Carta a Sergio Sarmiento

Sobre éste artículo

Excepto que no señor Sarmiento. Entre sus falsas equivalencias y total ignorancia sobre como funcionan los epítetos (slurs) olvida que el hecho de que la homofobia se encuentre totalmente internalizada, institucionalizada y normalizada no significa que esté bien usar la palabra p**o aunque sea de manera “catártica e inofensiva” como ústed opina.

Porque las cosas no son así. P**o sigue siendo una ofensa homofóbica porque su origen es homofóbico. El uso de la palabra como ofensa sólo sirve para reforzar la ideología de que la peor ofensa que se le puede dar a otra persona es insinuar que es homosexual; que ser homosexual es malo, negativo e indeseable. Las palabras tienen significado, historia y contexto incluso cuando deseemos ingnorarlo.

Así que no. Penalizar a un país por el uso de epítetos homofóbicos no es intolerancia.

Finalmente habla mucho sobre su propia homofobia cuando se encuentra más preocupado de la censura de un epíteto homofóbico que problemas de homofobia real en un país donde se aprovechó el inicio del mundial para formar un comité homofóbico en el senado (http://www.sinembargo.mx/17-06-2014/1028965), un país donde se cierran bares gay para “dignificar” un zona (http://www.animalpolitico.com/2014/05/municipio-de-leon-cierra-bar-gay-para-dignificar-la-zona/#axzz35ItaIqCG) y un país donde un hombre puede mandar a violar a otro hombre con un tubo por ser homosexual y en vez de mandarlo a prisión lo hacemos presidente (http://www.jornada.unam.mx/2009/06/12/estados/035n1est).

Il Gobbo del Quarticciolo

Con l’epiteto di “gobbo del Quarticciolo” si designa quello che probabilmente fu, nei nove mesi dell’occupazione tedesca della capitale - dal 31 agosto 1943 al 16 gennaio 1945 -, il capo carismatico del più attivo e determinato gruppo partigiano di Roma e provincia. Era il soprannome di Giuseppe Albano, affetto da malformazione alla schiena, attivamente ricercato in quei mesi dai nazi-fascisti. Nato il 5 giugno del 1927 a Gerace Superiore (Reggio Calabria), arrivò a Roma alla fine degli anni Trenta e andò ad abitare nella borgata del Quarticciolo, nell’estrema periferia di Roma sud-est. Fin da giovanissimo esercitò il mestiere di malfattore insieme ad un gruppo di coetanei, quasi tutti di origine calabrese e tutti abitanti nella borgata. A soli sedici anni iniziò la sua lotta partigiana nelle giornate tra l’8 e il 10 settembre 1943. Prima a Porta San Paolo, poi nella zona di Piazza Vittorio, partecipò ad operazioni di sabotaggio e divenne subito una leggenda per rapidità d’azione e capacità di dileguarsi. Anche se i nazisti non ne conoscevano il nome e il cognome, la sua malformazione lo rendeva identificabile durante le azioni partigiane, così che intorno all’aprile del ‘44 il comando tedesco ordinò l’arresto di tutti i gobbi di Roma. Risale pure alla primavera del ‘44 l’impresa più audace di Albano, quando in un’osteria della borgata Gordiani uccise con una raffica di mitra tre soldati tedeschi. Catturato dalle SS e condotto nel carcere di via Tasso, uscì misteriosamente dopo due giorni: si parlò allora di collaborazionismo, ma per i sostenitori più fedeli fu il protagonista di un fuga rocambolesca. Con l’arrivo degli alleati, il “Gobbo” si mise al servizio della Questura per scoprire i torturatori di via Tasso e costituì una banda di pregiudicati che aveva come roccaforte un gruppo di case al Quarticciolo. L’attività del gruppo cambiò presto obiettivo e Albano si trasformò in una sorta di moderno Robin Hood: insieme ai suoi, conduceva “espropri” ai danni degli arricchiti della “borsa nera”, distribuendo poi vettovaglie e generi di prima necessità alla popolazione affamata. Ma c’era chi sosteneva che in realtà si trattava di una banda di criminali, in guerra con le formazioni rivali per contendersi i luoghi da rapinare. La leggenda del “Gobbo” ebbe fine con l’uccisione di un soldato inglese e la massiccia reazione delle forze dell’ordine. Fu scatenata un’imponente caccia all’uomo e il 16 gennaio 1945 Albano fu ucciso in un’imboscata, probabilmente su segnalazione di un delatore, nell’androne di un palazzo di via Fornovo.

Oggi pensavo che...

Non è un caso che la donna sia stata definita “angelo del focolare”. Sapevano tutti che prima o poi avrebbe spiegato le ali per lasciarsi alle spalle i giorni in cui non aveva visto il mondo, perché era stata troppo impegnata a curare quello di un uomo. Le stava bene che le attribuissero questo epiteto.

Non ha mai affermato d’essere invece il diavolo del focolare, sebbene di fiamme nel cuore ne avesse in abbondanza e fossero, talvolta, ben visibili, e si è mostrata docile, a volte ruffiana. L’uomo l’ha vista sorridere senza che s’accorgesse dello sforzo immane che compivano i suoi muscoli facciali e ne era soddisfatto, perché se la sua donna sorride vuol dire che lui può continuare ad essere il Dio del focolare. Nel frattempo lei infiamma il suo animo, pronta a spiccare il volo e a lasciarsi dietro una scia di vapore che è la strada della libertà.

Dimentica, l’uomo, che dopo resterà semplicemente sepolto sotto il cumulo di macerie di quel beato focolare.

Text
Photo
Quote
Link
Chat
Audio
Video