We carry the fire « Byron on JunkiePop

Ogni volta che sento il ritornello di Wa Are Alive penso a The Road di Cormac McCarthy. Nel libro il mondo sta morendo, è finito tutto, si giocano i supplementari dell’apocalisse e in campo sono rimasti solo quel padre e quel figlio, e il padre dice al figlio “we’re the good guys. We carry the fire” e il figlio ci si aggrappa e si ripete questa frase sempre, come se il ritornello fosse l’ultima cosa rimasta. Ti ricordi? Ecco, la promessa che fai a te stesso quando diventi Springsteeniano, quando Bruce ti attacca i cavi della batteria al cuore e all’anima e poi mette in moto, è questa: è la promessa di restare vivi, di portare il fuoco, di alimentarlo. Il fuoco che ti si accende dentro quando arrivi a capire Bruce è un fuoco che scalda, un fuoco che mette in moto dei macchinari giganteschi, un fuoco che anche quando distrugge lo fa per rinnovare, come le piante del bush australiano che vanno in autocombustione prima di rinascere.

Perché quando ormai hai visto Bruce Springsteen in concerto 9 volte la prima cosa che fai quando torni a casa è comprare il biglietto per il prossimo concerto? Perché Bruce ti accende un fuoco dentro. Te lo racconto su JunkiePop.

Quello che al cinema fa più paura delle donne è il corpo. Perché il corpo delle donne è una cosa abbastanza complessa, in continua evoluzione e in contraddizione con se stesso. Non è una cosa che dove la metti sta, che fa come le dici, che si possa rappresentare facilmente per com’è davvero. Raramente il cinema sa gestire un personaggio come Marina Abramovic, una donna che usa il corpo tanto come strumento di sfida e seduzione quanto come un’arma da guerra, e lo riconosce come una cosa estremamente vulnerabile eppure resistentissima. (via Ritratto dell’artista da donna di mezz’età « )

Ho scritto una cosa sulle donne, il cinema, Marina Abramovic, e un gran bel film su Marina Abramovic. La trovi come sempre su JunkiePop

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