Contributo Unicredit a cooperativa Beppe Montana

L’iniziativa si inserisce nell’ambito di un progetto per contribuire a rendere fruibili i beni confiscati alla mafia

Unicredit ha consegnato, a Lentini, nel Siracusano, un contributo economico alla cooperativa ‘Beppe Montana Libera Terra’. Alla cerimonia hanno partecipato Giuseppe Caruso, direttore dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, Renato Franceschelli, prefetto di Siracusa, Roberto Bertola, responsabile Territorio Sicilia di Unicredit, Alfio Curcio, direttore della cooperativa e Umberto di Maggio, coordinatore regionale dell’associazione Libera. “L’iniziativa - ha spiegato Roberto Bertola - si inserisce nell’ambito di un progetto per contribuire a rendere fruibili i beni confiscati alla mafia, pensato e portato avanti congiuntamente da Unicredit e dall’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. I destinatari degli interventi finanziari sono stati individuati, uno per ogni provincia, dall’Agenzia, con la collaborazione dei responsabili dei nuclei di supporto delle Prefetture. La Banca deve sempre saper coniugare al meglio le proprie esigenze di business con quelle del territorio, della legalità e dello sviluppo”. La Cooperativa Beppe Montana Libera Terra è stata costituita ne 2010 da quattro soci lavoratori, selezionati da un bando pubblico indetto dalle Prefetture di Catania e di Siracusa e patrocinato dall’associazione Libera. Nel luglio del 2011 si è aggiunto un quinto socio. La cooperativa ha in comodato d’uso 92 ettari di terreni agricoli, destinati ad agrumeti, filari di ulivi e una parte a seminativo, provenienti da confische esecutive a clan mafiosi e ubicate nei comuni di Lentini, Belpasso e Ramacca. Il contributo di Unicredit verrà destinato per l’acquisto di un attrezzo agricolo, una particolare trincia interfilare che consente di ripulire il terreno fino a pochi centimetri dal tronco degli alberi senza danneggiare la corteccia. (ANSA)

Arrestato Bottaro condannato per tre omicidi

Il membro della cosca Aparo-Santapaola è stato bloccato nelle Marche.E’ ritenuto l’autore di delitti commessi fra il 1989 e il 1990 in provincia di Siracusa.

Paolo Bottaro, esponente della cosca mafiosa Aparo-Nardo-Santapaola, condannato in via definitiva per tre omicidi commessi fra il 1989 e il 1990 in provincia di Siracusa, è stato catturato nei pressi di Senigallia (Ancona), da agenti della Squadra mobile anconetana. Sessantuno anni, il volto ormai completamente cambiato, i capelli ingrigiti, Bottaro conduceva una vita appartata in un paesino fra Recanati e Senigallia, dove i poliziotti della Sezione criminalità organizzata e catturandi della Mobile di Ancona lo hanno scovato dopo una lunga indagine, fatta anche di appostamenti e pedinamenti. L’uomo era inseguito da un ordine di cattura della procura generale presso la corte d’Appello di Catania. Il 3 luglio scorso, la Cassazione lo ha condannato definitivamente a 16 anni e cinque mesi di reclusione, con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, per tre omicidi commessi nel corso della faida che per anni ha opposto la cosca Aparo-Nardo-Santapaola e la cosca Urso-Bottaro, retta da Salvatore Bottaro. Quest’ultimo teneva le fila in passato di un vasto un giro di droga e estorsioni. Paolo Bottaro è stato rinchiuso nel carcere di Montacuto, ad Ancona. (ANSA)

Operazione antimafia contro clan Nardo

E’ stata condotta dalla Guardia di Finanza a Siracusa, con il coordinamento della Dda di Catania. Gli investigatori hanno eseguito 14 ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di altrettanti soggetti indiziati di appartenere alla cosca mafiosa leontina.

Sono 14 le persone arrestate dalla guardia di finanza di Siracusa nell’ambito dell’operazione ‘Krypto’, in esecuzione di un ordine di carcerazione emesso dal Gip di Catania, Anna Maggiore. Sono Filadelfo Sambasile, di 43 anni, Fabio Ragaglia, di 47, Donatello Cormaci, di 39, Rosario Ciaffaglione, di 42, Antonino Guercio, di 35, Cirino Rizzo, di 41, Nunzio Ossino, di 31, Alfredo Miceli, di 20, Francesco Sferrazzo, di 60, Giuseppe Culletta, di 26, Santo Bonanzinga, di 32, Sergio Bonsignore, di 37, di Sergio D’Ignoti, di 20, Fabio Sparacino, di 35. (ANSA)

"Nemesi", inflitti oltre due secoli di carcere La condanna più severa per Antonino Di Stefano (21 anni), assolto Salvatore Lo Giudice

Un totale di 234 anni e 6 mesi di carcere ed una assoluzione. Dopo una camera di consiglio durata dalle 11 del mattino di martedì alle 17 di ieri pomeriggio, la Corte d’Assise, presidente Maria Concetta Spanto, a latere Stefania Scarlata, ha emesso la sentenza nei confronti di presunti esponenti del clan Trigila, che erano stati arrestati nel luglio del 2008 al termine dell’operazione Nemesi. Condanne, in continuazione, mitigate rispetto alle richieste del sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia Luigi Lombardo che al termine della sua requisitoria aveva chiesto 473 anni di reclusione per gli imputati. Agli indagati contestati, a vario titolo, i reati di associazione mafiosa finalizzata alle estorsioni, all’illecita concorrenza mediante violenza o minaccia, al traffico di cocaina, hashish e marijuana, alla gestione di bische clandestine, e sequestro di persona, tentato omicidio e porto di pistole, rivoltelle ed esplosivi. Infine la cosca gestiva un vasto traffico di sostanze stupefacenti tra Avola, Pachino, Floridia, Rosolini, Ispica. La Corte ha condannato a ventuno anni di reclusione Antonino Di Stefano ed a vent’anni di reclusione Michele Crapula, entrambi accusati tra l’altro di associazione mafiosa finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. Venti anni di carcere anche per Corrado Ferlisi e Marco Di Pietro. Dovrà scontare diciannove anni di carcere Yildiz Zafer e 14 anni e 4 mesi di reclusione a Carmelo Lo Giudice. Tredici anni e 8 mesi di reclusione per Francesco Alota e undici anni di carcere e 3 mila euro per Angelo Monaco. Condannato a dieci anni e sei mesi di reclusione Innocenzo Buscemi. La pena di dieci anni di reclusione è stata inflitta a Antonino Carbè e Salvatore Celesti. Massimo Liggieri è stato condannato a nove anni e 4 mesi di reclusione; Carmela Quadarella è stata condannata a 9 anni e 4 mesi di reclusione. Condannato a otto anni e sei mesi di reclusione e due mila euro di multa Sebastiano Catania. La Corte ha infine condannato Renzo Macca ad otto anni e due mesi di reclusione e 30 mila euro di multa; Corrado Morana a sette anni e otto mesi di reclusione; Gaetano Liuzzo Scorpo a sette anni di reclusione; Piero Puglisi a sei anni e due mesi di reclusione e 21 mila euro di multa; Biagio Sesta a sei anni e 3 mesi di reclusione; Giuseppe Cancilla a tre anni e sei mesi di reclusione; Antonino Zagarella Di Rosa a tre anni di reclusione; Benedetto Cannata, Davide Russo, Giovanni Tuminello (solo per lui pena sospesa) a due anni di reclusione ciascuno. Assolto Salvatore Lo Giudice per non aver commesso il fatto. Assolti dall’accusa di associazione Marco Di Pietro, Innocenzo Buscemi, Corrado Ferlisi e Antonino Campisi. L’operazione Nemesi aveva “smantellato” il clan Trigila nella zona sud della provincia siracusa. L’inchiesta era stata coordinata dall’ex procuratore aggiunto di Catania, e attuale procuratore capo della Repubblica di Siracusa, Ugo Rossi. Sessantuno ordinanze di custodia cautelare nei confronti di presunti appartenenti alla famiglia Trigila emesse dal gip del del tribunale di Catania su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catania. L’operazione “Nemesi” era scattata all’alba del primo luglio 2008. Secondo gli investigatori il clan mafioso Trigila aveva messo le mani su diverse attività: dall’organizzazione del gioco d’azzardo in bische clandestine tra Avola, Pachino, Portopalo e Rosolini; estorsioni ai danni di commercianti, anche con l’imposizione delle apparecchiature tipo videogiochi; ma anche a titolari di imprese edili e della ditta che gestisce il servizio di rifiuti solidi urbani. Ed ancora estorsioni ai titolari delle imprese d’onoranze funebri: imprenditori prima vittime del clan poi si servivano della forza intimidatrice della cosca per lavorare in regime di monopolio e costrette a versare 500 euro per ogni loculo assegnato.

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