Un giorno mia figlia è tornata a casa con gli occhi lucidi.
Le sono andata incontro preoccupata “tesoro cosa è successo?”
Lei non ha risposto subito poi è scoppiata in lacrime e mi ha abbracciata.
Ringrazio di avere questo rapporto con mia figlia.
“È finita.” Mi ha detto con due occhi che mi parevano due pozzanghere.
“Era quello giusto, lo so che era quello giusto” ha ripetuto.
“Sediamoci un po’ qui a parlare ti va? Voglio raccontarti una storia che non ti ho mai raccontato prima”
Lei si è asciugata gli occhi con la mano e ha tirato su il naso come una bambina.
“Avevo 17 anni” ho iniziato “non avevo mai avuto un ragazzo a parte uno a cui avevo solo dato qualche bacio.
Un giorno conobbi un ragazzo, era bellissimo, davvero, occhi verdi e capelli castani scuri, me ne innamorai.
Aveva due anni in piu di me, stava finendo il geometri mentre io ero in prima liceo classico (ovvero al terzo anno).
Io ero giovane e ingenua, passavo tutto il giorno a studiare e a leggere, lui invece era già grande, pronto a partire per il militare e ad iniziare a lavorare.
Lui voleva di più dal nostro rapporto e io non mi sentivo pronta.
Ma ti giuro che ero persa per lui, lo amavo come non ho mai amato nessun altro, ma allora eravamo troppo diversi, avevo paura che se fossimo restati insieme non sarei mai riuscita a terminare gli studi, andare all’università, andare via.
Lo amavo ma non ero pronta a vivere quella storia, prima dovevo scrivere la mia.
Dopo molti pianti lo lasciai, poco dopo aver fatto 4 mesi insieme.
Ho terminato il liceo e mi sono iscritta a lettere a Firenze, lì mi misi con un altro ragazzo, con il quale stetti per due anni, con lui feci per la prima volta l’amore ma non lo amavo allo stesso modo.
Avevo sempre in testa quei due occhi verdi …”
Mi sono interrotta sognante.
Mia figlia mi guardava in modo strano, ora non piangeva più.
“Ma ora ami il babbo più d Mr. Occhi verdi, vero?”
“Oh no, non ho amato nessun altro come ho amato lui, il primo amore è per sempre”
“Ma mamma..!”
“Lasciami finire” le ho detto, mi veniva da ridere per la sua espressione sbalordita.
“Dopo due anni lasciai l’altro ragazzo, un giorno, dopo pochi mesi dalla rottura, tornai a casa e incontrai Mr. Occhi verdi, come lo hai soprannominato tu, ricominciammo a uscire e dopo un anno e mezzo ci sposammo, e così dopo 4 felici anni di matrimonio sei nata tu”.
Mia figlia mi ha guardata a bocca aperta e occhi spalancati.
Quegli stessi occhi verdi, come aveva fatto a non capire subito?
“Quindi Mr. Occhi verdi è papà?” Mi ha chiesto sconvolta.
Ho annuito.
“Amore, ti ho raccontato la mia storia per farti capire una cosa: che se lui è il ragazzo giusto per te allora un giorno diventerà l’uomo della tua vita. Non importa se ora non state più insieme, certe storie non finiscono, certi amori fanno giri pazzeschi, si lasciano, si rincorrono ma ritornano, se sono veri ritornano sempre.”
—  portolealidiunangelo
Un giorno Tumblr lo ricorderemo come un ex rifugio di ragazzi persi e senza via d’uscita, e lo racconteremo ai nostri figli come un posto bellissimo.
Adulti e genitori, quelli della difficile generazione,
Quelli che avranno ancora le cicatrici e i lobi dilatati,
La storia della loro adolescenza scritta nei tatuaggi,
E un sorriso enorme stampato sul volto, come per dire “Ce l’ho fatta”.
Voglio raccontarvi del mio primo a bacio. Voglio dirlo a voi perchè siete gli unici di cui mi fido e spero non mi giudicherete.
Ho 17 anni, tra un mese ne faccio 18. Ebbene il mio primo bacio l’ho ricevuto solo l’altro ieri. Ero in Germania. Ero lì per uno scambio culturale. Avevo conosciuto questo ragazzo ad Ottobre, quando lui è venuto a Roma. Sin dal primo momento mi è piaciuto, ma allo stesso tempo non avrei mai osato illudermi per l’ennesima volta. Volevo rimanergli distante, ma così non è stato. Tramite i miei compagni di classe che amano prendersi gioco di me, lui è venuto a sapere che mi piaceva. Una sera in spiaggia si sedette affianco a me. Ero ubriaca e lui voleva assicurarsi che stessi bene. Ero ubriaca, ma pur sempre spaventata all’idea che lui pensasse che mi piacesse. Non volevo sembrare l’idiota innamorata della situazione.
Passa la settimana e lui va via. Torna in Germania. Mi scrive parecchie volte al giorno quasi tutti i giorni per 4 giorni. Poi mi rivela che lui aveva voglia di baciarmi, ma non lo aveva fatto per timidezza.
Mi sentivo così felice. Ero persa. Mi stavo illudendo. Ma cazzo, ero felice.
Dopo nemmeno una settimana arriva una bella notifica su facebook che mi annuncia del suo fidanzamento con una certa tedesca.
Ero stata una stupida ad illudermi. Lui era proprio un bel ragazzo e io… beh ero io.
Dopo un po di mesi mi riscrive dato che ovviamente la storia con quella era finita.
Arriva Maggio. Tocca a me andare in Germania.
Ero in aereoporto quando poi mi sento abbracciare da dietro. Mi ero scordata come si volava nei suoi occhi azzurri cielo.
Avevo affrontato ben 2 ore e mezza di volo in aereo, ma tra quelle braccia volavo, e in quegli occhi azzurro cielo ci precipitavo.
Le prime serate le passavamo in disparte.. Non andavamo alle stesse feste. Dalle terza serata girava voce che lui avesse detto “a prescindere da tutti e tutto voglio che Sara passi le serate con me”.
La sera dopo finalmente eravamo insieme.
Quella stessa sera i miei “amici” continuavano a fare i coglioni finchè lui non gli risponde dicendo un semplice “NON MI PIACE.”
Sbam. Mi era crollato il mondo addosso. Mi sentivo un fallimento. Una stupida illusa.
Dopo meno di un’ora lui esce fuori dal pub con me e mi chiede di sedermi affianco a lui. Parliamo del più e del meno. si arrabbia perche fumo e mi arrabbio perche beve. Mi ruba le sigarette. Gli tolgo la birra da mano. Afferra la birra con una mano e con l’altra intreccia le mie dita tra le sue. Rimango un po spaesata. pensavo di non piacergli, eppure mi teneva la mano.
Dopo un breve silenzio lui mi chiede “Non ti piace se bevo?”
“No.”
“Ma ti piace se ti stringo la mano..?”
“Well, i do.” rispondo.
L’inglese non è mai stato il mio forte ma con lui bastava uno sguardo per dire molto più di mille parole.
Dopo 10 minuti seduti a stretto contatto sento che un mio amico ha vomitato per il troppo alcol. Mi scuso con il ragazzo tedesco e vado ad aiutare il mio amico. Dopo pochi secondi vedo che il ragazzo si era alzato dalla panchina per aiutarmi col mio amico. Gli dico che è tutto ok e lui mi chiede se voglio andare a fare un giro. aveva sempre la sua birra in mano. Dopo 10 metri trova un muretto, ci si poggia e mi tira a sè. Beve ancora birra.
“Smettila cavolo, ti fa male bere”
E lui fissandomi risponde “Mi fa male bere?”
“Si.” insisto.
“Sai cosa mi fa bene invece?”
Finita la sua domanda le sue labbra toccarono le mie e in quel momento, tutti i miei problemi svanirono e il mio senso di completezza fu appagato. Una sensazione che ancora oggi non riesco a spiegarmi.
La sera dopo fu un secondo round di baci e sorrisi.
La sera dopo ancora, il match era diverso. C’erano le mie lacrime sul ring, in una lotta tra cuore e testa. Ero all’aereoporto. Con lui. Di nuovo. Ma per dirci addio.
—  Provaavolare

anonymous said:

Se hai voglia racconta la tua storia ;)

quando ero piccola ero una bambina felice

O almeno, questo è quello che dice mia madre. Sempre allegra, estroversa, mai timida. Questo fino all’asilo, dove iniziarono le prime esclusioni. Che continuarono alle elementari. Alle medie.

Mia madre mi diceva sempre che ero grassa, che dovevo mangiare meno, ma io me ne fregavo e mangiavo. Non era un problema per me. Fino a quando non ho iniziato a crescere.

Se tu avessi dovuto chiedermi come potevo descrivermi, avrei sempre riposto grassa. Non per finta modestia o ipercriticismo. Solo per un dato di fatto. Non piacevo a nessuno. Troppo timida, non bella, senza seno, senza tutte quelle cose che attraggono tanto. Preferivo stare con me stessa.

Sopravvivevo, tra delusioni e lacrime tiravo avanti. Un po’ come ogni tipica adolescente standard qualsiasi.

Poi arrivarono le superiori, ed arrivò LUI.

Lo notai subito, il primo giorno di scuola. Bello, tanto, troppo. Uno di quelli che vedi sulle copertine o nei film, con i capelli castano chiaro e gli occhi che ti tolgono il respiro. Alto, altissimo. Bello, bellissimo.

Iniziai ad informarmi su di lui. Scoprii il suo nome, scoprii che veniva dalla Polonia. Scoprii le sue passioni, ed alla fine l’occasione si presentò. A scuola ci fu autogestione, ed assieme ad un’altra ragazza con cui avevo legato iniziammo a parlare con lui. Inutile dire che lui preferì lei a me.

Però fui io, e non lei, a scrivergli su Facebook. Non so come feci. Forse un attacco di sicurezza estrema. Iniziammo a parlare, a salutarci in corridoio. Iniziò a cercarmi lui per primo. Ero in una favola, e lui era il mio principe azzurro.

La prima volta che mi chiese di uscire credevo di morire. L’occasione si presentò solo in capo a due settimane, ma a me andava bene. Era il primo ragazzo in tutta la mia vita che mi invitava ad uscire, non riuscivo a realizzare che stesse accadendo a me.

Mi baciò. Eravamo ad un parco giochi, da soli, e lui mi disse che gli piacevo. Io rimasi congelata, e lui mi chiese se poteva baciarmi. Io andai nel panico, balbettai un ‘si. no. io.. non sono capace.’ Lui scoppiò a ridere, e mi baciò. In quel momento mi squillò il telefono, ed il mio primo bacio l’ho dato come in un film. Con Hall Of Fame in sottofondo.

I giorni che seguirono furono i più belli del mondo. Avevo lui. Lui era mio. Mi cercava alle ore di buca, mi rincorreva sulle mura, mi scriveva durante le lezioni. Mi disse che ero bellissima, che non gli era mai importato di nessuna quanto gli importava di me, che era bello avermi trovata.

Era tutto luminoso come una stella cadente. Però poi la stella cadente scompare, e tu ti ritrovi abbagliata da una luce che non c’è più.

Mi lasciò in un piovoso lunedì, con un messaggio su Facebook. Non ci siamo più parlati per mesi dopo quel giorno.

Io stavo bene all’inizio, davvero. C’ero stata male, ma non più di tanto alla fine. Poi un giorno mi vennero in mente le sue parole di una sera

-Sai, c’è uno di classe mia che ha detto che gli piaci

-Davvero? Chi?

-Perché lo vuoi sapere? Tanto lui fuma, non ti interessa, e poi tu sei mia

Matteo. Ecco chi era quel ragazzo che vedevo per i corridoi a ridere. Quello che fumava sulle scale antincendio, quello che si atteggiava a bullo ma bullo non lo era affatto. Iniziai a scrivere pure a lui, dopo due mesi che Jonathan mi aveva lasciata. Iniziammo a conoscerci iniziai a prendermi una cotta. Finché..

FInché Jonathan iniziò a mettere in giro voci che io mi ero messa con lui solo per arrivare a Matteo. Dopo queste voci, lui smise di rispondermi. Iniziarono ad insultarmi, iniziarono ad arrivarmi messaggi anonimi sul telefono. Messaggi da parte di Jonathan, che dicevano che si era messo con me solo perché voleva stare con qualcun, che non sarei mai piaciuta a nessuno, che nessuno mi avrebbe mai voluta.

Le persone parlano, ma se sai che sono solo parole non ci fai caso. Il problema è quando le cose che ti vengono dette le pensi anche tu stessa in primis.

Iniziai a tagliarmi. Due mie amiche lo scoprirono. Volevano aiutarmi, ma non sapevo aiutarmi neanche era sola. Era marzo credo. Anche Matteo lo scoprì, e si scusò. Disse che era stato un cretino, che aveva creduto alle parole altrui. Io stavo male, avevo attacchi di panico, odiavo Jonathan ed allo stesso tempo ancora lo amavo con tutta me stessa e non sopportavo l’idea che prima mi volesse nella sua vita ed adesso volesse cancellarmici.

Matteo mi chiese di uscire. E tre giorni dopo si mise con una. Mi sentii morire. Continuavo a tagliarmi, mi chiedevo come avrei fatto in estate. Avevo un sacco di cicatrici sul braccio sinistro, sulle caviglie. Non sapevo cos’altro si sarebbero inventati su di me, non sapevo cosa fare. Mi sentivo un errore, e sentivo che avevano ragione ad odiarmi. Io stessa mi ero piaciuta solo quando era Jonathan a dirmi che gli piacevo.

Matteo la lasciò, e mi disse che lo aveva fatto per me. Ricominciammo a sentici, ricominciai a credere che potesse succedere qualcosa. E BAM si mise con una troia, ma troia davvero. Una che il mese prima andava con sette ragazzi in contemporanea. Una che solo a vederla per strada ti chiedevi ‘ma è vestita o cosa?’

Di nuovo ero stata scelta e poi scartata. C’è chi dice che non essere mai scelti è la cosa peggiore. Io vi dico invece che vedere ogni volta le proprie speranze andare in frantumi ogni volta è molto peggio.

Fu verso marzo che per la prima volta smisi di mangiare. Persi sette chili, ma mia mamma mi disse che ero dimagrita troppo. Mi stabilizzai attorno ai 58 chili, anche perché più in giù non riuscivo ad andare. Volevo parlare con Jonathan, ma lui scappava. Una volta lo aspettai all’uscita, e lui mi lasciò in lacrime davanti all’ingresso. Alla fine gli scrissi su Facebook, e gli dissi tutto. Gli dissi che mi ero tagliata, che avevo paura, che quando avevo perso lui avevo perso tutto. Si scusò, e la scuola finì.

L’ultimo giorno doveva essere IL GRANDE giorno. Matteo lasciò la sua ragazza, e nel pomeriggio mi scrisse. Quello fu il giorno in cui provai a fumare per la prima volta.

Era estate. Verso luglio nuovamente iniziai a rimettermi a dieta, con l’idea di arrivare a 55 chili e poi fermarmi. Buttavo del cibo di nascosto. Le cicatrici sulle braccia le coprivo come potevo, con fondotinta e cipria, e diciamo che avevo quasi smesso di farlo. Matteo mi aiutava. Poi si rimise con QUELLA.

Andai ad un campeggio che doveva aprirmi una nuova strada. Non conoscevo nessuno, se non la mia ex migliore amica delle elementari, Bianca. Arrivata al campeggio della GMG scoprii che in realtà conoscevo anche un gruppetto, formato da alcuni ragazzi che erano stati alle medie con me. Feci da tramite per l’inserimento di Bianca nel gruppo, ma lì iniziò il dramma. Lei entrò, mentre io non venni mai accolta. Mi tiravano dietro come zavorra, solo perché Bianca andasse con loro. Perché no? Lei era ciana, spigliata, aperta, divertente. Ci sapeva fare con i ragazzi. Marco, Samuele e Daniel, questi i loro nomi. Io mi ero presa una minicotta per Daniel. Ma al terzo giorno, loro due si stavano già allegramente sbaciucchiando.

Ero distrutta. Avremmo dovuto dormire tutti assieme, ma io con loro non potevo stare. Non avevo dove dormire, non avevo amici, non avevo nessuno. Scappai. Iniziai a graffiarmi le braccia, era buio, nessuno vedeva niente, ero sola e volevo solo farmi del male, far passare il dolore dentro. Matteo non mi voleva, Daniel non mi voleva, Jonathan mi aveva buttata via,  prima di loro c’era stato Alberto e prima ancora Luca. Nessuno che mi avesse scelta, nessuno a cui fossi andata bene. Lì iniziai con fermezza a smettere di mangiare.

La mattina dopo mi chiesero che avessi fatto alle braccia. Dissi che mi aveva dato allergia l’erba sulla quale alla fine ero andata a dormire, e che mi ero grattata.

Nulla era più come prima.

Avevo fatto tutto per loro, per farmi accettare. Loro fumavano, anche io avevo iniziato a fumare. Parlavano di certi argomenti, si comportavano in un certo modo, ed anche io mi omologai. Mi sentivo così stupidamente deliziata all’idea di ESSERE IN UN GRUPPO che cercavo di ignorare il fatto che stessi tutta la sera da sola con una sigaretta tra le dita, a fissare il profilo di Daniel nel buio ed a pensare.

Dopo quello cui fu un altro campeggio, ed anche lì stessa storia. Mi portai dietro Bianca, che si integrò subito. Io rimasi in disparte, troppo insicura e troppo timida e non abbastanza bella e non abbastanza  magra. Anche allo scorso campeggio mettermi in costume era stato un dramma, poi fortunatamente mi venne il ciclo e ebbi una scusa per non farlo.

Ci fu una foto, scattata da mio padre. Fu allora che mi vidi. Ero enorme. Enorme. Non potevo farci nulla se ero nata brutta, ma almeno non sarei più stata chiamata grassa.

Arrivai a 55 chili con un po’ di sforzo, ma allo specchio non cambiava nulla. Matteo mi riscrisse. Mi disse che aveva capito che ero l’unica che veramente teneva a lui, che era stato un cretino, che non sarebbe mai più successo come in passato. Io ripensavo alla sua classe che mi guardava con odio, alle parole cattive, ma mi dicevo ‘assieme supereremo anche questo’.

Il giorno prima dell’inizio della scuola mi scrisse ‘forse è meglio che rimaniamo solo amici’. Lo odiai, non potete sapere quanto lo odiai e quanto odiai me stessa perché anche stavolta non ero riuscita a tenermelo.

Mi misi come obbiettivo 53 chili. Una mia compagna, che cercava di dimagrire nello stesso mio modo, lo sapeva, e collaboravamo coprendoci a vicenda. Rividi Jonathan, e come un segno venimmo assegnati nella stessa classe di laboratorio. C’è chi non crede nel destino, ma ammetto che quanto mi torna comodo io interpreto i segni come qualcosa di prestabilito.

Ero innamorata. Potevo fingere od ignorarlo o prendermi cotte per tutti ragazzi che volevo, ma era bastato rivederlo che avevo mandato tutto a fanciullo. Lo volevo. Volevo lui, lui solo. Un giorno all’uscita gli scrissi, gli dissi che dovevo parlargli. Mi aspettò all’uscita, e glielo dissi. Lui mi disse che se mi faceva stare bene avevo fatto bene a dirglielo, e se ne andò, lasciandomi sola e portando si via ogni speranza.

Non avevo più scelta. Volevo dimagrire, volevo essere bella, volevo che qualcuno mi cercasse, volevo che LUI mi cercasse di nuovo. Da settembre iniziai a vomitare. Vomitavo tutte le sere, dopo cena. I 53 chili arrivarono, ma non era abbastanza.

Finché mia madre  non mi pesò.

Era già un po’ che mi stressava che stavo dimagrendo troppo, ma le dicevo che non era vero. Ma quando sulla bilancia lesse ‘52 kg’ mi portò dritta da una psicologa ed un medico. La psicologa si rivelò una perfetta incapace, che tutt’ora mia madre odia per non aver capito che mi stava solo lasciando andare avanti per la strada che avevo preso.

Iniziò a controllarmi a tutti i pasti, a costringermi a mangiare. Scoprì che vomitavo, ed iniziò a venire in bagno con me. Nonostante tutto, io dimagrivo. Iniziai a restringere sempre di più le quantità, che però erano enormi ugualmente. Arrivata a 50 chili, non avevo più un obbiettivo. Volevo solo scendere, scendere il più possibile fino a quanto fossi riuscita ad arrivare. Così si andò avanti fino a capodanno, quando i miei mi diedero il permesso di andare ad una festa organizzata dal ragazzo di una mia amica. Eravamo pochi, e tra loro c’era anche Jonathan. Ci speravo, speravo che quella sera, tra alcol e roba varia (erba soprattutto. In quei mesi non ci ero affatto andata leggera) finalmente mi avrebbe baciata di nuovo. Sognai quella scena tante e tante volte nei giorni precedenti. Comprai il mio primo vestito, e mia madre mi aiutò a prepararmi. Ricordo che mi costrinse a mangiare un pezzo di sformato con la minaccia di non farmi uscire, perché non si fidava che avrei mangiato. Cosa che non feci, infatti.

Prima che mi scoprisse stavo bene. Digiunavo tranquillamente tutto il giorno fino a cena, dove vomitavo, e non sentivo né fame né sofferenze.

Da capodanno iniziò l’inferno. Fu quella sera che capii che a Jonathan non importava più nulla di me, forse solo se fossi morta mi avrebbe rivista. Quindi cercai di morire, probabilmente.

A Gennaio fui presa dalla depressione, che mi perseguita ancora oggi dopo cinque mesi. I medici dicono che la avevo già prima, ma a gennaio divenne molto più pronunciata. Mia madre mi portò da una nutrizionista, bravissima e che io ancora oggi stimo molto. Ma dopo tre settimane rinunciò, dovendo che io continuavo a restringere sempre di più le porzioni. Oramai a cena arrivavo a stento ad un cucchiaio di ogni cosa che mi veniva servita, e poi andavo nel panico. Iniziavo a piangere ed urlare e dire che ero una persona orribile, che non dovevo e che mangiavo troppo. Se solo avessi saputo cosa mi attendeva.

Quella della clinica era una minaccia che mi rivolgevano spesso, ma era come un’idea lontana. La nutrizionista mi passò diretta all’ospedale. Pesavo 43 chili allora.

La sera mi rifiutavo di mangiare, ma i miei urlavano e dicevano che mi avrebbero portata diretta all’ospedale dove mi avrebbero nutrita a forza. Mio fratello mi guardava, ed io morivo. Mi tagliavo di nuovo, ma stavolta stavo ben attenta che nessuno se ne accorgesse.

Avevo sempre freddo, congelavo. A scuola stavo sempre attaccata ai termosifoni anche durante le lezioni. Non parlavo, non uscivo, non avevo più la forza di fare nulla. Prima facevo un sacco di ginnastica per bruciare, mi facevo anche 10 km a piedi per tornare  a casa da scuola invece di prendere l’autobus. Adesso non ce la avrei fatta neanche in tre ore. Speravo solo che Jonathan mi dicesse di fermarmi, ma ovviamente lui non lo fece. A scuola passai il primo quadrimestre con la media dell’8.

A metà febbraio iniziarono a portarmi all’ospedale ogni giorni a farmi le flebo. Pesavo 42.8, e mi dissero che stavo morendo. Alla fine, fecero la richiesta per farmi entrare qui nella clinica, dove sto da due mesi e mezza ormai.

Alla minaccia del sondino ho iniziato a mangiare, perché sapevo che avrebbero potuto immettere dentro di me anche 3000 kcal al giorno senza che potessi farci nulla. Adesso non solo questione di non voler mangiare per non riprendere peso, è questione di NON MANGIARE PERCHE’ MI ANGOSCIA, MI TERRORIZZA, NON LO VOGLIO. Non lo voglio.

E la sapete una cosa? Nonostante io mi senta in colpa per non essere peggiorata abbastanza, ogni volta che qui su tumblr vedo una ragazza che ragiona come ragiono io, cerco di aiutarla. Ma non riesco ad aiutare me.

Questo post lunghissimo che nessuno leggerà è un riassunto della mia storia. Non deve piacervi o meno, sono solo le cose come stanno.

Scrissi Summertime Sadness quando morì la mia migliore amica.
Io e Judy alle medie ci detestavamo, lei era la bulla della scuola mentre io la sfigata emarginata.
Ricordo che una volta ci picchiammo ed io tornai a casa con un occhio nero e un labbro spaccato.
In quel periodo stavo prendendo una brutta strada, solo l’orgoglio mi impediva di tagliarmi le vene con le fobici, solo l’orgoglio.
Credevo in un’America inesistente, in quella che guardavo nei film in bianco e nero degli anni sessanta.
Amo gli anni sessanta.
Alle superiori iniziai a fumare erba, solo così riuscivo a sentire qualcosa.
Mi sentivo vuota e inesistente, ma sentivo, solo con la marijuana, sono stata una stupida.
Judy fumava da qualche anno più di me, aveva una famiglia che cadeva a pezzi alle spalle mentre io mi sentivo persa nonostante le regole rigide imposte da mia madre.
Diventammo migliori amiche l’estate del secondo anno di superiori.
La incontrai in una taverna nel bel mezzo del deserto.
Ero in vacanza, ero partita da sola con due uomini più grandi di me di cinque anni, e li incontrai Judy, sola al bancone a bere una birra.
Non so perché quel giorno mi guardò con aria diversa dal solito, vedevo la stima e il rispetto nei suoi occhi, era diversa, forse non era fatta.
Diventammo amiche e insieme ci ripulimmo, lasciammo il giro delle vecchie amicizie e iniziammo a vivere un’avventura tutta nostra.
A volte bevevamo ma non andavamo oltre ne col fumo ne con gli sconosciuti.
Furono gli anni più felici.
Capii che potevo diventare la donna anni degli anni sessanta che imitavo davanti la tv ogni sera, potevo avere la migliore amica del mondo, la più stramba.
Finite le superiori decidemmo di iscriverci insieme all’universtà, lei era una ballerina mentre io cantavo e così decidemmo di mettere su un duo per guadagnare qualche soldo extra.
La gente applaudiva alle nostre performance, gli studi andavano alla grande, avevamo tutto, la libertà, e quando possiedi quella possiedi tutto.
Morì l’estate del terzo anno di college, un incidente d’auto.
Morì con l’uomo della sua vita, lontano da me.
Era luglio, dovevamo andare a un festival del rock, lei sarebbe passata a prendermi col suo ragazzo, poi saremmo andate a prendere il mio.
Quel pomeriggio lei non arrivò.
Tornai a casa per chiamarla, avevo dimenticato il cellulare, e vidi diciannove chiamate perse e tre messaggi.
Judy era morta, il suo corpo era irriconoscibile, la sua bellezza era svanita.
Non penso di aver mai pianto tanto in vita mia, osservai il funerale da lontano, convinta di essere sola di nuovo, sola e incapace.
Smisi di cantare per due anni, all’università non parlavo con nessuno, lasciai gli studi e mi diedi all’alcol.
Ruppi ogni rapporto col mio fidanzato e me ne stetti sola per un po’.
Avevo scritto una poesia in suo onere da leggere al funerale ma non riuscii nemmeno ad avvicinarmi alla bara, non riuscii a guardare negli occhi sua madre disperata.
Quella poesia divenne Summertime Sadness, divenne l’inno della nostra amicizia.
La poesia recitava qualcosa come ‘‘tu sei la mia estate, mi fai sentire viva, come calda si sente la pelle sotto il sole’’, ma decisi di omettere questa parte.
Sono anni ormai che non piango più per la sua morte perché lei non vorrebbe, lei che aveva tentato il suicidio mille volte, lei che si gettava in mare da altezze allucinanti, lei non avrebbe voluto.
Lei era nata per morire, lei non sentiva niente proprio come me, e per quanto avessimo insieme superato ogni tipo di ostacolo, lei non si sentiva viva abbastanza, lei forse quell’incidente lo voleva, forse si è lasciata morire.
Judy sapeva che morendo la nostra amicizia non sarebbe finita, sapeva che sarebbe diventata il sole che riscalda il mio viso d’estate.
Judy era imprevedibile, era troppo persino per se stessa.
Ogni volta che canto Summertime Sadness lei vive, è al mio fianco, io indosso un vestito rosso, mi acconcio i capelli, e vado avanti per la mia strada, lei guiderà il mio cammino, proteggerà la mia vita.
-Lana Del Rey

Mi stavo innamorando. Sentivo una tempesta esplodermi dentro, sentivo che mi sarei innamorato ancora molto di più e che avrei dovuto avere paura di entrarci fino al collo in quella storia! Avrei dovuto avere paura di farmi male, di non vivere che per lei e di soffrire per aver creduto in una storia che forse una storia non era. Ma la verità era che non ero mai stato tanto felice di avere tante paure tutte insieme…
—  "Ecco fatto", Gabriele Muccino

‘Ma ti muovi!’ dice mia madre bussando alla porta del bagno. Bussa. bussa. Bussa.

Sta solo amplificando il mio mal di testa.
“Ora esco!” urlo in risposta.
Mi asciugo le lacrime e mi guardo allo specchio.
Inevitabilmente scoppio a piangere, di nuovo.
Mi accascio lungo la porta.
Le mie lacrime sono salate e calde.
Mi fa male il cuore. Non so se per le troppe emozioni, per il troppo dolore o per un problema fisico…
So solo che mi fa malissimo.
Stringo di nuovo quell’oggetto di metallo che mi ero ripromessa di buttare.
“Esci da li!” dice mia madre, e cerca di aprire la porta.
Eh, no, mamma. È chiusa a chiave.
Come ci si sente a non riuscire ad aprire la porta? Brutto eh?
Affondo la lametta più in profondità, faccio dei tagli verticali più difficili da ricucire.
Apro l’acqua della vasca da bagno bollente, rileggo un ultima volta la lettera fatta e la metto sotto l’uscio della porta.
Sono piena di sangue.
Entro nella vasca.
Il sangue sgorga più velocemente.
Mi gira la testa. inizio a vedere chiazze scure.
“Apri ti prego, apri!” mia madre piange, sta picchiando la porta.
Vorrei tanto stringerti mamma.
Dirti che ti voglio bene, venire li ad aprirti ma non ce la faccio.
Lei urla e io affondo la testa nell’acqua non mi sono mai piaciute le sue urla.
L’acqua è rossastra, adesso è rosso acceso.
Faccio in tempo a cogliere l’ultima frase “non sei un disastro sei la persona più forte e bella di questo mondo” e mi addormento così con il sorriso.

—  Non la ho inventata io
Storie scritte sui fogli, sui quaderni, nei diari.
Storie scritte su banchi, sedie, nei bagni della scuola e negli spogliatoi.
Storie scritte sui muri, sulle strade e sui marciapiedi.
Storie scritte nelle metropolitane e nei pullman.
Storie scritte nei giardini, sull’erba e sugli alberi.
Storie scritte nei cieli, tra le nuvole, e nell’acqua.
Storie scritte sui polsi, sulle gambe, sul corpo.
Storie scritte negli occhi delle persone felici e di quelle infelici.
Storie scritte in camera, sul letto, sotto i cuscini, tra le coperte.
Storie scritte su Tumblr.
Storie scritte sulle fotografie, quelle un pò vecchie, ritrovate nell’armadio, tra i vestiti.
Storie scritte sulle labbra, e in tutte quelle parole mai dette, soffocate, sulla punta della lingua.
Storie scritte nei silenzi.
Storie scritte sui libri, rubati nelle biblioteche, presi in prestito e mai riconsegnati, perchè ci siamo affezionati.
Storie scritte tra le poltrone della Feltrinelli, nei bar, tra i reparti di un supermercato.
Storie scritte tra le note della tua canzone preferita.
Storie scritte nella mente, tra i pensieri.
Storie dimenticate.
Storie scritte ovunque, storie che pochi hanno la forza di leggere, storie che pochi hanno la forza di raccontare.
—  hopauradiesseredimenticata
Avevo 15 anni, era il 1946 e, sai, all’epoca era tutto diverso. Abitavo in un piccolo paesino, che giravo spesso in sella alla mia bici, per andarmi a rifugiare in un posto che mi piaceva pensare conoscessi solo io; amavo sdraiarmi sull’erba fresca e sentire i raggi del sole riscaldarmi, nelle fresche mattine d’estate. Un giorno, subito dopo esser tornata a casa, mia madre mi mandò a prendere l’acqua al pozzo vicino casa. Mentre riempivo le grandi brocche, vidi passare un ragazzo, che si fermò per chiedermi “serve aiuto?”. Così, mi accompagnò fino alla piazza del paese perché, sai, mia madre non voleva vedessi dei ragazzi. Ci salutammo, propensi ad incontrarci nuovamente. Solo una settimana dopo, ero diretta nel “mio posto”, quando vidi in lontananza lui. Scesi dalla bici e lui fece lo stesso. Avevo poco tempo a disposizione, dovevo tornare a casa presto, ma quel tempo lo passai tutto con lui. Ci mettemmo insieme, ma non come i ragazzi di oggi, che si baciano tra la folla senza preoccuparsi degli sguardi della gente, no, il nostro era un amore segreto, un amore che conoscevamo solo noi; era il nostro amore! Dopo qualche anno, mi giunsero delle voci: dicevano che lui si fosse messo con un’altra ragazza, che io ormai non ero più niente. Così, all’età di vent’anni, decisi di partire per andarmene lontano da lui; Roma sarebbe stata la giusta soluzione. Lui continuava a cercarmi, a scrivermi, venne addirittura a Roma per chiedermi spiegazioni. Io non volevo averci più niente a che fare, lo mandai via. Chiusi per sempre la nostra relazione. Mi feci una vita, sposai tuo nonno, ebbi la tua mamma, che a sua volta mi diede due bei nipoti. Lui fece lo stesso, rimase in quel paesino, e sposò una donna del posto. Solo tanti anni dopo scoprii che non mi aveva mai tradito e che, le voci che giravano, provenivano dalla gelosia di una mia “amica”. Lui provò così tante volte a spiegarmi l’accaduto, ma io non ne volevo sapere, non l’ho mai lasciato parlare. Non voglio dire che io non abbia amato tuo nonno, l’ho amato, amato sul serio, fin quando non ci ha lasciato, ma il mio grande amore, la mia anima gemella, la persi tanti anni prima. E sai cos’è l’amore, tesoro? Pensare ancora a lui, nonostante siano passati 68 anni.
—  urlandocontro-ilcielo

17 anni.Piu’ di quattrocento tagli. Tre settimane di ospedale psichiatrico,a incontrare persone fantastiche che non rivederò mai piu’, forse.No so piu’ neanche io che volto avere, che angolazione di sorriso prendere. La depressione è una brutta stronza, ti prede da dentro e non ti molla piu’. Psicofarmaci, alcol, droga, ancora dieci anni di vita prima del cancro. E voi a otto anni vi sareste mai immaginati di finire così? Ho visto piu’ ospedali che mio padre.

Vorrei fumare ma ho poco tabacco e devo fumare di meno, dall’aspetto sembro un cane investito,dimenticato sull’A1 per il mare.

Dov’è che sparisce tutta quella vitalità?Te lo hanno mai detto da piccolo quanto sia crudele il mondo?

Che gran casinò-

E chi se lo scorda più quel giorno.
Tu ed io, felici fino a due minuti prima.
Poi ti sei fermato.
I tuoi occhi che cercavano i miei, le tue labbra semiaperte.
Le tue parole.
‘C’è un altra ragazza.’
Una fitta al cuore.
‘Sono diventato matto per lei.’
Un’altra fitta al cuore.
A quel punto i tuoi occhi hanno guardato il pavimento.
Io ho guardato da un’altra parte.
Volevo evitare le lacrime. Non volevo piangere davanti a te.
‘Dì qualcosa.’
‘Cosa dovrei dire?’
‘Ho visto l’odio verso di me passarti negli occhi.’
‘Hai detto bene.’
‘Avrei dovuto dirtelo subito, lo so.’
Non avevi più io coraggio di guardarmi in faccia.
Continuavi a morderti il labbro, eri nervoso.
Io non ho detto più nulla per almeno cinque minuti.
Poi hai parlato di nuovo tu.
‘Non voglio smettere di esserti amico però.’
Io non ho detto nulla.
‘Siamo ancora amici, no?’
E avrei voluto urlarti che la nostra amicizia era finita.
O forse che non c’era mai stata.
Avrei voluto dirti di starmi lontano.
‘Sì, lo siamo.’
‘Lo sai che ti voglio bene comunque.’
‘Sì, lo so.’
Mi hai sorriso. Chissà quante volte avevi sorriso così a lei.
‘Ora devo andare. Ci sentiamo.’
Ti ho sorriso senza dire niente.
Appena te ne sei andato, lacrime a non finire.
—  Unamareadisguardi.

anonymous said:

Ciao, ti va di raccontare com'è iniziata la vostra relazione? Come l'hai conosciuta? Siete davvero bellissime♥

ci siamo conosciute l’anno scorso, non mi ricordo il mese anche perchè all’inizio non la consideravo neanche tanto mia amica (mi faceva paura).

lei mi scrisse perchè io stavo con un tipo che si prendeva semplicemente gioco di me e ci stavo male e spesso su facebook condividevo post tristi.

abbiamo fatto amicizia e pian piano siamo diventate migliori amiche, ci vedevamo sempre nel corridoio durante gli intervalli, ogni cambio dell’ora eravamo in bagno ad abbracciarci, spesso mi accompagnava a casa quando uscivamo da scuola.. Io non mi rendevo conto le lei si stesse innamorando di me e come una cogliona ho continuato a saltarle in braccio, a baciarla sulla guancia, ad abbracciarla da dietro.. Non mi rendevo conto di nulla, che lei magari stava male per quella situazione..

Verso la fine della scuola ho iniziato a provare qualcosa di più di una semplice amicizia nel profondo del mio cuore.. Avevo sempre più voglia di vederla, ero gelosa di chiunque le parlasse, mi sentivo vuota se non la sentivo per un giorno..

Iniziarono gli esami e lei appena finito passava ogni giorno sotto casa mia per salutarmi..

dopo circa 4 giorni mi feci forza, la portai nel portoncino del mio palazzo (le mentii dicendo che avevo caldo e li faceva più fresco) e ci sedemmo sulle scale.. Parlammo per un po finchè non fummo circondate dal silenzio.. io mi avvicinai a lei, la abbracciai e la baciai sulla guancia e anche lei lo fece.. però.. in quell’istante mi girai e la baciai, in bocca.. ci baciammo per alcuni secondi.. L’avevo fatto, era successo.. Non ci capivo più nulla, avevo paura che entrasse mia mamma perche a quell’ora doveva ritornare a casa.. avevo le farlalle nella pancia, mi tremavano le gambe, le mani, non sapevo le la baciavo bene o le stessi sbavando in bocca.. davvero non ci capivo piu nulla, l’unica cosa che sapevo era che quel tutto mi piaceva..

lei continuò a venire sotto casa mia dopo gli esami e una settimana dopo ci fidanzammo.. Dio ero la ragazza più felice al mondo!

Però mi è scappato un dettaglio, l’ultimo giorno di scuola mi sembra i miei genitori avevano visto dei messaggi con lei e pensavano che stessimo insieme e così mi proibirono di vederla, di uscirci, di parlarci.. Facevamo tutto di nascosto, non potevamo rinunciare l’una all’altra..

Comunque ci fidanzammo.. Eravamo felici, cercavamo di darci tutto l’amore possibile.. avevamo paura di farci vedere in pubblico, paura del giudizio, che la notizia si diffondesse, e quindi ci amavamo, ma di nascosto.. Camminavamo per strada mano nella mano e ci rubavamo piccoli e veloci baci, guardandoci intorno, assicurandoci che nessuno ci veda.. Era tutto così magico, era come una caccia al tesoro, non so bene come definirlo.. era stupendo quel giochetto..

Verso agosto io partii per la Romania, in vacanza, e lei per il mare..

Non ci sentivamo per giorni a volte, ero stressata, in ansia, mi mancava, che stava facendo al mare?

Stavo impazzendo, mi ubriacavo, fumavo, ho anche baciato un ragazzo per paura che magari io non ero “lesbica”, ma non provai nulla..

ritornai dall’italia con un senso di colpa tale che dovevo fare qualcosa per togliermi tutti quei ricordi dalla testa, per dimenticare, per “punirmi” e lo feci..

Quando lo scoprì scoppiò a piangere.. Avevo paura di perderla, ma lei è rimasta.. Non voleva abbandonarmi, lo sapeva che da sola non ce l’avrei fatta..

Intanto le litigate con i miei continuarono, arrivammo ad alzarci le mani, non solo la voce.. Io stavo sprofondando..

Iniziò l’anno scolastico. Lei conobbe nuove compagne delle quali ero più che gelosa.. “amore”, “piccola”, “bellissima”, “TI AMO” non lo diceva solo a me.. Il buongiorno appena la mattina forse non lo dava neanche più per prima a me.. Non ero più la sua unica principessa..

Io non resistevo, piangevo ogni giorno, non studiavo nulla a scuola, smisi di mangiare, volevo assomigliare alle sue amiche, magari le sarei piaciuta di più, anzi, volevo essere ancora più bella, ancora più magra.. Sbagliai.. Esaurivo sempre di più, sempre più in fretta le mie energie, non riuscivo a concentrarmi, scoppiavo in lacrime per ogni piccola cosa e lei cercava di aiutarmi, si, ma c’erano anche le sue amiche.. io non Ero più la sua prima preoccupazione, non ero più in cima alla lista.. I miei volevano separarsi.. e io caddi in in basso.. Ebbi una crisi di nervi, litigai con i miei, e me ne andai di casa, nonc e la facevo più, non volevo più saperne niente di sto mondo.. Si, volevo andarmene.. Ero vicina alla stazione, non dico che volevo uccidermi, ma se l’avrei fatto non mi sarebbe dispiaciuto più di tanto.. Lei arrivò un ‘ora dopo e mi fece l’ennesimo caziatone, così non andava bene, mi abbracciò, mi baciò e dimenticammo l’accaduto..

Continuammo a litigare però, ogni sera, ci siamo lasciate troppe volte e altrettante ci siamo riprese, non ci siamo mai lasciate la mano.. Però il filo che ci stava legando si stava pian piano logorando..

Iniziò ad avere attacchi di panico, piangeva in continuazione, a scuola veniva l’ambulanza a prenderla, vomitava in continuazione, non si riusciva a calmarla un attimo, a scuola aveva 5 materie sotto e rischiava la bocciatura e i suoi continuavano a sgridarla mentre lei pian piano si spegneva..

Tutti mi davano la colpa, ero io che le avevo procurato tutti gli attacchi di panico, io le mie paranoie eravamo la causa del suo dolore.. Mi allontanai da tutti, amici, genitori, insegnanti e anche un pò da lei.. mi chiusi in me stessa.. non sapevo che fare, come muovermi per non farle ancora piu male.. Mi ero chiusa nel mio dolore, e ci affogavo, ma non dicevo nulla..

Ci vedevamo pochissimo, e non ci sentivamo tutti i giorni..

Pian piano riconquistammo la fiducia, lei aveva sempre meno attacchi di panico, la scuola stava finendo, lei stava recuperando le materie, io iniziai ad aiutarmi, ad andare da uno psicologo ed eravamo più speranzose nel futuro.. Nonostante tutto ci siamo amate, ci siamo amate abbastanza forte da non lasciarsi, da non perderci, i sentimenti che ci univano erano più forti della distanza e del dolore che ci separava.

Finita la scuola, il 26 abbiamo fatto un anno. Ora certe volte litighiamo, ma facciamo subito pace, c’e un pò di gelosia, ovviamente, ma non lasciamo che qualcuno si intrometta tra di noi. Abbiamo capito che c’e sempre una luce in fondo al tunnel, basta soltanto crederci.

Ora camminiamo per strada mano nella mano a testa alta, non abbiamo più paura di baciarci in pubblico, non abbiamo paura di nulla, ormai l’inferno lo abbiamo gia passato e ne siamo uscite vincitrici.

Basta soltanto crederci, e non smettere mai di amarsi, neanche per un istante.

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