Ci sono pochi sapori che possono eguagliare quello di un martini cocktail supportato dall’aromatico “Bombay”, con la scorzetta di limone e accompagnati dalle patatine fritte ancora calde spruzzate da un po’ di tabasco. Se avrò coscienza di essere arrivato al terz’ultimo respiro della mia vita, gli ultimi due saranno per sorseggiare questo divino nettare non prima di aver pulito la bocca da un biccchiere d’acqua senza bolle per rendere più preciso il piacere della lingua pizzicata dalle prime gocce di Bombay. Solo con un “martini” tra le mani si possono sopporare certi tramonti genovesi, che scendono sfattti come in un teatro di posa dove crolla il sipario rosso improvvisamente e tutt’intorno la foschia che sale dal mare inumidisce il pensiero e rende le cose vaghe come fantasmi. Solo con un “martini” in mano puoi resistere al sopravvento dell’oscurità e della nebbia, della mortale, nevrotica noia di chi si affanna tutto il giorno a rincorrere il tempo e la vita nell’ordinaria sobrietà della follia quotidiana. Con due ancora meglio. “I martini sono come le tette uno è poco tre sono troppi” Humphrey Bogart.

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