Mi ero insomma innamorato. Vale a dire: avevo cominciato a riconoscere, a isolare, i segni di una da quelli delle altre, anzi li aspettavo, questi segni che avevo cominciato a riconoscere, li cercavo, anzi rispondevo a questi segni che aspettavo con altri segni che facevo io, anzi ero io a provocarli, questi segni di lei ai quali io rispondevo con altri segni miei, vale a dire io ero innamorato di lei e lei di me, cosa si poteva desiderare di più dalla vita?
—  Italo Calvino, Le cosmicomiche (1965)
Ogni tanto incontravo qualcuno che era uno più di quanto io non lo fossi. […] Tutti costoro avevano qualcosa che li rendeva in qualche modo superiori a me, sublimi, e che rendeva me, in confronto a loro, mediocre. Eppure non mi sarei cambiato con nessuno di loro.
—  Italo Calvino - Le Cosmicomiche (1965)
Ritornò il buio. Credevamo ormai che tutto ciò che poteva accadere fosse accaduto, e “Ora sì che è la fine” - disse la nonna, “date retta ai vecchi…” Invece la Terra aveva appena dato uno dei suoi soliti giri. Era la notte. Tutto stava solo cominciando.
—  Italo Calvino - Le cosmicomiche (1963) - Tratto dal racconto “Sul far del giorno”
Non la ritrovai né quella notte né durante i giorni e le notti che seguirono. Intorno, il mondo sciorinava colori sempre nuovi, nuvole rosa s’addensavano in cumuli violetti che scaricavano fulmini dorati; dopo i temporali lunghi arcobaleni annunciavano le tinte che ancora non s’erano viste, in tutte le possibili combinazioni. E già la clorofilla cominciava la sua avanzata: muschi e felci verdeggiavano nelle valli percorse da torrenti. Era questo finalmente lo scenario degno della bellezza d’Ayl; ma lei non c’era! E senza di lei tutto questo sfarzo multicolore mi pareva inutile, sprecato.
—  Italo Calvino - Le Cosmicomiche, Senza colori (Oscar Mondadori, Pag. 52)
Una notte osservavo come al solito il cielo con il mio telescopio. Notai che da una galassia lontana cento milioni d’anni-luce sporgeva un cartello. C’era scritto: TI HO VISTO. Feci rapidamente il calcolo. La luce della galassia aveva impiegato cento milioni d’anni a raggiungermi e siccome lassù vedevano quello che succedeva qui con cento milioni d’anni di ritardo, il momento in cui mi avevano visto doveva risalire a duecento milioni di anni fa. Prima ancora di controllare sulla mia agenda per sapere cosa avevo fatto quel giorno, ero stato preso da un presentimento agghiacciante: proprio duecento milioni di anni prima, né un giorno di più né un giorno di meno, m’era successo qualcosa che avevo sempre cercato di nascondere
—  Italo Calvino - Le Cosmicomiche (1965)
E in fondo ad ognuno di quegli occhi abitavo io, ossia abitava un altro me, una delle immagini di me, e s’incontrava con l’immagine di lei, la più fedele immagine di lei, nell’ultramondo che s’apre attraversando la sfera semiliquida delle iridi, il buio delle pupille, il palazzo di specchi delle rètine, nel vero nostro elemento che si estende senza rive né confini
—  Italo Calvino - Le Cosmicomiche (1965)
Quando uno è giovane, ha davanti a se l’evoluzione intera con tutte le vie aperte, e nello stesso tempo può godersi il fatto d’esser lì sullo scoglio, polpa di mollusco piatta umida e beata. Se si paragona con le limitazioni venute dopo, se si pensa a quello che l’avere una forma fa escludere di altre forme, al tran-tran senza imprevisti in cui a un certo punto ci si finisce per sentire imbottigliato, ebbene posso dire che allora era un bel vivere.
—  Italo Calvino - Le cosmicomiche (1965)
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