina condivisa avviano una storia d'amore appassionata e travolgente che matura Adèle, conducendola fuori dall'adolescenza e verso l'insegnamento. Perché Adèle, che alle ostriche preferisce gli spaghetti, vuole formare gli adulti di domani, restituendo ai suoi bambini tutto il bello imparato dietro ai banchi e nella vita. Nella vita con Emma, che studia alle Belle Arti e la dipinge nuda dopo averla amata per ore. Traghettata da quel sentimento impetuoso, Adèle diventa donna imparando molto presto che la vita non è sempre un (bel) romanzo. 

Recensione: Questo film mi era stato consigliato da una ragazza circa un anno fa, ma ho avuto il piacere di guardarlo solo mesi e mesi dopo. 

In realtà non ho avuto subito un acceso interesse a riguardo, magari per il fatto che la durata di 3 ore lascia desiderare ad un primo impatto. Un giorno in libreria mi sono imbattuta nel graphic novel “Il blu è un colore caldo” di Julie Maroh, da cui è stato tratto il film. Essendo appunto un fumetto, ho impiegato circa 45 minuti a leggerlo. So che suonerà estremamente esagerato, ma ho sentito il bisogno vero e proprio di guardare questo film, per vedere quanto si potesse trarre da un fumetto talmente breve, ma così intenso. Così un pomeriggio, insieme alla mia ragazza lo abbiamo guardato in tv. Devo essere sincera, guardandolo in due, tra una distrazione e l'altra non ho potuto coglierlo a pieno, così ho deciso di scaricarlo e riguardarlo da sola e ora a mia grande sorpresa, è l'unico film che sento di poter definire il mio preferito.

Come cita la trama, Adéle è una semplice ragazza di 15 anni che, come tutte le ragazze di quell'età, è ancora alla ricerca del suo perché. Il perché di Adéle si rivela essere Emma, una ragazza dai capelli blu che si presenta come l'opposto della protagonista, a partire dal suo approccio alla società. Lei infatti a differenza di Adéle al momento del primo incontro è a conoscenza della propria sessualità e ha scelto l'arte come strada da intraprendere. 

Adéle ha un'idea marginale di quello che le riserverà il futuro, il suo sogno sarebbe diventare maestra, ma oltre al lavoro le sue idee riguardo il resto non sono molto chiare. 

Per i primi 45 minuti che precedono l'incontro effettivo con Emma, le scene, le inquadrature e i dialoghi ci fanno “perdere” con Adéle. Tenendo gli occhi ben aperti però, è possibile notare in ogni inquadratura, o quasi, il colore blu che compare in almeno un dettaglio: le lenzuola, i giubbotti degli studenti, il vestito di Adéle nella scena finale e molto altro. 

Ci tengo a precisare che è errato considerarla una storia d'amore omosessuale. Kechiche la presenta come una storia d'amore indipendente dalla sessualità delle protagoniste. Questo emerge specialmente nel momento in cui Emma ritrae Adéle nuda, chiaro riferimento a Titanic. Emma, vestita da uomo, con i capelli ormai biondo-castano (colore associato al declino della relazione) ritrae Adéle, la “donna” della relazione, il soggetto più vulnerabile ritratto da quello più forte: un parallelismo con una delle storie d'amore etero più famose di sempre. Con questo Kechiche ha contribuito ad evidenziare quanto non volesse tanto rappresentare una storia omosessuale, ma semplicemente una storia d'amore. 

I ritmi sono lenti, non vi è colonna sonora eccetto per una leggera musica finale che sembra rimbombare nel quartiere stesso, i pranzi e le cene sono infiniti e i pasti molto frequenti (Adéle mostra la sua fame di cibo e di vita), le scene di sesso (in mia opinione ingiustamente criticate) sono analitiche e quasi d'esposizione “chirurgica”, perché il tutto vuole risultare naturale e vero. La vita dopotutto non è fatta di colpi di scena. Vi è un unico “colpo di scena” nella vita di Adéle, ovvero l'incontro con Emma. Il resto sviluppa la loro relazione concentrandosi sulla crescita di Adéle all'interno di essa. 

Il finale non è uguale a quello del fumetto, nonostante avrei preferito lo fosse, ma a suo modo ha un fascino ineguagliabile che ci lascia più dubbi di quelli che avevamo all'inizio del film. Dopotutto Kechiche ha lasciato la sua impronta indelebile alla storia e rispetto il suo modo di interpretarla. 

Lo consiglio a chiunque, un capolavoro e una Palma D'Oro completamente meritata. 

Citazioni dal film: 

  • Ho l'impressione di fare finta, di fare finta su tutto;
  • Il caso non esiste, non lo sai?
  • Ho te e mi basta;
  • Mi sembra la storia dell'uovo e della gallina, ci chiediamo chi è nato prima, ma alla fine mi dico che è inutile, non lo sapremo mai;
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RECENSIONE IPHONE 6, 6+ e APPLE UOTCH!

Ho ricevuto da Microsoft cento iPhone 6, mille iPhone 6Plus e un orologio strano! Recensiamoli insieme! Sul mio canale ci sono anche quelle degli anni scorsi dell'iPhone 5, 5S e 5C!

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I ricordi e le suggestioni di Stefano Ricci in La storia dell’orso

Questo lungo graphic novel racconta la storia di un orso perso tra la Germania e l'Italia. È il viaggio di un animale braccato, ma anche il viaggio evocativo nella mente e nei ricordi dell'autore, una riflessione sullo disadattamento dell'uomo.


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Memories and suggestions in Stefano Ricci’s La storia dell'orso

This long graphic novel is about a bear lost between Germany and Italy. It’s the journey of a hunted animal, and also an evocative journey in the mind and the past of the author, a reflection on the maladjustment of men.

RECENSIONE / Paolo Benvegnù - Earth Hotel

Woodworm / 2014

“Sarebbe triste scoprire troppo tardi di essere stati solo ospiti distratti e ingrati in questo albergo.” (M. Lodoli)

Altro valido capitolo della storia musicale di Paolo Benvegnù. Il cantautore milanese torna con un nuovo disco sperimentale ed introspettivo. La descrizione di un abitante qualsiasi di questo grandissimo hotel che ci vede protagonisti ogni giorno e della profonda solitudine che lo avvolge. La fatica che ognuno di noi compie per non essere solo ospiti di passaggio della nostra vita, ma personaggi principali.

Un'altra forma di cantautorato per l'ex Scisma. Una decisa rottura dei canoni tradizionali che sfiora l'alt-pop, facendo la muta ad ogni brano con attitudini progressive e sonorità morbide e flessuose. Una ricerca accurata, un'attenzione meticolosa rivolta al dettaglio più piccolo, nota per nota e parola per parola. Storie complicate ma molto comuni accompagnate da una degna colonna sonora che accentua ogni singolo turbamento, ogni vicenda che si svolge all'interno delle dodici stanze di questo albergo particolare. Dalla passionale versatilità di Avenida Silencio, psichedelico pezzo in inglese dal cupo sapore leggermente new wave e dall'atmosfera un po’ teatrale, all'orchestrale e cibernetica Stefan Zweig, traccia in cui la voce di Benvegnù viene prima cullata da dolci archi per poi dissolversi in elettronici suoni alieni, passando per l'amarezza di Orlando, brano denso e viscerale, e concludendo con la penetrante malinconia di Sempiterni Sguardi e Primati. Earth Hotel è un disco in continua evoluzione, dai testi ambigui ed enigmatici, che si impone con estrema determinazione sul panorama cantautoriale italiano. Un altro esempio dell'amore di questo artista verso la musica, la sua voglia di rompere le regole e di cambiare. Una forte personalità sempre da apprezzare.

Un disco a tinte fosche, disincantato, dalle mille variazioni. Un importante tassello della carriera del cantante. Sicuramente direttore attento del suo Earth Hotel.

80/100


di Francesca Marini


Paolo Benvegnù / Facebook / Spotify

50 sfumature di grigio - recensione

Finalmente ho visto il film quindi ora posso esprimere un giudizio.

Sicuramente rispetto al libro non è la stessa cosa, ma succede così nel 90% dei casi. Alcune parti sono state tagliate, a parer mio parti importanti nell'evoluzione del rapporto di Christian e Anastasia. Alcune cose sono state fin troppo semplificate, come ad esempio la scena del contratto, quando loro sono a cena, come Christian che sembra cedere troppo velocemente al “di più” che chiede Anastasia. La stanza dei giochi viene sottovalutata e le scene accadute lì dentro vengono mescolate tra loro. Però è anche vero che ho adorato la parte in cui per la prima volta Anastasia vola a Seattle su Charlie Tango, con il sottofondo di “Love Me Like You Do” di Ellie Goulding. Per quanto riguarda le scene spinte di sesso, beh ok il divieto ai minori di 14 anni, ma non c'era niente di troppo sconvolgente o che non si era già visto. PERSONAGGI: Christian non ha lo “sguardo magnetico” che mi aspettavo, anche se fisicamente si avvicina moltissimo al modello del “dio greco” descritto nel libro. Anastasia avrebbe potuto piastrarsi i capelli e vestirsi in maniera più decente invece di indossare per quasi tutto il film i vestiti che le aveva comprato Christian, e la sua voce italiana proprio non l'ho sopportata. Nel libro lei lotta, non cede, ma nel film salta fuori moltissimo il suo lato accondiscendente e sperduto, tranne che nella parte della cena per il contratto. Lì si che si fa valere. Se pensate che il film tratti solo di sesso vi sbagliate. In fondo tratta di una storia d'amore, per quanto perversa e contorta; Del carattere complicato di Christian e della sua infanzia difficile, delle scelte che Anastasia fa per amore e di come l'amore può cambiare il modo di vedere le cose. Quindi si, nel complesso, nonostante la delusione iniziale è un film che almeno una volta va visto.

  • pezzidicuorestrappati
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Recensione di Adaline e di Blake Lively #FigaComeIlPanico

Adaline - L'eterna giovinezza è uno di quei film da cui non sai bene che cosa aspettarti, ma che ti senti quasi obbligato ad andare a vedere perché c'è …

AVENGERS: AGE OF ULTRON

Una volta recuperata la mazza della cazzimma di Loki nel castello del Barone Von Strudel, i Vendicatori scoprono, all’interno della mazza stessa, la Pietra FIlosofale. Questa pietra a sua volta contiene il Tagliaerbe, che è ancora molto incazzato e quindi J.A.R.V.I.S. diventa la Televisione.
Tutti prendono a mazzate tutti, Pinocchio viene sconfitto, e i Vendicatori vanno in vacanza lasciandovi così, basiti, a cercare di capire che cazzo avete visto.

Max Payne 3 - Finché c’è barba c’è speranza

La saga mi Max Payne ci ha illuminato in maniera esemplare nel corso degli anni, partendo da una magnifica denuncia rivolta all’importanza dei famosi quindici minuti di celebrità di un uomo, arrivando al modo in cui è possibile toccare il fondo e cercare la forza di risalire. In codesto articolo ci soffermeremo principalmente sul terzo, ultimo e toccante titolo Rockstar, ma quando si parla di Max bisogna per forza conoscere tutta la sua storia.

Il protagonista è un poliziotto. Serve il proprio paese, ha moglie e figlia neonata. Ancora non è un eroe, sempre se mai lo diventerà. Il suo difetto più grande è l’essere sbarbato. Proprio per questo motivo, rincasando trova la famiglia mortammazzata per mano di drogati sanguinari, fatti fino ai capelli di una nuova droga chiamata Valchiria. La storia è cupa, e accompagniamo ogni passo del povero Max nella sua personale vendetta contro tutto e contro tutti.

Da qui facciamo finta di nulla e passiamo direttamente al capolavoro: il terzo capitolo. Il signor Payne è un uomo finito: non ha più nessuno scopo nella vita e si lascia consumare dall’alcool e dagli antidolorifici. Il dolore e la disperazione lo hanno reso virile, e l’aspetto trasandato ora è incorniciato da una non curata barba. La mandibola è scolpita, la fronte ricca di rughe e gli occhi trasmettono tristezza.

Risalire dal baratro è difficile, e l’unica cosa sensata a quanto pare è andare a fare la guardia del corpo in Brasile. Non pensare è la soluzione, e passare le notti in preda a deliri alcolici è l’unico modo per tirare avanti. Le cose peggiorano, e non si può uscire dal vortice di violenza. La barba diventa sempre più lunga e importante, come a indicare lo stato mentale del protagonista.

Le cose non fanno altro che peggiorare, e Max affronta la sua rinascita nell’unico modo possibile: rasarsi la testa, indossare una camicia hawaiana e sparare contro tutti. Qui la metafora è eccezionale: quando tocchi il fondo e non hai più nulla da perdere, c’è ancora qualcosa per cui lottare e andare fieri. C’è ancora qualcosa da mostrare agli altri, e magari facendo il modo che sia l’ultima cosa che vedranno. C’è ancora un motivo per cui vivere. La propria barba.


VOTO: 9/10

Rappresentare la poesia non è una cosa semplice

Che la storia di uno dei poeti più profondi di ogni tempo sia stata presa così alla leggera mi ha lasciato un po’ deluso. Il Leopardi del nuovo film di Martone, Il giovane favoloso, riflette ben poco la potenza dell’immagine poetica, che sarebbe dovuta invece trovarsi al centro dell’intera trattazione. Insomma, stiamo parlando dell’unico vero romantico che l’Italia abbia avuto – a dispetto di quanto ci raccontano a scuola, cioè che il suo pensiero multiforme non è inquadrabile in nessuna corrente culturale del tempo, considerazione sulla quale ho molte riserve. Invece quello che ci viene proposto è un film di un realismo quasi nauseante, praticamente scontato. Ma del resto si riconferma quello che ho sempre pensato a proposito del cinema: la macchina da presa uccide la poesia.

Sull’aspetto biografico non c’è niente da dire. La sua veridicità storica, sia quella legata ai fatti, cioè alle scelte di Leopardi, sia quella legata al contesto ottocentesco, mi sembra ampiamente rispettata. La domanda è: c’era davvero bisogno di propinarci ancora quella storia che tutti, bene o male, conosciamo? Fin dalle scuole medie la vita di Leopardi ci viene trasmessa – spesso a discapito dell’opera – come una sorta di fiaba, una vicenda lineare di cui è facile inquadrare i punti salienti. Ma questo avviene proprio perché il suo percorso esistenziale, anche grazie alle informazioni contenute nello Zibaldone, è per lo più sgombro dal mistero e, in quanto tale, non si presta a particolari interpretazioni. Se Martone, dunque, si fosse concentrato meno sulla sceneggiatura e di più sulle immagini, avrebbe sicuramente restituito al pubblico uno spettacolo più appagante.

Le scene incentrate sulle liriche di Leopardi sono lente e inefficaci. Emblematica quella dell’Infinito: dopo una breve ripresa della campagna recanatese, ecco il primo piano di Elio Germano che recita l’idillio con una sicurezza improbabile. Dove sono le inquadrature della siepe, del monte Tabor, del panorama sterminato, di quella vastità che tutti ci siamo immaginati leggendo L’infinito? La fotografia è scarna, gli ambienti sono troppo realistici, i giochi di luce/ombra risultano scadenti. Anche la densità di particolari lascia perplessi: gli endecasillabi di Leopardi sono ricchi, opulenti, tanto che travalicano spesso la misura metrica, diventando un fiume di immagini e allusioni. La lentezza della cinepresa, invece, non dà l’idea di quel ritmo, di quella ispirazione, né tanto meno delle metafore e delle allegorie.

Oltretutto, Leopardi condusse per tutta la vita un dialogo intenso con la natura, costruendo la propria filosofia intorno al modo di concepire la stessa. Perché, allora, la natura è così assente, così placida nel film? Mi aspettavo che fosse il personaggio principale insieme a Leopardi. Non è un caso, infatti, se una delle scene più riuscite sia proprio quella che richiama il Dialogo della Natura e di un Islandese, dove quella “madre maligna” è finalmente personificata. Abbastanza bene anche alla fine, quando le riprese del Vesuvio in eruzione e dello spazio siderale fanno da sfondo alla poesia della Ginestra.

Per il resto, Il giovane favoloso appare troppo una commedia all’italiana. L’interesse è rivolto all’intreccio narrativo, ai costumi di scena, ai personaggi che ruotano intorno a Leopardi, quando la vera essenza di quella scrittura risiede in un piano ideale, sovra-umano. Se prendiamo come termine di paragone un altro film di soggetto simile, ad esempio Bright Star (2009), che parla del poeta romantico John Keats, notiamo subito le differenze: innanzitutto la trovata interessante di raccontare la vicenda dal punto di vista alternato di Keats e di Fanny Brawne, sua amante; poi la maggior concentrazione sugli aspetti concettuali della poesia, con tanto di rimandi metaforici e riferimenti che Martone nel suo film ha trascurato; infine la perizia estetica, il dettaglio cromatico onnipresente, i paesaggi bucolici che sono gli stessi dei versi di Keats.

Concludo con qualche commento extra. Al di là dell’interpretazione di Elio Germano, che è abile nella gestualità ma mediocre nelle espressioni del viso, si può apprezzare il fatto che siano stati declamati vari componimenti leopardiani. È chiaro che senza la lettura diretta dei versi il film sarebbe stato un fallimento. Mi è dispiaciuto invece per la colonna sonora, che pur essendo fatta bene risulta straniante: troppo sperimentale, per un film che non lo è affatto. Un esempio di ciò è la scena in cui Leopardi si accascia sulla riva dell'Arno: la canzone che parte, Lighton di Apparat, con base elettronica, sembra uno scherzo. Peccato, perché ho sempre accolto volentieri la musica contemporanea nei film ambientati nel passato (vedi il riuscitissimo The Great Gatsby dell’anno scorso). Infine, mi sto ancora interrogando – ma inutilmente – sulla scena del bordello, dove Leopardi viene portato dall’amico Ranieri: in un’inquadratura di mezzo secondo, la prostituta che incontra il poeta si rivela un travestito. Una caduta di stile che non trova alcuna giustificazione.

RESTA ANCHE DOMANI (Film) Che bel titolo “Resta anche domani” , una promessa di un futuro, una richiesta, qualcosa che dipende da noi, possiamo scegliere. Non c'è frase più bella, secondo me, di chiedere di restare ad un'altra persona. È una sicurezza su cui possiamo contare. Peccato che il film non si sia rivelato altrettanto carico di messaggi. C'è il ragazzo guardato da tutte che suona in una band che sarà sempre più famosa che s'innamora di una che suona magnificamente il violoncello . È un patetico susseguirsi di cliché da film da teenager oltre che tragico fino allo sfinimento. Emozionante solo il nonno che parla alla nipote in coma , in cui davvero ho visto l'amore e la comprensione di qualcuno. Devo dire che più di qualche volta ho seriamente pensato di non terminare il film. Credo che l'unica cosa che ho percepito davvero , in un film recitato malissimo, è che durante la vita si prendono delle decisioni, ma delle volte è la vita a prenderle per noi. Ps : è tratto da un romanzo , senza dubbio o libro sarà più bello.

HIGHLANDER - L'ULTIMO IMMORTALE

Lo scozzese con la fronte più alta del mondo, talmente tenebroso che in una scena c'ha la nebbia pure in casa, armato di una katana vecchia di millemila anni affronta Lurch della famiglia Addams che va in giro a fare il burino con una pratica spada dell'Ikea.
Dicendo “ne resterà solo uno” credo si riferiscano ai vetri delle finestre integri.

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Il racconto dei racconti - Recensione

Dopo tre anni dal suo ultimo film torna nelle sale uno dei registi di punta del cinema Italiano, Matteo Garrone. Non è tanto il tornare che stupisce, tutti ritornano sulla scena, ma il come lo fa. Fin quando venne trasmesso il trailer  “Il racconto dei racconti” (o come molti preferiscono: Tale of Tales) colpì decisamente in quanto non si presentava come un film di impronta Italiana, si basti pensare alla scena messa per qualche secondo del drago d’acqua. Non pensavo sarei mai arrivato a parlare di un fantasy italiano, ma invece grazie a Garrone questo sto per fare. Siamo davanti ad un film a episodi, tratto dal libro di fiabe “ Lo cunto de li cunti” di Basile, in una versione alla Tim Burton (senza paragoni). Per renderla più facile possiamo parlare di tre cortometraggi intrecciati tra loro che confluiscono in un unico finale. 

I cortometraggi sono: 

  1.  La regina;
  2. La pulce; 
  3. Le due vecchie. 

Il primo narra di una regina che pur di avere un figlio sacrifica la vita di suo marito, il secondo di una principessa data in sposa ad un orco e il terzo di una vecchia donna che torna giovane e sposa il suo re. Sembrano, a dirle così, tre fiabe tranquille, ma in realtà sono le più inquietanti e tetre che io abbia mai visto in una sala cinematografica. 

Da una realtà quasi da denuncia ( Reality ) ad un fantasy senza eguali (in Italia), Garrone dimostra che il suo modo di fare è unico creando uno stile inconfondibile. Gioca su delle tecniche indispensabili per tenere attaccato lo spettatore allo schermo, come la suspance con la quale riesce a dare un motivo di eccitarsi anche quando manca l’azione; basta il semplice sguardo di una principessa a far venire i brividi. Assistere a questo film è stato come entrare in un mondo diverso dove ogni storia è lì solo per essere ascoltata e per pendere le labbra da chi la racconta. Una sceneggiatura, scritta in gruppo, che riesce veramente nel suo intento mantenendo una struttura solida e non lasciando spazio per riflettere; ci lascia sempre con l’acqua alla gola e curiosi di sapere come vada a finire ogni singola storia. Insomma un film studiato per bene. 

La regia è delle migliori, forse da Garrone mi aspettavo meglio personalmente, un piccolo passo in più ma è comunque riuscito a lasciarmi a bocca aperta in determinate situazioni. La scena che ho amato di più (nonostante sia semplice) è quando una carrelata si avvicina lentamente alla regina che sta mangiando il cuore di drago, da pelle d’oca. 

La fotografia non è delle migliori, o almeno non mi ha stupito mi sarei aspettato un’attenzione più elevata. 

Colonna sonora è di ottima qualità, dopo mesi torno a vedere anche da parte di un film Italiano un montaggio a tempo che non mi è dispiaciuto per niente. 

Il montaggio è fatto da qualcuno che lo sa fare, riesce ad alzare il climax in momenti di tensione estrema. Ma riesce anche a dare una poetica al tutto seguendo le linee della regia. 

Ora affrontiamo un tema che per molto tempo non è stato menzionato quando si parlava di un film italiano… Gli effetti speciali.  Il film ne è colmo, ma non stufa la cosa e sapete perché? Perché sono fatti bene! Incredibile dirlo ma è successo:  un regista Italiano usa degli effetti speciali fantasy per il suo film. Da non crederci siamo arrivati al punto in cui stava l’America 10 - 15 anni fa. 

Il cast si presenta del tutto internazionale ( a parte qualche piccola parte). Abbiamo attori come:   Salma HayekToby JonesVincent Cassel e  Stacy Martin che non sbagliano un colpo. Nessuna critica si può fare, sono stati tutti eccellenti. Forse qualche attore secondario può essere etichettato come il peggiore ma non è utile ai fini della mia recensione. 

Il film nel complesso è decisamente bello, alla faccia di chi dice che noi Italiani siamo morti con il neorealismo, qui abbiamo l’esempio di un cinema nuovo innovativo che può portare il cambiamento. Sperando che sia così io direi che il film è scritto bene, diretto bene  e accolto (almeno nella sala in cui l’ho visto) in un buon modo. Che sia l’inizio di un nuovo cinema che sappia fare arte? Chi può dirlo. (SPERIAMO) 


Voto COMPLESSIVO: 7

Sceneggiatura: 7

Regia: 7,5 

Montaggio: 7

Fotografia: 6

Colonna Sonora: 7