Pirateria.

Imaginemos a los mejores diseñadores, esos ricos que tienen los “mejores productos” donde un perfume te cuesta miles de pesos, o todas esas peliculas costosas que sacan al mercado el simple hecho de que reproducen ESA primer pelicula entre muchas, ¿No es acaso pirateria?

Es pirateria, porque ¿Cómo hicieron más de 10 o 20 copias de UN SOLO CD?, tenieron que haber quemado discos o lo que sea.

No se puede solucionar la pirateria porque el mundo consume pirateria, desde leer una revista sin pagar de ella. Copiar una receta sin tener que comprarla, sacarle copias a un libro…

¿En qué molesta? Hay personas que no pueden pagar millones de dolares con tal de tener las marcas originales, me incluyo entre esas personas.

Para los diseñadores, a esos putos que se revuelcan en billetes y gracias a ellos la mayoria de los machistas se burlan de los homosexuales, les dire lo siguiente: Ni ustedes, ni nadie tuvo la idea. ¿Piratear sus productos? Ustedes tienen la marca, hay cerebros acá entre la pobreza que tienen mejores creaciones, ¿quitar la pirateria? Entonces deberían de irse a un Halloween a detener a todos los que imitan a alguien. Además no tienen la cara para decir que hay pirateria, porque ustedes mismos lo practican.

Ya tienen  millones, no se van a morir de hambre por un par de millones que “pierdan”, al contrario sean generosos y piensen en como el mundo se los va a joder por egoístas, perversos y calculadores al actuar de esa forma culera.

El karma existe, ¿o qué?

Palabras del Libro "Los piratas son los padres" de Richard Stallman, un libro que puedes copiar.

"Los que quieren dividirnos para dominarnos emplean la palabra “pirata” como propaganda para insultar a los que comparten. Con esa palabra declaran que ayudar a tu prójimo es como atacar barcos. Yo tengo otra opinión: compartir es la base de la sociedad, y atacar el compartir es atacar la sociedad. No llamemos a los que comparten “piratas” sino “buenos ciudadanos”."

Street post selling #pirated #movies and #music. #Piracy is large problem for #entertainent #media companies. This is how a large majority of #Salvadorans watch movies and get their #music. / Un puesto vendiendo #peliculas y #musica #piratas. La #pirateria es un problema grave para las compañias del medio de entretenimiento. Es como la mayoria de los #Salvadoreños ven peliculas y obtienen su #musica. #latinamerica #centralamerica #iphoneography #streetphotography #dvd #photooftheday #photojournalism #eye4photography #aphotoaday #juancarlos #2014copyright

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La critica ha un suo fondamento ma vale la pena sottolineare due aspetti:

  1. Devi proprio essere un pezzente per piratare un’app da 80 centesimi: se hai i soldi per uno smartphone da 700 euro, cazzo li hai pure per una misera app che ne costa un millesimo;
  2. I creatori del gioco hanno visto la user base espandersi a dismisura GRAZIE alla pirateria. Possono trovare il modo per capitalizzare questo successo
diario di un downloader.

Caro diario,

Io me ne intendo poco, ma alle prese con un pezzo che dovrebbe parlare dell’arrivo di Spotify in Italia, di musica digitale e redenzione, credo che ogni persona per bene (cioè: una persona che ascolta molta musica) si ritroverebbe alla fine con l’aver autodenunciato una quantità tale di reati (nazionali e interstellari) che qualcuno potrebbe subito andare a bussare alla sua porta. Allora potremmo fare così, potremmo attribuire queste confessioni a un amico, un cugino, un amore finito (se proprio gli vogliamo male).

L’amico (il cugino, l’amore) è questo qua: un ragazzo cresciuto nella provincia della provincia dell’impero che nella seconda metà degli anni Novanta compra Musica di Repubblica, Il Mucchio Selvaggio quando arriva, scarica i testi dei Nirvana sul pc della parrocchia (col modem 56k) e si mangia le mani perché il negozio di dischi più vicino (mettiamo: ad Agrigento) non ha nulla di tutti quei gruppetti grunge che rimbalzano da Seattle alla (appunto) provincia della provincia dell’impero. Questo finché durante l’adolescenza non ha fatto il suo incontro con la cosiddetta musica illegale.

Ora questo ragazzo ha quasi trent’anni, e con l’inevitabile saggezza dei trent’anni fa qualche conto: per metà della sua vita ha ascoltato musica illegalmente: l’ha comprata, masterizzata, scaricata. Questa persona io la frequento da molto tempo, per cui posso capire cos’ha pensato nel momento in cui, quasi quattro anni fa, durante una serata in un appartamento di Barcellona una ragazza ha acceso il pc e ha detto: ora metto un po’ di musica su Spotify, cosa vuoi sentire? Hanno finito per ascoltare di tutto. Spotify è questo: un jukebox on line in cui si possono ascoltare gratis quasi 20 milioni di brani, e a meno di non essere così hipster da lamentare la mancanza di cult come “Parigi” di Enzo Carella, allora questo significa che Spotify è quello che più si avvicina all’espressione: c’è dentro di tutto.

Da quel momento in poi, la fedina penale dello scaricatore abituale di musica è cambiata: ha iniziato a comprare più musica e a ascoltarne parecchia in streaming. Superando un problema: Spotify aveva deciso di confinare l’Italia nei paesi del terzo mondo musicale. Fino allo scorso 11 febbraio, infatti, chiunque si fosse collegato al sito per ascoltare-di-tutto non poteva farlo. A meno di non ricorrere a un trucchetto (l’amico di musica più “avanti” l’ha fatto di sicuro): installare TunnelBear sul proprio portatile e grazie a questo software mascherare la nazionalità del proprio indirizzo Ip. Ma la situazione si complicava per i cellulari.

Ora che Spotify parla italiano, lo scaricatore abituale di musica è contento e può vantarne la conoscenza fin nei minimi dettagli. Le cose che sa sono queste: è il software di un’azienda Svedese (Spotify Ab) che ha lavorato al progetto dal 2006, lo ha lanciato nel 2008 e nel 2010 ha dovuto far fronte al fatto che l’antivirus di Symantec lo avesse classificato come virus (un Trojan horse), e lo ha annichilito in milioni di computer. Superato l’intoppo, stretti accordi con sempre più major all’inizio riluttanti (oggi ci sono Sony, EMI, Warner, Universal) e alcune etichette indipendenti, Spotify ore è presente in venti paesi (grazie per averci dato lo stesso status delle Isole Faroe). Il motivo del ritardo italiano, a quanto pare, sarebbe la conformazione del sistema dei pagamenti: le nostre agenzie pubblicitarie saldano i conti in tempi che all’estero fanno ridere. E Spotify si regge in parte su questi pagamenti.

Gli iscritti a Spotify nel mondo sono 20 milioni. L’azienda spera che presto la maggioranza di loro si abboni al servizio. La versione “Free” consente (su pc) l’ascolto di un numero limitato di ore, di 48 su tablet e mobile (pubblicità comprese). Con la “Unlimited” (4,99€ al mese) o la “Premium” (9,99€ al mese) si supera questo limite, si può accedere alle playlist offline, e si ha una qualità di compressione superiore (ma occhio al traffico dati se non sei su wi-fi: più sarà alta la qualità, più consumi). Qualcuno già si lamenta, come Mario Marchionna che, dalla sua pagina facebook borbotta: “Si, tutto bello, tutto giusto, tutto cool. Ma 10€ AL MESE col cazzo! Per carità, in italia c’è gente che si fruscia gli stipendi nei video-poker, quindi figuriamoci su Spotify, ma, sinceramente, 120€ all’anno per ascoltare musica? Are you fuckin kiddin’ me?”. E pensare che un tempo 120€ erano i soldi che spendevi 2 mesi, per cinque o sei Cd. Per ora comunque sono solo 5 milioni le persone che hanno deciso di stipulare un abbonamento, ma già così determinano la principale fonte di ricavo dell’azienda.

Spotify ha risolto il problema della pirateria? Caro diario, solo un cretino potrebbe dirti di sì. Non c’è nessun argomento al mondo che sembra poter superare lo status ontologico della musica on line: puoi averla gratis. Lo scaricatore di musica che frequento da anni potrebbe metterla così: è bello, le case discografiche sono state cattive e miopi, hanno avuto quello che si meritavano, ma tutta questa pacchia vale l’affitto del nostro gruppo preferito? Perché è di questo che stiamo parlando: di affitti, mutui, pranzi e cene e amori da raggiungere in treno. Tolti i big, che ce la fanno da soli, gli artisti nella terra di mezzo non è che con i nostri soldi finanzieranno multinazionali per far comporre i loro pezzi ai bambini delle bidonville indiane. O credi di sì?

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