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Marlene Kuntz - Seduzione

Tutti gli uomini sono mentitori, incostanti, falsi, ciarlieri, ipocriti, orgogliosi o vili, spregevoli e sensuali; tutte le donne sono perfide, artificiose, vanitose, curiose e depravate; il mondo è una cloaca senza fondo in cui le foche più informi strisciano e si torcono su montagne di fango; ma c’è al mondo una cosa sublime, ed è l’unione di queste due creature così imperfette e così orribili.

Alfred de Musset

Noi sereni e semplici o cupi ed acidi,
noi puri e candidi o un po’ colpevoli
per voglie che ardono:
noi cerchiamo la bellezza ovunque.
E noi compresi e amabili o offesi e succubi
di demoni e lupi, noi forti ed abili
o spenti all’angolo:
Noi cerchiamo la bellezza ovunque.
E passiamo spesso il tempo così,
senza utilità (quella che piace a voi)
senza utilità (perché non serve a noi).
—  Bellezza, Marlene Kuntz
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C.S.I. - Lieve

Forse, davvero, ci piace, si ci piace di più 
oltrepassare in volo, in volo più in là 

Meglio del perdersi in fondo all’immobile 
Meglio del sentirsi forti nel labile. 

Forse, sicuro, è il bene più radioso che c’è 
Lieve svenire per sempre persi dentro di noi 

Meglio del perdersi in fondo all’immobile 
Meglio del sentirsi forti nel labile. 

Forse, davvero, ci piace, si ci piace di più 

Pelle: è la tua proprio quella che mi manca
in certi momenti e in questo, momento
è la tua pelle ciò che sento, nuotando nell’aria.
Odori dell’amore nella mente dolente,tremante,ardente,
il cuore domanda cos’è che manca
perché si sente male, molto male,
amando, amando amandoti ancora.
Nel letto aspetto ogni giorno un pezzo di te
un grammo di gioia del tuo sorriso
e non mi basta nuotare nell’aria per immaginarti:
se tu sapessi che pena.
Intanto l’aria intorno è più nebbia che altro
l’aria è più nebbia che altro.
È certo un brivido averti qui con me
in volo libero sugli anni andati ormai
e non è facile dovresti credermi
sentirti qui con me perché tu non ci sei
mi piacerebbe sai sentirti piangere
anche una lacrima per pochi attimi
mi piacerebbe sai sentirti piangere
anche una lacrima per pochi attimi.
—  Nuotando nell’aria, Marlene Kuntz
Capisco che non è giornata quando inizio, senza sapere come, a cantare questa canzone.
la paura fa '90s.

C’è stato un momento nella storia del rock,
in cui travestimenti, eccessi e hype
hanno avuto poco (forse meno) peso
sul totale complessivo della statura di una band
(Andrea Prevignano)


L’inizio di tutto. L’inizio di tutti gli almeno. Perché a voler fare gli storici da pub, a essere stati adolescenti negli anni Novanta, vantare qualche “almeno” è ancora concesso - e plausibile. Jeff Buckley almeno ce lo siamo visti dal vivo e, anche se quando spararono a Lennon avevamo solo qualche anno, almeno Kurt Cobain stralunato dalla Dandini ce lo ricordiamo bene tutti. Perché erano gli anni in cui con una VHS e un videoregistratore registravi di tutto. Da Mtv ma anche, soprattutto, da Videomusic, da Magic Music e tutta una serie di emittenti satallite che magnificavano i gusti musicali di ciascuno, dandoci l’ultima illusione che il music biz non fosse il Nemico. Allora tutti a registrare il CSI grattugiati all’interno della trasmissione Acoustica per poi consumarli di ascolti ancora prima che un disco fisico (In Quiete, 1994) venisse pubblicato.
La fine del secolo scorso, per i più svegli, fu un’ultima adolescenza. Dilatata e vissuta con il tasto FFWD premuto. Dilatata, perché distribuita in un decennio; vissuta con l’avanzamento veloce perché quello fu un decennio di corsa, in cui sono stati seminati tutti i germogli del caos odierno. E se non tutti, la maggioranza. I concetti di “crossover” e “CSOA”, le faide tra indipendenti e Major nel tentativo di circoscrivere un mercato “indie” miseramente naufragato nel secolo successivo. Tracollo dovuto a sua volta al dirompente progresso tecnologico. Vi basti ricordare come, nel corso di dieci anni, siamo passati dal riavvolgere i nastri con le penne Bic alla querelle contro Napster e il concetto di Download Selvaggio. Già, perché questa è anche la Storia di come, per schivare assurdi vincoli contrattuali, alcuni artisti rilasciassero degli inediti in televisive (magari a Help o al Roxy Bar) così che i propri fan potessero videoregistrarli e risentirli in barba allo strapotere della Ricordi (i Diaframma) o della Virgin (gli Üstmamò). Un’idea che ora, grazie alla possibilità di realizzare e stampare musica a casa e, grazie a Internet, farla conoscere e vendere a tutto il mondo, suona come assurda. Ma noi siamo quelli che si sono ritrovati i porno su Telepiù in prima serata, quando Colpo Grosso su Italia 7 dopo le dieci ancora ci andava bene.

Erano gli anni in cui era ancora facile fare distinguo tra chi era dentro e chi fuori. Un momento in cui il messaggio era ancora più forte del mezzo. Almneno prima che i Subsonica decidessero di andare a Sanremo e mandare tutto a puttane. A loro pare sia convenuto, al resto del mondo meno. Visto che ora andare a minimizzarsi all’Ariston sembra essere l’unica scintilla per inserirsi nella conventicola canora. Se prima c’era uno spirito dissacrante, nelle esibizioni di Statuto, Pittura Freska o Quintorigo, dopo tutti gli sbagli di Boosta e soci è subentrata una fallimentare pretesa riformista a suon di Proclami e Manifesti che non hanno mai attecchito. La critica esulta quei sette giorni ma i flop discografici sono dietro l’angolo e a vincere sono sempre le canzoni d’amore a orchestrazione post-bellica. Allora viene da pensare che forse erano le imprese che dettavano le regole a essere diverse. Mescal, Cyclope, Gamma Pop,  Contempo, Psycho Records, Vox Pop, BlackOut, Consorzio Produttori Indipendenti: al solo pensarci, ritornano alla mente almeno un centinaio di buone dritte per gli ascolti di chiunque. Altre iniziative oltre l’asse Sanremo-San Giovanni, come Arezzo Wave e Tora! Tora!, hanno chiuso i battenti per germogliare in altri contesti più ambigui e/o politicizzati. Quelli che erano la nostra Woodstock e il nostro Lollapalooza non ci sono più e, al loro posto, i nuovi festival si svuotano di speranze e cercano di far affondare chi non sta nel giro giusto e forse non ci sarà mai. E allora non stupisce se qualcuno pensa che sia meglio l’opzione sanremese o dei talent. Sfizioso ricordare come a quei tempi, dirigendo il Tora! Tora!, Manuel Agnelli definisse Sanremo “un proscenio aberrante" e cercasse in tutti i modi di amicarsi la stampa di settore con banchetti e stand al suo contro-festival ottenendo solo dinieghi. Adesso, invece, in Liguria ha vinto un Premio della Critica e se organizza una festa di compleanno non ha bisogno neanche di spedire gli inviti ché già tutti (magari non tutti ma, diciamolo, molti) sono pronti a baciargli le terga.     

Questo parallelismo nasce dal fatto che, tra gli “almeno”, c’è di sicuro quello di aver vissuto la fase terminale della faida, sana, tra editoria e musica. Il compromesso, era ancora visto con diffidenza. A una scelta goffamente di tendenza poteva corrispondere una significativa perdita di lettori, pronti a migrare su altre testate considerate più serie e affidabili. D’altronde, erano gli anni in cui venti e più pubblicazioni sbarcavano ogni mese in edicola e un numero imprecisato di fanzine continuavano a essere stampate e vendute con tirature di tutto rispetto. Al ciclo continuo di ipotetici new big thing, che ancora non ha portato alla luce nemmeno una nota dei primi dieci anni di Marlene Kuntz, la religione più seguita era quella del “se non è sincero, non mi interessa: non è bello”. Non era smania di essere settoriali, non solo: era più voglia di spingersi verso l’ignoto ma con una linea guida netta. Quindi le attenzioni rivolte ai Negrita o ai Bluvertigo erano viste giustamente (il tempo ci avrebbe dato ragione) con diffidenza. Oggi invece nessuno sembra notare che oramai operatori e musicisti sono culo e camicia, quando non coincidono direttamente, come nel caso dei Perturbazione, col dubbio che l’unico modo per emergere sia entrare a far parte di questa cosca col rischio di depennare in toto la propria identità. Piuttosto allora amo rifuggiarmi nel ricordo di quegli anni lì, potenzialmente idealisti e orientati almeno alla ricerca della qualità come partito preso. Di vecchi capiredazione che, dovendo scegliere tra dedicare una copertina ai Litfiba o una ai La Crus, una a Timoria o una ai Massimo Volume, optavano per i secondi perché “quelli non hanno certo bisogno di noi”. I Sig. Rossi, a molte latitudini, non venivano nemmeno presi in considerazione. Contribuendo così alla  nascita della Scena, da quella indie alle posse, a farla crescere e a farla entrare nelle orecchie di tutti, anche di quelli totalmente affascinati dal mercato estero. Perché i Prozac +, i Verdena, gli Uzeda, i Mau Mau, i Gang, i Ritmo Tribale, i Casino Royale, gli Africa Unite, i Gronge, gli Scisma, i Fleurs du Mal, i Wolfango, i Meathead e tanti altri copertinati (e non) hanno rappresentato l’ultimo baluardo di vitale originalità italiana se confrontati alla stragrande maggioranza di interpreti di riflesso di questi anni Zero a zero - in cui non si capisce se fa più schifo il reale o il virtuale.

Circolavano belle porcherie anche allora, non vorrei enfatizzare troppo il lato amarcord dell’intera faccenda, ma al netto dei dischi prodotti in quella decade l’Italia d’adesso sventola bandiera bianca. E allora finisco con la solita meravigliosa classifica: dieci dischi, un disco l’anno, cercando di evitare l’ovvio e il già citato (se l’ho menzionato, un motivo di sicuro ci sarà). Un po’ a memoria, un po’ a braccio, un po’ a caso; tanto anche questa, come tutte le classifiche, lascia solo il tempo che trova.

Il 199O si apre con i Negazione al “1OO%”, ottimo trattino d’unione tra l’ingenuità dei primi tempi e un presente più studiato e maturo (alla batteria Jeff Pellino, al secolo Giovanni Pellino e futuro Neffa). Dopo il primo disco ragamuffin italiano de Il Generale & Ludus Pinski e l’ingresso in pista dei Sud Sound System, sul podio nel 1991 metto “Stop al Panico” dell’Isola Posse All Stars: collettivo bolognese di tutto rispetto in grado di creare per la prima volta un hip hop (in) italiano finalmente interessante. Oggi si parla tanto di gruppi new-psychedelic come fosse chissà che, nel 1992 i pistoiesi Glomming Geek con il programmatico “Dig A Hole In The Sky” mischiavano noise rock, grunge e psichedelia. Se li filarono in quattro: Fugazi, Unsane, Gun Glub e Screaming Trees, per i quali aprirono i rispettivi concerti. Se escludiamo la sberla nelle coscienze di molti dato da “Curre Curre Guagliò” dei 99 Posse, il 1993 è stato l’anno dell’omonimo Nerorgasmo: dopo quasi dieci anni dal primo Ep in grado di confermare tutte le potenzialità dell’hardcore italiano su scala mondiale. Le Bambine Cattive, l’anno dopo, vennero etichettate troppo in fretta come “riot grrrl della Mutua”; peccato perché avrebbero meritato anche loro un po’ dell’interesse dato ai Disciplinatha di “Un Mondo Nuovo” (chi ha detto Teatro degli Orrori?): entrambi intelligenti e avanti sui tempi. Nel 1995 vidi uno dei miei primi concerti da solo, fu un live del “Sanacore Tour” degli Almamegretta: anime migranti oltre il reggae e il dub con ulteriori innesti sonici che ammaliarono pure i Massive Attack. Per opposti motivi, i Lo-Fi Sucks! e i Cripple Bastards di “Your Lies In Check” furono tra gli ascolti rivelatori del 1996 per molti, mentre i Santo Niente di Umberto Palazzo conquistarono anche i più scettici con l’impronunciabile “[Sei Na Ru Mo’No Wa Na ‘I]” l’anno successivo. Nel 1998 i Frangar Non Flectar con “Straluna” furono quanto di più vicino alla poetica dei Diaframma declinata al nuovo decennio, in uno dei momenti peggiori della discografia di Federico Fiumani tra l’altro. Gran bella salvata. “Bromio” dei miei concittadini ZU dovrebbe essere una scelta quasi obbligata per il 1999, ma voglio premiare gli Afterhours di “Non è Per Sempre”. Sia per il fatto di averci, quanto meno, avvertito per tempo del loro inevitabile declino (si, sto ironizzando), sia per un album perfetto in ogni sua traccia. Dovendo scegliere un titolo bonus per il 2OOO, direi “Still Air – Aria Immonbile” dei Kirlian Camera, nuovo trattino d’unione tra l’ingenuità della decade precedente e un presente ancora più studiato, maturo o soltanto compromesso.