The Bronx Documentary Center family and RISC (Reporters Instructed in Saving Colleagues) are devastated by the loss of James Foley, who was killed this week in Syria by his captors. James had attended the RISC course at the BDC; he was a friend to many of us here. We remember James as a tremendously gifted journalist, warm and generous to his friends and colleagues and always ready to lend a hand. He was a man who gave without hesitation; a man who helped those in need.   

When a colleague, Anton Hammerl, was killed in Libya, James took the initiative to raise money for family of the slain journalist. The result: $135,000 for Anton’s childrens’ education and care. Many lament terrible events; James  took action to make the world a better place. He reported from some of the world’s most dangerous places, knowing and accepting the risks as being necessary to inform the world. James changed the world in positive ways and was an immeasurably braver and more decent man than those who took his life.

We mourn James Foley’s loss and will remember him. On Sept. 6th at 8pm, the BDC will host a fundraiser to honor his memory. Rachel Beth Anderson and Tim Grucza, RISC colleagues of James, will show their film, First to Fall. All proceeds will go to honoring James Foley’s memory as his family finds appropriate.

Mike Kamber, Director

Bronx Documentary Center

Articles by James:

Why they Fight

Aleppo reaches a boiling point

James’ final report for Global Post

Video Reports:

Syria’s Casualties of War

Syria’s strategy

Interviews:

James discussed his motivations in this BBC interview

Photos: Final day of RISC training course April 20, 2012. © Ricky Flores 

L’orrore messo in mostra dai barbari contemporanei pronti a colpire ancora

image


James “Jim” Foley

ERBIL

DOPO l’ 8 agosto, quando gli aerei americani avevano cominciato a bombardare le postazioni dello “Stato Islamico”, i suoi portavoce li hanno derisi e sfidati. SIETE una banda di vigliacchi, scendete sulla terra e vediamocela da veri uomini». Più o meno così, le parole sono quelle di sempre fra “veri uomini”: «Scendi, se hai il coraggio!».

I veri uomini dell’Is stavano appunto valorosamente sgozzando gente inerme, violentando madri e sorelle davanti a figli e fratellini, sghignazzando delle implorazioni dei vecchi, e insomma tutta la vecchia eterna vigliaccheria dei veri uomini. James “Jim” Foley era stato rapito una prima volta in Libia, con un fotografo sudafricano, Anton Hammerl, rimasto ucciso subito, e una free-lance, Clare Morgana Gillis, che poi l’aveva descritto così: «A chiunque e dovunque Jim piace subito, appena incontrato ». A quasi chiunque, quasi dovunque. Rapito per la seconda volta in Siria, non dev’essere piaciuto a nessuno dei suoi successivi padroni, che se lo sono rivenduto lungo quasi due anni, finché è finito nelle mani dell’Is. La ferocia non è coraggiosa. L’Is ha vigliaccamente ucciso il proprio ostaggio.

Niente barbarie primitiva, niente medioevo: siamo contemporanei.
Continua…

Il boia jihadista lavora di macelleria antica (coltello che sega, non colpo di scure o lama compassionevole di ghigliottina) e corre a completare la propria voluttà mettendo il film in Rete.

In Rete, i genitori dell’uomo che hanno visto con la testa in grembo, come i martiri sulla facciata di una cattedrale, dicono: «Non siamo mai stati così orgogliosi di nostro figlio. Ha dato la vita nell’impegno di rivelare al mondo la sofferenza del popolo siriano ».

Il boia aveva fatto le cose a puntino, rivestito la sua vittima della casacca arancione d’ordinanza, ostentato il suo accento britannico, e infine intitolato l’impresa: “Messaggio all’America”. Il messaggio non era solo per l’America, e l’America non è una sola. Una, la prima, che ha dato la risposta più grave di futuro, è l’America della madre di James Foley, che chiede riguardo per il proprio dolore, ma ha la forza di «supplicare » i rapitori di «risparmiare la vita degli altri ostaggi. Sono innocenti, come era Jim».

Occorre infatti una forza grandissima, meravigliosa. La seconda risposta l’ha data Barack Obama. L’America cui si rivolgevano i boia è infatti lui: che il loro condannato avesse dei genitori, una famiglia, non li toccava. Obama è la loro America, e aveva sperato probabilmente di finire il doppio mandato senza impegnare la sua potenza in un nuovo conflitto armato, e anzi ritraendola dai luoghi roventi in cui l’arroganza dei suoi predecessori o le circostanze l’avevano cacciata. Col passare e l’infuriare del tempo, la smobilitazione di Obama aveva sempre più indebolito l’aspirazione pacifica a vantaggio di un’inerzia disorientata e una sconfessione della propria parola.

Il punto più grave era stato la rinuncia a un intervento internazionale quando la ribellione siriana era ancora una promessa. Il punto più mortificante era stato il ripudio della “linea rossa” fissata al ricorso di Assad alle armi chimiche. Ne venne un sarcastico domino di pezzi caduti: Putin, che in Siria difendeva il sacro accesso al Mediterraneo della propria flotta dal porto di Tartus, difese impunemente il sacro accesso al Mar Nero della propria flotta in Crimea. Una “guerra” tira l’altra. Fino all’8 agosto, quando Obama ha rotto l’incantesimo, e ordinato i bombardamenti sulla resistibile avanzata del Califfato.

Il ritorno sul luogo di un doppio delitto, la “guerra” irachena di Bush e Blair, e il ritiro da quell’Iraq, nella finzione che la democrazia vi potesse vivere di vita propria, col paese abbandonato alla morsa fra la rivalsa sciita e la brutalità del jihadismo sunnita. Gli aerei americani si sono alzati quando l’avanzata dell’Is aveva travolto addirittura la città di Mosul e consegnato il controllo della diga che la sovrasta, con l’intera piana fino a Bagdad. I lugubri uomini mascherati che sembravano venire da un altro mondo di ferocia inaudita erano in realtà la mutazione di un esercito internazionale che da mesi, da anni faceva le sue prove sotto gli occhi chiusi del mondo, piantando la propria bandiera nera sopra la ribellione siriana e il cuore dell’Iraq.

A Falluja quella bandiera è issata fin dal 5 gennaio. A Obama dunque, che aveva preferito non vedere — mentre i sunniti già alleati degli americani restavano senza armi né risorse alla mercé dei confratelli decapitatori — è rivolto il messaggio del boia di Jim Foley. Gli dice che bombardare, anche solo dall’alto, anche senza rompere il tabù del “non mettere i piedi sul terreno”, ha comunque un costo di sangue, e Foley ne è l’agnello sacrificale. «Ogni tuo tentativo, Obama, di negare ai musulmani il loro diritto di vivere sicuri sotto il Califfato, avrà come conseguenza lo spargimento del sangue della tua gente».

Il prossimo, consorte di prigionia e torture, esibito nel video, è Steven Joel Sotloff, 31 anni, collaboratore di Time , scomparso a sua volta in Siria un anno fa. Se i raid non cesseranno, proclama il messaggio, toccherà a lui, e poi avanti. Che Obama ceda a un ricatto simile è impensabile perfino per l’Is. Obama ha risposto com’era inevitabile e giusto. Può darsi che i capibanda dell’Is si propongano di forzare l’America di Obama a tornare sul campo fino a restarne intrappolati e offrire loro la gloria di cui si beano. Questo pensiero si porta dietro due domande: se sia immaginabile arginare oggi, sconfiggere domani l’Is e le sue versioni concorrenti senza mettere nel conto i piedi per terra e il prezzo di proprie vite, e se questo riguardi davvero solo o soprattutto l’America.

Ieri il parlamento italiano ha votato per il sostegno in armi —e voglia l’intelligenza di coloro cui compete che non siano ferri vecchi — e ieri per la prima volta un capo di governo (o di Stato) europeo è venuto a Bagdad e in Kurdistan. Renzi e Obama hanno messo in rilievo la determinazione specificamente genocida di questo islamismo. Il genocidio non è tanto questione di numeri. I cristiani di Siria, o i cristiani e ancora più ferocemente gli yazidi d’Iraq, o i 12 mila turcomanni sciiti assediati da due mesi e minacciati di sterminio a Amerli, est di Tikrit, non sono “nemici”: sono creature inferiori, impure, da liquidare, e poi farsi il selfie. Ieri a Khanke, nel più commovente accampamento di scampati yazidi, un padre raccontava piangendo che lo chiamano col telefono delle sue figlie e gli dicono singhiozzando quante volte ne hanno abusato.

Se Obama avesse continuato nella scelta di non intervenire, che cosa avremmo fatto noi, l’Italia, l’Europa? La domanda non è resa inutile dal fatto che Obama ha finalmente rinunciato all’omissione di soccorso. Forse è inutile perché la risposta è scontata: non avremmo mosso un dito, l’Italia, l’Europa. Esiste o no un’obbligazione alla legalità internazionale, o almeno al pronto soccorso? Gli Stati Uniti hanno mostrato di non voler più fare da poliziotto del mondo, e oltretutto di non farcela più. Tuttavia, come in uno di quei malinconici film in cui il veterano che non vuole più saperne viene richiamato ad affrontare una minaccia diventata micidiale, sono ancora loro a fermare (nell’unico modo possibile, papa Francesco) un’avanzata che semina morte e terrore e minaccia l’isola di relativa tolleranza e normalità che è il Kurdistan. L’Europa, coi suoi 28 eserciti, non è esistita, né a Gaza, né in Siria, né sui monti Sinjar.

E qual è, oltre alla viltà, o al malinteso interesse nazionale (gli affari, o la tassa per tener lontani da sé gli attentati islamisti) la spiegazione di questa colossale omissione di soccorso? E’ l’infinita discussione sulla guerra, sulla guerra ingiusta o giusta, di difesa o di aggressione, sulla guerra ripudiata dalla Costituzione o autorizzata da qualche codice canonico. Ci si gingilla sulla guerra. Si accantona sprezzantemente la distinzione, l’opposizione anzi, fra la guerra e l’azione di polizia internazionale. Si ride della seconda, come di un’utopia, o di un eufemismo. Ma perché non si ride della polizia nazionale?

Dunque la differenza decisiva starebbe nel fatto che l’uso della forza sul piano internazionale è comunque guerra? Ma è una pretesa senza senso. C’è un altro uomo minacciato di decapitazione: il dubbio riguarda l’accento col quale il boia registrerà il suo video. Ieri era un accento britannico per un messaggio all’America. Il messaggio suonava chiaro anche per noi.



ADRIANO SOFRI Repubblica 21 agosto 2014 
Ο δρόμος που διάλεξε ο James Foley

Ο δρόμος που διάλεξε ο James Foley

—του Mark Singer για το New Yorker. Μετάφραση για το dim/art: Μαρία Τσάκος—

Οι λόγοι που οδήγησαν τον James Foley να γίνει ρεπόρτερ ήταν σεμνοί μα όχι μικροί. Το καλοκαίρι του 2007 γράφτηκε στη Σχολή Δημοσιογραφίας Medill του Northwestern University. Στα 33 του, ήταν απόφοιτος του Marquette University με μεταπτυχιακό τίτλο στη λογοτεχνία από το Πανεπιστήμιο της Μασαχουσέτης, είχε ήδη εργαστεί…

View On WordPress

Así cubría James Foley las guerras árabes

Así cubría James Foley las guerras árabes

El periodista norteamericano decapitado por el Estado Islámico había escapado por milagro en el frente de batalla de Libia, donde mataron a uno de sus compañeros: “No seré yo quien proponga volver atrás”. 

[videolock url=”https://www.youtube.com/watch?v=3xSsKj6kNcA” message=”Comparte en Facebook para desbloquear este vídeo…” width=”640” height=”360”]

El cronista de Global Post James Wright Foley

View On WordPress

Watch on p5piano.tumblr.com

Karl Hammerle - “The Longest Time” by Billy Joel

http://ift.tt/eA8V8J El estadounidense James Foley, decapitado a manos de yihadistas del Ejército Islámico (EI) en Siria, era un veterano y experimentado vídeo-periodista que ya había sido secuestrado en Libia en 2011 y quien se reconocía seducido por la adrenalina de la primera línea de combate.

"Creo que el periodismo en la primera línea es importante, sin esas fotos y vídeos y experiencia de primera mano no podemos contar realmente al mundo lo terrible que puede ser", aseguro Foley en una entrevista en la web GlobalPost, de la que era colaborador.

En ella, al relatar su cautiverio de dos meses en Libia en 2011, en el que vio morir a su amigo el fotógrafo sudafricano Anton Hammerl por fuerzas del entonces presidente Muamar Gadafi, reconocía la fascinación por narrar lo que realmente ocurre.

"Es una lucha, porque siempre está esa seducción para alguna gente hacia el combate. Siempre está la adrenalina de estar cerca del combate, y ser capaz de regresar y contar esa historia", agregaba el reportero, que trabajó como "freelance" en coberturas previas, tanto en Afganistán como en Irak, Libia o Siria.

Tras Libia, decidió regresar a la región, esta vez a Siria, para relatar la guerra civil entre las fuerzas del gobierno de Bachar al Asad y los rebeldes sirios, entre los que figuraban yihadistas del Ejército Islámico.

En noviembre de 2012, cuando se dirigía hacia la frontera siria con Turquía, fue secuestrado de nuevo.

Aunque en un principio se había informado que estaba en manos de las milicias “shabiha” del ejército gubernamental de Al Asad, posteriormente se reveló que estaba retenido por miembros del Ejército Islámico (EI) en Siria.

Foley además de para el GlobalPost también colaboraba con la agencia AFP, la televisión pública estadounidense PBS y mantenía un blog personal titulado “Un Mundo de problemas”

El reportero, nacido en Rochester (Nuevo Hampshire), se había graduado en Historia en la Universidad de Marquette (Wisconsin) y tras decidirse por el periodismo como carrera profesional, se apuntó al prestigioso programa Medill de la Universidad Northwestern (Illinois), que culminó en 2008.

Una de las últimas personas que le vieron, la corresponsal para Oriente Medio de BuzzFeed Sheera Frenkel, con quien estuvo Foley antes de su viaje hacia la frontera con Turquía, le recordaba como “un periodistas generoso que nunca escondía una pista o un teléfono que pudiera ayudar”.

"Podías estar horas hablando con él sobre todos los detalles de una historia para conseguir la perspectiva correcta", explicó Frenkel en un correo electrónico enviado a la cadena CNN.

La última historia de Foley, publicada en octubre de 2012, relataba el creciente descontento de los civiles en Aleppo (Siria) con los rebeldes que luchaban contra las fuerzas gubernamentales.

"A medida que continúa el deterioro, muchos civiles están perdiendo la paciencia con la cada vez más violenta e irreconocible oposición - obstaculizada por luchas internas y falta de estructura, y profundamente infiltrada tanto por luchadores extranjeros como por grupos terroristas", relataba el reportero.

Fueron precisamente estos grupos, en una historia que ahora parece profética, los que finalmente acabaron con su vida.

Em 2011, Foley foi para a Líbia cobrir a insurgência contra o coronel Muammar Khadafi, acompanhando combatentes rebeldes.
Mas em abril daquele ano, ele e três outros jornalistas foram capturados em uma emboscada das forças de Khadafi.
O fotojornalista Anton Hammerl foi morto, enquanto Foley e os outros foram detidos.
“Um soldado apertando seu rosto contra o chão da caçamba de um caminhão, com sua cabeça sangrando - é o pior tipo de choque”, disse Foley depois.
Durante 18 dias, ninguém sabia se o jornalista estava vivo.
Seus pais, Diane e John Foley, fizeram uma campanha para sua libertação, organizando vigílias de oração e trabalhando com equipes diplomáticas dos Estados Unidos e da Síria para conseguir informações.
Depois de seis semanas, Foley foi libertado, mas a morte de Anton Hammerl, seu amigo e colega, teve um profundo impacto nele.
“Eu lamentarei aquele dia pelo resto da minha vida. Eu lamentarei o que aconteceu com Anton e sempre analisarei aquilo novamente”, disse.

Text
Photo
Quote
Link
Chat
Audio
Video