Esistono due tipi di persone: l’imbuto e la clessidra.
I primi ti riversano addosso tutto il loro fottuto caos senza lasciarti respirare.
Ti soffocano con tutto ciò che hanno per essere, sembrare, interessanti.
Poi, però,  l’imbuto si assottiglia e non rimane granché. Hanno tutto, ma sono poco.
Le clessidre non ti lasciano intravedere nulla, solo qualche spiraglio, a volte, se capita.
Hanno un mondo dentro, difficile da spiegare, ma ti tolgono il fiato.
Lui era una clessidra.
La sua pelle profumava di mandorla.
I suoi occhi neri mi hanno inghiottita.
Non so altro.

Frate ripieno di Buccellato su salsa di pomodoro e cannella. 

Se passi da Lucca e vuoi fare un’ “esperienza culinaria” il Ristorante L’Imbuto non ti deluderà. I piatti sono particolari, se cerchi i Tortelli trovi i Ravioli con ripieno d’olio, se cerchi la Fiorentina trovi il Manzo sulla corteccia di Pino. La spesa vale la pena. Informazione non da poco il ristorante si trova all’interno del Museo di Arte Contemporanea. Adesso c’è la mostra di  Henri-Cartier Bresson.

Bè, non vi resta che scegliere.

http://www.limbuto.it/

http://www.luccamuseum.com/

Nel senso che forse, sempre, e per tutti, altro non è mai, leggere , che fissare un punto per non essere sedotti, e rovinati, dall’incontrollabile strisciare via del mondo. Non si leggerebbe, nulla, se non fosse per paura. O per rimandare la tentazione di un rovinoso desiderio a cui, si sa, non si saprà resistere. Si legge per non alzare lo sguardo verso il finestrino, questa è la verità. Un libro aperto è sempre la certificazione della presenza di un vile - gli occhi inchiodati su quelle righe per non farsi rubare lo sguardo dal bruciore del mondo - le parole che a una ad una stringono il fragore del mondo in un imbuto opaco fino a farlo colare in formine di vetro che chiamano libri - la più raffinata delle ritirate, questa è la verità. Una sporcheria. Però: dolcissima .
Questo è importante, e sempre bisognerà ricordarlo, e tramandarlo, di volta in volta, da malato a malato, come un segreto, il segreto, che non sfumi mai nella rinuncia di nessuno o nella forza di nessuno, che sopravviva sempre nella memoria di almeno un’anima sfinita, e lì suoni come un verdetto capace di far tacere chicchessia: leggere è una sporcheria dolcissima. Chi può capire qualcosa della dolcezza se non ha mai chinato la propria vita, tutta quanta, sulla prima riga della pagina di un libro? No, quella è la sola e più dolce custodia di ogni paura - un libro che inizia.
—  Alessandro Baricco | Castelli di rabbia.
La merda delle 15

La tristezza mi avvolge di seta, trapassa tutto tranne che i colori, luci e ombre vivono e si fanno guerra, disprezzando il motivo per la quale si stanno ammazzando, nausea, mal di pancia sono all’ordine del giorno, capogiri infiniti mi fanno ricadere nel letto senza forze, sembro una biglia in un imbuto, sto per finire dentro non so cosa, me lo aspetto, cadrò sicuramente, e sarà una bella botta. 

#L'imbuto

Questa volta
cosa hai?
Ti sei lasciato
avvolgere dal vuoto
che ahimé
ti ricorda che esisto
ancora.

Sono l’imbuto.
È da me che
passano indisturbate
le emozioni dimenticate
e qualche martoriato
pezzo di mondo,
le lune piene usate
i discorsi che vai pensando
è da me che passano
per toccare
il fondo.

[…]

Non si leggerebbe, nulla, se non fosse per paura. O per rimandare la tentazione di un rovinoso desiderio a cui, si sa, non si saprà resistere. Si legge per non alzare lo sguardo verso il finestrino, questa è la verità. Un libro aperto è sempre la certificazione della presenza di un vile – gli occhi inchiodati su quelle righe per non farsi rubare lo sguardo dal bruciore del mondo – le parole che a una ad una stringono il fragore del mondo in un imbuto opaco fino a farlo colare in formine di vetro che chiamano libri – la più raffinata delle ritirate, questa è la verità. Una sporcheria. Però: dolcissima. Questo è importante, e sempre bisognerà ricordarlo, e tramandarlo, di volta in volta, da malato a malato, come un segreto, il segreto, che non sfumi mai nella rinuncia di nessuno o nella forza di nessuno, che sopravviva sempre nella memoria di almeno un’anima sfinita e lì suoni come un verdetto capace di far tacere chicchessia: léggere è una sporcheria dolcissima. Chi può capire qualcosa della dolcezza se non ha mai chinato la propria vita, tutta quanta, sulla prima riga della prima pagina di un libro? No, quella è la sola e più dolce custodia di ogni paura – un libro che inizia.
Castelli di Rabbia, Alessandro Baricco
Ora che sto sveglia e le pagine scorrono,
ora che sorrido al buio,
cerco di non ridere,
ora che passa un ricordo dietro le palpebre,
ora che sei realtà,
ora che sono tornata e mi sono ritrovata,
non lasciarmi andare.
Non conosciamo bugie dentro questo vortice,
è un imbuto di raffinamento,
raffinati nuovi sentimenti puri,
cristallizzati nelle pupille, senza via di scampo,
inciampiamo nelle nostre gelosie,
fino a lasciarcele alle spalle.
E sentiamo nuovi sapori, nuovi suono, voci che prima non immaginavamo
e ci chiediamo cosa abbiamo cercato fino ad ora.
Se non questo.
Se non te.
E la musica ricorda un po’ la malinconia di quei giorni,
così lontani, vicini, persi.
Giorni persi a piangere
e adesso vogliamo ridere.
Mentre ci incrociamo, ridiamo
della cenere,
che è triste,
una tristezza ilare,
mi fa ridere il nostro destino.
—  yournamethenameonmylips

La cucina dello chef Cristiano Tomei nasce tra la collina ed il mare, nella casa dei bisnonni immersa nel verde silenzio dei monti e la cucina genuina e saporita della mamma viareggina ai fornelli. Anche perché secondo lo chef dell’Imbuto in cucina non si inventa nulla.

Lo chef che la sua arte ama chiamare piuttosto artigianato, con il passar degli anni è riuscito a trovare la chiave della sua cucina nella semplicità, conquistando sempre di più il palato della stampa enogastronomica ed il cuore del commensale. La semplicità ché però mai scontata e rigorosamente abbinata alla scelta della materia prima e la sua stagionalità.

Le opere “artigiane” dello chef Tomei è un sentiero culinario camaleontico come la personalità dello chef: vulcaniche ed esplosive a vedere, rassicuranti ed avvolgenti una volta sentite. Il segreto di questo giovane chef sta nel suo cuore, il quale ha capito che in fondo ciascuno di noi abbiamo un nostro sentiero che collega mare e monti.

La nostra offerta si presenta con tre offerte di prezzo crescente, tre articolazioni di menu che dipendono dalla disponibilità stagionale degli ingredienti e dall’estro dello Chef.

Tre pasti completi dove, fatto salvo la specifica di intolleranze, allergie e mancati gradimenti di ingredienti, lo Chef vi accompagnerà in un viaggio gustativo originale ed appagante.

Il light lunch a 20 euro spropone, all’ora di pranzo, un mini pasto di qualità realizzato con la stessa cura di sempre.

Il Ristorante L’Imbuto si trova all’interno del
Lucca Center of Contemporary Art

75€/100€

Via della Fratta 36 a Lucca. Telefono 0583 491280

Ristorante L’imbuto. Lucca La cucina dello chef Cristiano Tomei nasce tra la collina ed il mare, nella casa dei bisnonni immersa nel verde silenzio dei monti e la cucina genuina e saporita della mamma viareggina ai fornelli.
La bellezza della cultura salverà il mondo...

La bellezza della cultura salverà il mondo…

La scala dei valori a volte sembra rovesciarsi, come potrebbe fare un imbuto di cui si è perso il foglietto delle istruzioni. È più facile che un cammello passi nella cruna di un ago che un intellettuale venga scelto come testimonial.

Anni e anni di preparazione, di impegno sociale e culturale non rappresentano il pedigree adatto. E, tra gli intellettuali, gli scrittori (a meno che non facciano…

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Nel senso che forse, sempre, e per tutti, altro non è mai, lèggere, che fissare un punto per non essere sedotti, e rovinati, dall’incontrollabile strisciare via del mondo. Non si leggerebbe, nulla, se non fosse per paura. O per rimandare la tentazione di un rovinoso desiderio a cui, si sa, non si saprà resistere. Si legge per non alzare lo sguardo verso il finestrino, questa è la verità. Un libro aperto è sempre la certificazione della presenza di un vile – gli occhi inchiodati su quelle righe per non farsi rubare lo sguardo dal bruciore del mondo – le parole che a una ad una stringono il fragore del mondo in un imbuto opaco fino a farlo colare in formine di vetro che chiamano libri – la più raffinata delle ritirate, questa è la verità. Una sporcheria. Però: dolcissima. Questo è importante, e sempre bisognerà ricordarlo, e tramandarlo, di volta in volta, da malato a malato, come un segreto, il segreto, che non sfumi mai nella rinuncia di nessuno o nella forza di nessuno, che sopravviva sempre nella memoria di almeno un’anima sfinita e lì suoni come un verdetto capace di far tacere chicchessia: lèggere è una sporcheria dolcissima. Chi può capire qualcosa della dolcezza se non ha mai chinato la propria vita, tutta quanta, sulla prima riga della prima pagina di un libro? No, quella è la sola e più dolce custodia di ogni paura – un libro che inizia. Così che, insieme a migliaia di altre cose, cappelli, animali, ambizioni, valigie, soldi, lettere d’amore, malattie, bottiglie, armi, ricordi, stivali, occhiali, pellicce, risate, sguardi, tristezze, famiglie, giocattoli, sottovesti, specchi, odori, lacrime, guanti, rumori – insieme a quelle migliaia di cose che già sollevavano da terra e lanciavano a velocità prodigiosa quei treni che rigavano avanti e indietro il mondo come ferite fumanti si portavano dentro anche la solitudine impagabile di quel segreto: l’arte di leggere. Tutti quei libri aperti, infiniti libri aperti, come finestrelle aperte sul dentro del mondo, seminate su un proiettile che offriva allo sguardo, solo si avesse avuto il coraggio di alzarlo, lo sfavillante spettacolo del mondo di fuori. Il dentro del mondo e il mondo di fuori. Il dentro del mondo e il mondo di fuori. Il dentro del mondo e il mondo di fuori. Il dentro del mondo e il mondo di fuori. Alla fine finisce così, che in un modo o nell’altro, ancora una volta, si sceglie il dentro del mondo, mentre tutt’intorno ti sferraglia la tentazione di farla finita una buona volta e di rischiare a vederlo questo mondo di fuori, cosa sarà mai possibile che sia davvero così pauroso, possibile che non se ne andrà mai questa vigliacca paura di morire, di morire, morire, morire, morire, morire, morire?
—  Alessandro Baricco - Castelli di rabbia
outing

outing http://wp.me/s1M8pd-outing

al supermercato HDC fa drammaticamente outing. prende fiato e dichiara con aria grave:

“senti, te lo devo dì? a me piace il caffé tedesco!”

“ognuno ha le sue perversioni”

sospiro.

e decidiamo di comprare il caffé, i filtri e l’imbutone.

un passo mai fatto in tre anni di germania, si compie così, come se niente fosse, in un rewe del centro di monaco di baviera.

imbuto e filtri ok, è facile, uno…

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… diceva che ci dovevamo rassegnare e che era meglio accontentarsi, che vivere qui è come entrare in un imbuto, ti risucchia e non ne esci più. Si sbagliava. Io posso vivere anche fuori, io voglio essere qualcun altro, chiunque altro. Mi basta che sia qualcosa di diverso da quello che sono adesso…
—  Il rumore dei tuoi passi


Caos ed ingorghi a Casamicciola Terme, sulla litoranea a causa del nuovo dispositivo pro EXPO. Con le zone alte isolate, le nuove previsioni costituiscono un vero pericolo. Nessuno conosce l’ordinanza predisposta dalla sera alla mattina per di più con nessuno degli Agenti o del Comando a presiedere la zona. Turisti, visitatori e gli stessi cittadini in confusione si bloccano sull’incrocio. Le zone alte restano off limits, ma sopratutto con il casino ed i pericoli creati a ridosso del Ferragosto è il centro a divenire un vero e proprio imbuto! Provate a spiegare ad un turista la strada,senza segnaletiche e senza indicazioni. Questa realtà come scrivevamo crea non pochi sono i potenziali pericoli, in molti imboccano la strada, come da consuetudine, travandosi difronte veicoli che sfrecciano a forte velocità, pensando che sia in vigore il senso unico,mentre altri percorrono la strada convinti del contrario. Da ore la zona è in tilt.Assurdo! Urge un intervento.

Caos via Pio MOnte: Automobilisti in confusione a Caos ed ingorghi a Casamicciola Terme, sulla litoranea a causa del nuovo dispositivo pro EXPO. Con le zone alte isolate, le nuove previsioni costituiscono un vero pericolo.
Udine

Per grazia ricevuta mi ritrovo con un biglietto in tasca per il concerto degli AC/DC ad Udine.

Partiamo io, Lerry e un Tom Tom idiota che rende il viaggio una continua scoperta di itinerari alternativi. Dopo tre ore e mezza usciamo in prima dall’autostrada e procediamo in prima verso lo stadio godendoci l’imbuto tra auto rimaste senza liquidi e giovani pieni di liquidi in fila sui guard rail che si pisciano sui piedi. Procedere per cinque chilometri lavorando sulla prima, sul freno e folle mette a dura prova il mio ginocchio sinistro già debilitato da otto ore di sedentarietà giornaliera e un fisico non proprio forte di natura. Ci lasciamo alle spalle un po’ alla volta l’asfalto  mentre sui fianchi ci scorre un’infinita zona industriale a ricordarmi dove vivo. Intanto nella mente continua a risuonarmi basso e batteria di Mina dei TARM. Sogno un un cambio automatico e un buon riciclo d’aria non tanto per quello che proviene dall’esterno ma per quello che proviene dal mio interno. La fiesta all’arancia e il muffin ai mirtilli iniziano a fare effetto aiutati anche da una piccola dose di nervosismo che immancabilmente spinge sullo stomaco. 

Che siamo arrivati ci è chiaro quando svoltando una curva ci troviamo di nuovo fermi con file di pulman e un sacco di gente che si dirige a piedi verso un’unica direzione. Tentiamo di parcheggiare imboccando una via a caso e l’audacia ci premia con un posto in una zona tranquilla. Ci prendiamo un po’ di tempo per un cambio e chiedendo a un passante indicazioni per lo stadio capiamo il perché di questa tranquillità: «beh siete a circa quattro chilometri dallo stadio!»

In fondo è il giusto prezzo da pagare per tornare alla pari.

Non è molto caldo, mi fa notare il mio compagno di avventura. Non me ne ero accorto. Poco dopo comincio a sentire un po’ di freddo anch’io ma l’andatura veneziana del passo non mi dà il tempo di fermarmi e vestirmi e mi fa odiare la sigaretta accesa che ora è lei a spingere sullo stomaco. Non ci penso.

Attraversiamo un quartiere con case a forma di scatole e un giardino che sembra fatto apposta a compenso del triste contesto . Cerchiamo di memorizzare dei punti per il ritorno. Fissiamo un condominio rosso antico e decidiamo che quello può essere un buon punto fisso quando finalmente ci appare lo stadio che passo dopo passo diventa sempre più grande. Aumenta anche la gente e assieme aumentano le macchine parcheggiate con molta fantasia e le bottiglie di birra bevute e buttate. Decidiamo di cercare l’ ingresso segnato sul nostro biglietto e una volta dentro di prenderci una birra anche noi. Non resistiamo e la nostra scelta subito cade su una heineken e una bad da 33cl. Dieci euro. Non male.

In fila, sentendo gli accenti e gli odori, capiamo che c’è gente in viaggio da molto più tempo di noi. Superati i tornelli entriamo dentro lo stadio. E’ pieno ma individuiamo una zona con alcuni posti ancora liberi e con un’ entusiasmo adolescente li occupiamo. L’entusiasmo è adolescente ma la pigrizia da trentenne ci fa sedere e resistere alla voglia di un’altra birra. L’attesa è rotta da Le Vibrazioni che lottano e si difendono da un audio di merda e da bottiglie d’acqua. Questo ci da il coraggio per un’altra birra e in tanto maledico il mio abbigliamento preferito, forse troppo in anticipo alla stagione. Mi infilo la felpa. Di solito non soffro il freddo se lo stomaco è ben coperto ma avverto i primi segni. Crampi allo stomaco. Li conosco bene e riesco a gestirli per un po’ anche perché il concerto è iniziato. Siamo in piedi e circondati da un gruppo che lecca cartine, uno che fuma il sigaro, altri che saltano. La mia altezza  media non mi aiuta. Mi sento chiuso e i crampi allo stomaco ora hanno una frequenza regolare. Appoggio la birra, spengo la sigaretta. Sudo e inizio a non ascoltare più la musica. Penso ai bagni chimici. Non ho scelta anche se so che sarà difficile. Mi organizzo cercando dei fazzoletti di carta. Li ho lasciati in macchina. Ora i crampi sono una linea continua e per questo mi accontento della bottiglia d’acqua e mi affido alla fantasia. Ho poco tempo per spiegare a Lerry la situazione e farmi spazio tra la gente. Esco dalla calca. Correre mi stimola ancora di più ma la fortuna non mi abbandona facendomi trovare di fronte all’insegna dei bagni dello stadio. Seguo le indicazioni scendendo quasi nei sotterranei e finalmente entro. Mi sento come Mark Renton in Trainspotting nel peggiore bagno di Scozia. Li apro tutti in cerca di carta. Nessuno!! Tranne l’ultimo. Non perdo tempo. Dopo un po’ inizio a riprendermi e a pensare alla fortuna. L’acqua e la carta completano l’opera.

Risalendo le scale sorrido.

Ho voglia di una sigaretta e della mia birra.  Non sento più il freddo. Sento la musica e mi riprendo il posto.

Rock ‘n’ roll.

Anche se in testa mi risuona sempre:

Mina ha gli occhi storti e un dente di ferro spinge la bocca sul vetro alla stazione sul braccio ha un segno che sembra una croce l’ha fatto col ferro, l’ha fatto col ferro Mina è una scheggia che sta in una mano la mano ha un buco da dove puoi scappare le han dato un mondo che fra poco esplode assieme alle gemme, assieme alle gemme Mina ha gli occhi storti e un dente di ferro schiaccia la bocca sul vetro alla stazione sul braccio ha un segno che sembra una croce l’ha fatto col ferro, l’ha fatto col ferro Mina è una scheggia che sta in una mano la mano ha un buco da dove puoi guardare le han dato un mondo che fra un poco esplode assieme alle gemme, assieme alle gemme E non si sente alla radio c’è un altro mondo alla radio tutti conformi alla radio che ti confonde, la radio Mina ha gli occhi storti e un dente di ferro apre la bocca sul vetro alla stazione sul braccio ha un segno che sembra una croce l’ha fatto col ferro, l’ha fatto col ferro

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