Febo Malaparte

Del rapporto tra uomo e cane anche la letteratura ne è piena, e cercando di raccontare un poco questo fitto intreccio mi piace iniziare dalla storia di Curzio Malaparte e del suo levriero Febo II, perché è storia speciale di un legame inscindibile e profondo.

Malaparte viene condannato al confino sull’isola di Lipari il 13 novembre del 1933, sarà qua che raccoglierà Febo sulla spiaggia di Marina Corta, affamato e morente.

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“Era di quella famiglia di levrieri, rari ormai e delicati, venuti in antico dalle rive dell’Asia con le prime migrazioni joniche, che i pastori di Lipari chiamano cerneghi. Sono i cani che gli scultori greci scolpivano nei bassorilievi tombali. “Cacciano la morte” dicono i pastori di Lipari.” (da La pelle)

lo curerà e lo alleverà con amore e quel levriero che della luna ha il colore e lo sguardo diverrà il suo compagno nei “deserti anni d’esilio in quella triste isola”.

“Ma più d’ogni altra cosa a Febo piace la luna, è un cane lunare, la sua pazzia è dolce e violenta, ogni sera, quando la luna nuova, tonda e gialla come un enorme pane appena sfornato, sale dall’orizzonte fuor dai boschi neri di Sicilia, Febo si accuccia sull’alto della ripa, e guarda la luna che sale lenta nel cielo trasparente.” (da Febo cane metafisico)

La passione di Malaparte per i cani era assoluta, ne ebbe diversi: Febo primo (un barbone), i meticci Pelledo e Leone, e poi i bassotti del dopoguerra (Pucci, Cecco, e Zita); pare anche che li cercasse e li chiamasse abbaiando quando si trovava in giro per il mondo, negli alberghi o in casa di amici. MA il cane più importante della sua vita fu zenza dubbio Febo, forse perché conosciuto in prigionia, divenne ben presto “la sua ombra”:

Non si allontanava mai di un sol passo da me. Mi seguiva come un cane. Dico che mi seguiva come un cane. La sua presenza, nella mia povera casa di Lipari, flagellata senza riposo dal vento e dal mare, era una presenza meravigliosa. La notte, egli illuminava la mia nuda stanza col chiaro tepore dei suoi occhi lunari. Aveva gli occhi di un azzurro pallido, del colore del mare quando la luna tramonta. Sentivo la sua presenza come quella di un’ombra, della mia ombra. Egli era come il riflesso del mio spirito. M’aiutava, con la sua sola presenza, a ritrovare quel disprezzo degli uomini, che è la prima condizione della serenità e della saggezza nella vita umana. Sentivo che mi assomigliava, che altro non era se non l’immagine della mia coscienza, della mia vita segreta. Il ritratto di me stesso, di tutto ciò che v’è di più profondo, di più intimo, di più proprio in me: il mio subcosciente e, per così dire, il mio spettro. Da lui, assai più che dagli uomini, dalla loro cultura, dalla loro vanità, ho appreso che la morale è gratuita, che è fine a se stessa, che non si propose neppure di salvare il mondo (neppure di salvare il mondo!), ma soltanto di creare sempre nuovi pretesti al suo disinteresse, al suo libero gioco. (da La pelle)

A Febo confida sentimenti e timori, vi parla come a se stesso, diviene ben presto una persona di famiglia. Diviene specchio dell’anima ove lo scrittore si riflette e si ritrova, in qualche modo scevro dei sovracostrutti dell’uomo, purificato, ritrovato nell’essenza animale.

“Sentivo la sua presenza come quella di un ombra, delal mia ombra. Egli era come il riflesso del mio spirito. M’aiutava, con la sua sola presenza, a ritrovare quel disprezzo degli uomini, che è la prima condizione della serenità e della saggezza della vita umana. Sentivo che mi assomigliava, che altro non era se non l’immagine della mia coscienza, della mia vita segreta. Il ritratto di me stesso, di tutto ciò che v’è di più profondo, di più intimo, di più proprio in me: il mio subcosciente e, per così dire, il mio spettro.” (da La pelle)

“Se io non fossi un uomo, e non quell’uomo che io sono, vorrei essere un cane per assomigliare a Febo. Non ho mai voluto tanto bene a una donna, a un fratello, a un amico, quanto a Febo. Era un cane come me. Era un essere nobile, la più nobile creatura che io abbia mai incontrato nella vita. Non v’è momento nella mia vita di cui serbi un ricordo altrettanto vivo e puro quanto del mio primo incontro con Febo”. (da Febo, cane come me)

Porterà Febo con se ad abitare la sua villa di Capri, la “casa come me” che costruì sul promontorio di Punta Masullo e quando lo scrittore è in viaggio invierà all’amato levriero di Stromboli cartoline indirizzate «a Febo Malaparte, Capri» spedite dopo esser state tenute a lungo sul proprio corpo, perché gliene arrivasse l’odore.

In uno dei più commoventi e struggenti brani de La pelle Malaparte ci racconta la morte di Febo alla Clinica Veterinaria dell’Università di Pisa. E’ una drammatica testimonianza della crudeltà della vivisezione, ne posterò poi il testo. Nella realtà Febo morì di vecchiaia nel letto del suo padrone, a Capri, dove Malaparte fece erigere un monumento funebre. Si racconta che Curzio, passando davanti alla tomba abbaiasse per salutare l’amico.

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