Indugiano
carezze non date
fra le dita dei peschi
e gli sguardi
d’amore che mai non avemmo
s’appendono alle glicini sui ponti –

Ma il fiume
è densa furia d’acque senza creste, nel grembo
porta profondi visi di montagne:
e all’immenso
svolto dei boschi trova lieve il vento,
tocca le fresche nuvole
d’aprile.

28 aprile 1937

Antonia Pozzi

Avevo quattordici anni e un paio di mesi quando arrivai a York per una vacanza studio. L’insegnante che ci accompagnava era una donna un po’ bizzarra, o almeno così l’avrei definita allora. I ricordi di quel viaggio sono raccolti nella mia mente come in un album incompleto con qualche pagina strappata, qualche foto persa. Ricordo bene un paesino sulla costa orientale, il suo nome di fiaba, l’andare e venire delle maree e quelle stradine ripide e strette che portavano al mare e alle sue verdi scogliere. Ricordo l’Abbazia di Whitby, immensa e sublime. Ricordo che rimasi col naso all’insù ad ammirarne la grandezza tanto a lungo da non rendermi conto che il gruppo si era ormai spostato. Erano solo rovine ma lì, in cima a quella collina, dominavano il mare. E la mia fantasia non poté immaginare quanto maestosamente bella potesse essere stata nella sua interezza, accarezzata dalle prime luci del giorno. Ricordo i mattoncini rossi della villette a schiera in Trentholme Drive e la finestra della mia camera che dava su orti e giardini fino ad una sterminata distesa di erba verde. Ricordo i gatti di gesso sui muri delle case come rimedio per allontanare i topi, le mura spesse e i loro merli e la cattedrale con le sue colonne bianche che come alberi intrecciavano i loro rami di foglie dorate sul soffitto della navata centrale. Non avevo mai visto una chiesa tanto bella e, ripensandoci, anche da allora nessun altra cattedrale è riuscita a prendere il suo posto nei miei ricordi.

Tuttavia il ricordo più nitido, quello che come nessun’altro mi è rimasto vivo addosso è sempre stata la casa della famiglia Brontë, un villino in mattoncini grigi a Haworth.

Quel giorno faceva freddo e io indossavo pantaloncini al ginocchio e una maglietta a maniche corte, ingannata dal sole che entrava brillante dalla finestra della camera quando mi svegliai.

Ricordo l’elegante semplicità delle stanze, le grandi finestre bianche, il camino in ogni stanza e le pareti di assi di legno.  Ricordo le teche con gli oggetti delle sorelle scrittrici ed un paio di guanti bianchi stretti e longilinei con un etichetta che riportava il nome di Emily Bronte. Mi guardai le mani chiedendomi quanto sottili e affusolate dovessero essere le sue dita e nei miei pensieri presero vita: le vidi stringere la penna d’oca fino allo sfumarsi dell’inchiostro sulla carta e poi rituffarla,con un gesto rapido e deciso, nel calamaio sul tavolo, vicino ad una candela accesa. 

E ricordo una finestra e la brughiera oltre il vetro, col vento forte a far tremare la vetrata. Ma soprattutto ricordo la sensazione di rifugio, di protezione, di casa. Un calore umile che mi faceva sentire al sicuro come quello del letto quando ti alzi al mattino. Quel panorama poi aveva qualcosa di immenso: quel verde inglese della brughiera e l’azzurro chiaro del cielo sembravano fatti per essere scritti, dipinti, ritratti. Un paesaggio unico, inaspettatamente sconvolgente. 

Perchè scrivere di questo proprio oggi? Perchè scorrendo un articolo su internet, ho letto quel che Charlotte Bronte scriveva della sorella: “Mia sorella Emily non era una persona di carattere espansivo,né una nei recessi della cui mente e animo anche coloro che le erano più vicino e più cari potessero entrare impunemente senza il suo consenso.” E mi sono specchiata in quelle parole. Così inevitabilmente, il ricordo è tornato alle sue dita sottili nei guanti bianchi, alla casa di mattoni grigi immersa nella brughiera e a quella fredda mattina di luglio in cui me ne stavo seduta su un muretto col vento freddo che ad arrossarmi gli stinchi. 

Quelle giovani donne e quel luogo si appartenevano in un tutto indissolubile. Si erano dedicati reciprocamente devozione e protezione. Il calore che le aveva tenute al riparo era rimasto nelle loro mani, nell’inchiostro, nelle parole. Nessuno meritava quel luogo più di loro, e nessun luogo meritava di essere amato e descritto in tanta bellezza come loro riuscirono a fare. Si meritavano a vicenda, si erano regalati l’immortalità. Così ancora immagino quella giovane donna, nel suo abito lungo con la gonna rotonda, sedersi allo scrittoio vicino alla finestra con la penna stretta tra le dita e lo sguardo dritto all’orizzonte. E come allora sento crescermi dentro la sua inspirazione irrequieta, la sua stessa fantasia che come un cavallo corre libera nella brughiera. 

E  ancora oggi come quella mattina, non posso che riconoscere che solo il loro amore fiero e incondizionato per quel posto che chiamavano “casa”, solo lì, solo da quelle dita lunghe e affusolate poteva nascere tanta bellezza.

Un film di Robert Stromberg. Con Angelina Jolie, Elle Fanning, Sharlto Copley, Lesley Manville, Imelda Staunton. Avventura, 97′. 2014

Un odio atavico separa i due regni confinanti, quello degli uomini e quello della Brughiera, abitato da fate e creature incantate. È in questo territorio magico che vive la piccola Malefica, in pace con tutti. Ed è qui che fa la conoscenza di Stefano, ragazzino suo coetaneo, abbastanza curioso e coraggioso da spingersi dove gli uomini non si spingono mai. La loro amicizia, man mano che crescono, lascia il posto all’amore, ma, quando a Stefano si presenta l’occasione di diventare re, egli non esita a tradire l’amata, ferendola nel modo più grave e scatenando in lei l’ira e il proposito di vendetta. Ne farà le spese la neonata Aurora, figlia di re Stefano e della regina, sulla quale Malefica scaglierà la nota profezia. Ma questa non è la storia della Bella Addormentata bensì quella di Malefica, la storia di una vittima che, da grande, troverà il modo di superare il male che le è stato inflitto da chi amava. 

È strano trovare un film in cui la cattiva designata – perché è così che ci hanno insegnato a vederla anni e anni di fiabe e cartoni Disney – non solo non è poi così cattiva, ma esce anche vincitrice. Confesso che questo è stato il primo pensiero che ho formulato quando si sono accese le luci in sala dopo la visione di Maleficent.

La fata malvagia a cui presta il volto la Jolie (che in certe scene è inquietante con quelle corna e le grandi ali, abbastanza inquietante da portare alle lacrime tutti i bambini tranne la figlia dell’attrice stessa, a cui poi è toccata la parte della piccola Aurora, per necessità più che per scelta) è un’anima pura che viene ferita e tradita dalla crudeltà dell’uomo. Ma anche quando si volge al “lato oscuro” – ci scuserete la citazione filmica – non perde mai del tutto il suo vero io. Insomma, anche nella Malefica cattiva permane un barlume (e anche più) di umanità e bontà. Non è un caso se la piccola Aurora viene nutrita, nonostante le tre zie siano del tutto assorte nei propri litigi e nei propri pensieri, se non precipita nel burrone, se arriva a 16 anni in salute, grazia e bellezza.

Questa Malefica è un personaggio strano, particolare, come non se ne vedono spesso. E soprattutto, è un personaggio che ci porta a mettere in dubbio tutto quello che abbiamo sempre pensato di sapere sulla Bella addormentata. Perché, almeno guardando il film (sono curiosa di leggere le versioni scritte originali, per capire come sarebbe dovuta essere la storia secondo l’autore/gli autori), il vero cattivo, il villain della storia, non è la fata a cui vengono strappate le ali, ma il re. O meglio, il ragazzo che sogna di diventare re e per questo non esita a tradire la fiducia di un’amica, di una creatura pura, per raggiungere i suoi obiettivi.

Il destino di Stefano – sempre più solo e sempre più tormentato dai suoi fantasmi, se pur sul trono che sognava di occupare e circondato da servitori e benessere – non trova il pubblico molto pronto alla comprensione. “Se l’è meritato”, è il pensiero comune tra il pubblico. Nella caratterizzazione dell’uomo, poi – talmente preso da se stesso da non accorrere al capezzale della moglie moribonda né molto affettuoso con la figlia, quando lei ritorna -, gli autori hanno calcato ben bene la mano, così da rendere relativamente semplice per il pubblico schierarsi.

Malefica, di contro, risulta simpatica, piace a chi guarda, anche quando le sue azioni sono tutt’altro che positive, anche quando da il peggio di se. Questa non è che l’ennesima dimostrazione di come il punto di vista da cui si sceglie di raccontare una storia faccia tutta la differenza del mondo. Pensiamo soltanto a serie incentrate sulla malavita come “Romanzo Criminale” o la più recente “Gomorra”. Man mano che gli episodi procedono si finisce per affezionarsi agli attori, per parteggiare per loro, anche se – razionalmente parlando – sappiamo che sono dei criminali. Servono scelte estreme di trama, per costringerci a rimettere tutto nella giusta prospettiva. Ma questo ribaltamento dei normali valori e della prospettiva stessa con cui guardiamo alle cose è la magia del cinema e della tv, la magia della narrazione.

Tirando le somme, di questo film resta soprattutto la figura della protagonista (magica e malvagia, teoricamente) contrapposta a quella del re (umano e buono, teoricamente) e del loro scontro senza esclusione di colpi. Restano anche i dialoghi tra le fata/strega e il corvo/uomo (che danno un pizzico di ironia alla storia, ma giusto un pizzico), e le belle immagini del mondo della Brughiera popolato da esseri fatati.

La principessa Aurora passa quasi inosservata. Una ragazzina troppo giovane e troppo insignificante – speriamo che non ce ne vorrete per il giudizio – per contendere la scena ai due titani. La bella addormentata del cartone era sì innocente e ignara delle cose del mondo, ma non sembrava mai così piccola, aveva in sé qualcosa della donna. Questa Aurora decisamente no. Per questo la scena del bacio – centro nevralgico della storia, secondo la versione Disney e non solo – suona quasi grottesca. Come potrebbe il bacio di un “uomo” avere qualche significato per questa bambina? Come si potrebbe auspicare che il lieto fine sia un matrimonio? Quando lui si avvicina per baciarla e spezzare, presumibilmente, l’incantesimo, chi guarda spera quasi che qualcosa o qualcuno interrompa il tutto… perché non ci sta. Semplicemente.

Se Aurora è giovane, il principe Filippo non poteva essere da meno. Ma se almeno lei ha qualcosa che te la fa restare impressa (fossero solo le scene nelle quali interagisce con Malefica) lui è una presenza di cui ci si dimentica come scorrono i titoli di coda.

Ma se sull’eroe non avevo grandi aspettative (diciamocelo, anche nel cartoon quanto mai è presente?!) dalle tre fate/zie mi aspettavo davvero qualcosa di più. Invece le ho trovate poco incisive, neppure così tanto simpatiche, più oche che altro. Nel cartone animato sono tra i personaggi che restano più impressi – pasticcione, chiacchierone, ma fondamentalmente buone e legate ad Aurora. La loro umanizzazione ammetto che non mi ha convinta. Alla fine sembravano avere più difetti che buone qualità.

Come per i film sui super-eroi, l’adattamento delle fiabe è uno dei generi che va per la maggiore in questi anni. E a me piace sempre. Perché le moderne tecnologie aiutano a creare mondi fantastici, personaggi fiabeschi, che affascina lo spettatore. E anche se teoricamente la trama è conosciuta… basta poco per sconvolgere tutto e ribaltare la prospettiva.

VOTO: 6+/10

Al cinema: Maleficent Un film di Robert Stromberg. Con Angelina Jolie, Elle Fanning, Sharlto Copley, Lesley Manville, Imelda Staunton. Avventura, 97′.

Di questa trasferta in Baviera ricorderò il vin brûlé (che lassù chiamano Glühwein) e il wuberone da 50 cm (che lassù chiamano ZuperBratwurst) che mi son strafogato al mercatino natalizio (che lassù chiamano Christkindlmarkt) di Monaco. Oltre ovviamente alle cameriere in costume tipico, gonnelloni, merletti e corpetto strizza tette, all’Hirschgarten. E anche Heide, teutonica e biondissima femmina germanica. Infine le litrate di Weissbier. Per il resto ho canticchiato tutte le mattine, uscendo dall’hotel, quella famosa canzone di Mogol-Battisti: “uscir nella Baviera di mattina per vedereee…”

"La #Sardegna è un’altra cosa: più ampia, molto più consueta, nient’affatto irregolare, ma che svanisce in lontananza. Creste di colline come brughiera, irrilevanti, che si vanno perdendo, forse, verso un gruppetto di cime… Incantevole spazio intorno e distanza da #viaggiare, nulla di finito, nulla di definitivo. E’ come la #libertà stessa." (D.H.Lawrence)
💛 Buon #weekend a tutti 💛

Dovrete proseguire su Via Statale,superare il paese di Merate e girare a sinistra alla terza rotonda imboccando Via del Calendole. Girare successivamente a sinistra in Via Beolco, seguire Via Beolco e girare a sinistra in Via Brughiera, qui all’ingresso del Parco del Curone inizierete a trovare le indicazioni per la Cascina Galbusera Nera.

Continuerete sulla sinistra in Via Spiazzo e in Via Manlido. Dovrete quindi imboccare la prima strada sulla destra, via Galbusera Bianca, una strada sterrata che prosegue dritto fino a via Galbusera Nera. Poco prima della Cascina troverete parcheggio.

per stop

per etnia città \ porto Brunelleschi \ simpatico di sommi \ brughiera Jacques memoria \ bisso feromone discinesia umore \ claque risperidone

origini bionico temporale carta \ consocio distopia corazza buco \ e certo empirico corallo di né questo \ tribù formulazione amplesso \ tic

in questo no silenzio fretta botte rupia incastro \ gamba centro spazio spruzzo \ volto totem narcisismo in poco origine endopsichico \ stop

Cercai, e in breve trovai, le tre lapidi sul pendio che dava sulla brughiera: quella di mezzo, grigia e quasi sepolta dall’erica; quella di Edgar Linton, appena coperta di erba e di muschio; ancora nuda quella di Heathcliff.
Mi soffermai là, sotto quel cielo mite, guardai le falene svolazzare tra l’erica e le campanule, ascoltai il sospiro lieve del vento tra l’erba, e mi chiesi come si potessero mai immaginare sonni tormentati per coloro che riposavano in quella terra quieta.
—  Cime Tempestose, Emily Brontë.
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