so that guy i thought wouldn’t talk to me anymore ended up responding to my happy new years message just returning the greeting and not really adding anything else to the message so i’m wondering if that’s a “i’ll be polite and respond to this but i have no intention of talking to you any further” response or a “oh hey evan is talking to me but his message was short so maybe i should just respond to only what he said and see if he decides to continue the conversation” response

hmmmm

i think i’ll leave it alone for a while and see if he adds anything else

anonymous said:

La Tua felicità ha portato solo dolore! Per essere felice Tu, stai facendo soffrire tantissime persone... Anche Colui che dici di amare! Quindi complimenti, se era a questo che volevi arrivare... Però ti dico che se io avessi fatto star male tutte queste persone, solo per essere felice, avrei rinunciato alla mia felicità, perché ad essere felici da soli non si raggiunge niente!

E dopo aver detto la stronzata quotidiana, vai a bere il latte, mocciosa che non sei altro!

Forse sto davvero tornando la bambina di un tempo…però non mi ricordo molto di quando era piccola…e sinceramente non so se è positivo…forse ero più felice ma di sicuro avevo molti difetti…e non voglio essere una mocciosa difettosa…ma forse ero più me stessa…quindi forse non c’è niente di male se una parte di me vede ancora il mondo con l’innocenza di un bambino…giusto?

youneedasoultraveller replied to your post:youneedasoultraveller replied to your post “no…

no ma seriamente, il cartoccio è salutarissimo: metti l’orata intera, pomodorini tagliati, prezzemolo, un po’ di aglio se ti va e un filo d’olio, poi dritto in forno per 30-40 minuti e SBAM

il vero problema è che sono una mocciosa viziata e mi fa schifo pulire il pesce! D:

e poi appena becco una spina mi fa girare il culo e mi passa la voglia di mangiare =_=

STRATEGIA DI DIFESA

si erano conosciuti che ancora frequentavano le elementari. Arturo, piccolo scheletro con poca pelle addosso e due grossi occhiali dalle lenti spesse, Celeste, trecce castane, una felpa di due taglie più grandi e pelle chiarissima. la prima volta che si videro stavano entrambi in attesa seduti sulle sedie dell’ambulatorio, ed i piedi a malapena toccavano terra. Arturo, che di certo non si faceva scappare l’occasione di fare il gradasso, iniziò subito a ridere guardando Celeste “ehi tu mocciosa che ci vieni a fare qui dalla assistente frociale”. La voce di lei fu come una pugnalata nel fianco “si dice sociale, coglione. tu piuttosto, non sarai mica un ladruncolo beccato al supermercato con un pacchetto di caramelle?”. Arturo restò in silenzio. mai nessuno aveva mai osato rispondergli così, figuriamoci una femminuccia. e fu così che, nell’attesa dell’appuntamento con l’assistente sociale Arturo e Celeste divennero amici. parlavano dei compagni di scuola, di quel Gianni che era proprio un poveraccio che non usava i soldi per la merenda per comprarsi le figurine e poi sveniva dritto nei corridoi, o della Francesca che serviva a messa e poi a soli nove anni pomiciava con l’insegnante di catechismo fuori dalla sacrestia. gli incontri dei due andarono avanti per anni ma senza che mai nessuno parlasse di sé, del perché di quella condanna settimanale in uno spazio spoglio con un ficus pronto al suicidio, qualche rivista di gossip d’annata ed un caldo torrido in estate come in inverno. un pomeriggio, probabilmente annoiate dagli incontri ripetitivi con adolescenti problematici la signorina Pacili e la direttrice del centro si accordarono per concedere ai ragazzi tre giorni in montagna, ospiti in una colonia gestita da suore. il programma era semplice: sveglia all’alba, preghiere varie per l’espiazione dei peccati, camminate spezzagambe con pranzo al sacco, messa delle cinque, cena frugale, Paperissima in tv e poi tutti a letto. separatamente. ovviamente mettere sette ragazzi, dai dodici ai quindici anni in un convento in montagna. probabilmente se fosse esistito un nobel per l’ingegno la signora Pacili non l’avrebbe vinto di sicuro. Celeste sin dalla prima sera sgattaiolò nella stanza che Arturo condivideva con Saverio, che era dislessico e autistico dalla nascita. Infilandosi sotto le coperte ruvide senza esitazioni disse “bene ora me lo devi dire, perché sei qui? poi prometto che ti dirò perché ci sono io” “ma io non ti dico un cazzo neanche sotto tortura puttana, fatti gli affari tuoi e torna a dormire che già questo posto è una merda”. ma Celeste non si alzava, fissava gli occhi di Arturo nel buio, in tono di sfida poi, dopo tre ore estenuanti, gettò la spugna e tornò nella sua camerata imprecando in silenzio. il mattino seguente il programma prevedeva una escursione nei boschi ai piedi del Gran Paradiso. Passata neanche mezz’ora Celeste prese Arturo per la manica della camicia felpata “senti che noia ste storie sugli alberi, ho visto su un libro che a pochi chilometri c’è un lago con un isolotto senti schiodiamo e andiamo a cercarlo”. Arturo, ancora turbato dallo sguardo fisso della notte prima non disse nulla e si incamminò con Celeste. arrivarono al lago che era ormai ora di pranzo e con grande stupore scoprirono che alcuni turisti estivi avevano lasciato delle piccole barche ormeggiate per l’inverno. l’idea fu breve: raggiungere l’isolotto spoglio e restarci per mangiare il pan carré umidiccio. approdati sulla riva Celeste ricominciò con le domande della sera precedente, aggiungendo però parole come codardo, vigliacco, finocchio, vile. a quel punto, tutto d’un fiato Arturo parlò:
“mio padre ha abbandonato me e mia madre quando io avevo solo tre mesi, lei non avendo soldi nemmeno per mangiare ha iniziato a battere sulla tangenziale, lasciando me a casa. se n’è accorta una vicina. ora vivo con una zia grassa, e vado al centro una volta a settimana per sentirmi dire che certi genitori non dovrebbero esistere”. Celeste sorrise “pivello” disse “mio padre mi ha violentata quando avevo solo sei anni, mia madre era al corrente di tutto ma sapendolo alcolizzato quando mi dimenavo per evitare di essere sfiorata mi riempiva di botte. ora vivo in una casa popolare sfitta, sono scappata quando avevo nove anni”. 
Poi vi fu il silenzio, il sole autunnale scaldava i visi di due giovani adulti sdraiati su un’isola deserta tra le valli piemontesi. e infine fu di nuovo Celeste a parlare, per un’ultima volta “ti ricordi quell’incontro cretino con lo psicologo che ci consigliava di trovare uno spazio tutto nostro dove sentirci al sicuro? beh mi vergogno pure a dirlo ad un fesso come te però sai, credo che tu sia quel mio spazio”.

Calò il sole e né Celeste né Arturo risalirono su quella barca, rimasero abbracciati così, per l’eternità, nella loro isola dei segreti.

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