Duro pescare solo con la sincerità

Una monaca in calore si distende sulle caviglie nella posizione di adorazione del proprio Dio. Un organo aperto che canta le lodi del Signore e gli dona la propria castità per la loro vita eterna in pace con i suoi figli. Una preghiera aperta a ricevere…

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Ehi amore, ecco questa è una lettera che forse non leggerai mai.
Mi sento un po’ bambina a starmene qui tra il piumone e le lenzuola accartocciate, il tuo profumo tra le pieghe del tessuto, sul cuscino. Ricordo tutto di ieri, le tue parole così belle da far scoppiar cuori e incendi, i tuoi sorrisi così potenti da sfondare i muri che ho tirato su per difendermi da mondo infame e crudele, i nostri baci così intensi da far esplodere i soffitti e le meteore, provocando piogge di stelle incandescenti, come il nostro amore veloce che brucia lento nelle nostre vene. Le nostre mani che si cercavano e al primo contatto i brividi sulla spina dorsale come treni sulle rotaie arrugginite, il tuo prendermi e dirmi “facciamo la nanna amore”, ed eccoci stretti sul mio letto - dove nessuno ancora era passato - accoccolati trai cuscini a sussurrarci parole di un amore appena cominciato, che rimbombavano in teatri sconosciuti, quelle parole che mi sono rimaste impresse nel viso, sul collo, sulla pelle quando ho chiuso gli occhi e il sonno mi ha presa con te, mentre mi cullavi e la tua voce si faceva lontana e il tempo diventava veloce.
Stamattina alle sette mi sono alzata di colpo. Non c’eri. Ero spaesata, ti ho scritto. Mamma ti ha accompagnato a casa, ero ancora vestita, truccata, sotto il piumone, nella stessa identica posizione. Mi sono infilata il pigiama, mi sono struccata, ho preso la felpa che mi hai regalato e me la sono piazzata sotto il cuscino. Mi sono addormentata così pensandoti, rendendomi conto che fin quando penserò a te, anche le notti più oscure diventeranno una passeggiata, anche i momenti più bui esploderanno in scintille di luce, anche i pomeriggi di pioggia senza di te sul divano con un thè saranno giornate di sole per il mio cuore, sapendoti mio, sapendoti a skateare da qualche parte, ricordando la serata di ieri sera, quando ti sei rivelato: quando hai buttato via quella maschera da duro e mi hai aperto il cuore, completamente, implacabilmente.
Sappi che sono disposta a prendermi cura di te, a camminare su un filo e salvarti da ogni situazione, ti proteggerò anche se non sono capace a proteggere nemmeno me stessa. Se cadrai, ti afferrerò al volo, tirerò fuori le ali e voleremo in cielo, in alto, sopra le nuvole, stretti per non sentire il freddo, guarderemo il mondo girare per noi, per te. Vieni a cercarmi e io ci sarò, ti prenderò per mano e ti porterò in tutti i miei posti preferiti, lasceremo un segno di noi in ogni angolo. Potrei stare ore ad accarezzarmi ascoltando il tuo respiro e ehi, alza gli occhi, l’hai vista quella stella stanotte? Eravamo noi. E’ comparsa, siamo noi, nelle stelle del firmamento, il tuo mondo è come il mio, nient’altro che noi amore, ora, domani, e chissà. Non possiamo saperlo, ma non importa: importa che ora siamo insieme, che ora ci teniamo per mano, che ora siamo forti, che anche se abbiamo paura, sappiamo di poterla vincere. Importa che niente potrà mai farci del male fin quando ci stringeremo così forte da essere una cosa sola.
E’ un nuovo inizio, l’inizio di uno di quegli amori che non importa come va a finire, se finisce, in ogni caso, è uno di quegli amori che non si dimenticano mai, per il resto della vita.
—  Silvia Tarizzo.

Amano le stanze ombreggiate,
le carte da parati consunte,
le crepe nel soffitto,
le mosche sul cuscino.
Se ti viene la tentazione di allungarti,
non essere sorpreso,
non farai caso alle lenzuola sporche,
al raschio delle molle arrugginite
mentre ti metti comodo.
La stanza è un cinema buio
dove si proietta
una pellicola sgranata in bianco e nero.
Un’immagine sfuocata di corpi svestiti
nel momento della dolce indolenza
che segue all’amore,
quando il più malvagio dei cuori
arriva a credere
che la felicità può durare per sempre.

 

Charles Simic, Letti disfatti

è bellissimo il fatto che psichiatri educatori e psicologi mi dicano che sono perfettamente lucida pur continuando a stare malissimo passando giornate immobile con tutti i muscoli contratti e la mente paralizzata. mi hanno detto tutti che la colpa non è mia, che ho problemi oggettivi di cui non posso farmi carico e che mi stanno schiacciando, che la mia famiglia ha iniziato a distruggermi nel momento stesso in cui mi ha creata, che devo scrollarmela di dosso per iniziare a vivere. ma che ne facciamo del fatto che l’unica cosa che io voglio ora è proprio una famiglia, non quella che mi ha usata e gettata come la carcassa di quelle auto che da piccola mi affascinavano tanto, compresse, arrugginite, rifiutate, accatastate una sull’altra in quelli che io chiamavo i cimiteri delle auto. io ho bisogno di qualcosa che non esiste e che, a ragione, voi mi dite che non potete darmi. ma allora cosa faccio. da che punto riparto. non c’è un inizio in questa storia, c’è uno spazio nero, la fine di qualcun altro. dove vanno le persone che non hanno un inizio.

Da domani dieta.

Ci si trova sempre a paragonarsi con qualcosa, con qualcuno. Viviamo perennemente su di una bilancia, una di quelle arrugginite, con due braccia, che ormai funziona male, tutta al contrario, che dovremmo buttare e sostituire con una moderna ad un solo posto. È rotta: più ci carichiamo di importanze, considerazioni e più ci porta su, a discapito di qualcosa che riteniamo troppo poco, troppo leggero per poter contrastare il nostro peso, la nostra quantità. Al contrario, più le nostre qualità vengono ignorate, le nostre capacità sottovalutate e più possibilità ci vengono strappate, più ci sentiamo sprofondare ritrovandoci a guardare dall’altra parte con il sedere per terra, dal basso verso l’alto. L’equilibrio, la parità, l’adeguatezza sono brevi attimi, illusioni, quel secondo di bugia prima che la mano tolga il perno dalla bilancia e la lasci al suo dovere. Il nostro strumento non percepisce l’uguaglianza, è fin troppo sensibile, niente avrà mai il nostro stesso peso. Aggiorniamoci e passiamo ad una di quelle elettroniche, per poterci confrontare solo con noi stessi, con la realtà e prescriverci ogni volta la dieta più adeguata. Ieri mi sentivo troppo, oggi mi han detto che sono troppo poco; domani mi peseró e vedremo se ci sono dei miglioramenti. Leviamoci di dosso noi stessi e restiamo in equilibrio con il mondo: apriamo le braccia alle possibilità, scendiamo dalla bilancia e guardiamo negli occhi ogni cosa prima di decidere quanto vale, prima di darle un peso, prima di allontanarla.

L’escursione a Novate Mezzola (Sondrio), all’imbocco della Val Chiavenna, inizia in un paesaggio avvolto da una fitta coltre di nebbia che crea un’atmosfera surreale ed inquietante, di dantesca memoria.

Faticoso è l’inerpicarsi sulle decine e decine di gradoni di granito per raggiungere la graziosa Codera, passando dalla frazione di Mezzolpiano. Ripide e tortuose mulattiere costeggiano, di tanto in tanto, graziose cappellette che ricordano il grande senso di devozione che animava le antiche genti. Fuori dal bosco, impregnato di profumo di vegetazione umida, si intravvedono antiche abitazioni di pietra, con porticine consunte e inferriate arrugginite che richiamano alla mente frammenti di leggende o echi fiabeschi. Ci si chiede dove siano i  dispettosi folletti e le vecchiette malefiche. Ma l’atmosfera che aleggia è di pace e “profondissima quiete”, un viaggio nel tempo e nella memoria che riaffiorano beneficamente.

Una sosta per ritemprarsi con la colazione al sacco o, per i più gaudenti, presso il Rifugio Risorgimento o l’Osteria Alpina con gustosi pizzoccheri e delicatissima bresaola. Poi, giusto per smaltire, giù a “rotta di collo”, si fa per dire, attraverso la mulattiera, scavalcando due suggestivi ponti di legno sul torrente Codera e l’affluente Ladrogno.

Che ebrezza il  guado, stile Indiana Jones, mantenendo il precario equilibrio su piccole rocce immerse nell’acqua, con una “cascatella” che rompe (l’ironia è implicita) ritmicamente la monotonia di un silenzio interrotto solo dalla voce concitata di chi teme di scivolare, suscitando l’ilarità dei compagni di cordata. Salendo si accede al versante opposto prima dell’Alpe di Cii e poi al “Tracciolino”, un termine tecnico che indica un’antica strada campestre pianeggiante che segna il tracciato di una preesistente ferrovia a scartamento ridotto, costruita a suo tempo per gli impianti idroelettrici della Val Codera e della cosiddetta Valle dei Ratti.

Lunghissima  la discesa, di circa tre ore, e alquanto faticosa ma impagabile la vista panoramica che spaziava dai monti a bacini lacustri, su minuscole casette, su campanili e legnaie.

Che dire di San Giorgio, un pittoresco nucleo rurale su un pianoro verdeggiante che affascina per quella patina di visione onirica che l’ammanta, così come quei caldi raggi di un sole preautunnale che imbionda le foglie, creando scintillii fantastici in un paesaggio fuoriuscito, magicamente, forse  chissà… da un  magnifico acquerello d’autore.

 Dove si trova la Val Codera?


View Larger Map Val Codera: un mondo incantato in provincia di Sondrio L’escursione a Novate Mezzola (Sondrio), all’imbocco della Val Chiavenna, inizia in un paesaggio avvolto da una fitta coltre di nebbia che crea un’atmosfera surreale ed inquietante, di dantesca memoria.
The Scissor- Ritornare

La stanchezza inizia a gravare sulle sue spalle. È da giorni che non dorme, la casacca sporca di sangue rappreso puzza, e rende tutto più seccante. Le catene, a causa della pioggia, si sono arrugginite, e ora emettono un suono orribile e scricchiolante, che lo secca ancora di più. Le cesoie sono anch’esse sporche e semi-arrugginite. Deve fare qualche cambiamento, o non arriverà da nessuna parte. La baracca abbandonata dove si è stabilito gli funge da rifugio, mentre aspetta di essere pronto per ripartire. Ripartire, già… Ma per dove? Forse non lo sa nemmeno lui. Forse è stata tutta una perdita di tempo. Ma la morte di Jeff ha dato inizio a qualcosa di grosso, proprio com voleva. Non poteva finire ora. C’era una taglia sulla sua testa.

Si toglie la maschera davanti allo specchio sudicio del vecchio bagno. La sua faccia è di un colorito simile alla polvere. Segnata da poche macchie di sangue e dalle rughe, l’unica cosa che risalta su quel volto spento sono gli occhi color fiamma. Chiude subito le palpebre, potrebbe rischiare di terrorizzarsi da solo. Sarebbe veramente ridicolo…

Ha sentito recentemente che molti famosi killer in giro per il mondo, si sono riuniti insieme in un dibattito organizzato da una vecchia conoscenza, Liu. Ma ora che è morto, si sono dispersi. È pericoloso stare nei boschi, ora che i killer sono di nuovo nei loro habitat. Lui sa chi c’è nei boschi. Ma è per quello che è lì. Ucciderlo è il suo obbiettivo iniziale. Liu è sepolto un po’ più a Sud, dietro dei cespugli. Liu è morto, insieme a quell’altro… Non ricorda più il nome. Sa solo che era membro dell’alleanza, e che aveva a che fare con i computer.

La casacca è lì nel camino, insieme alla maschera. Le catene sono state usate insieme alle cesoie, per sbarrare le porte. Un po’ gli dispiace, con quella casacca ha passato tante avventure. Mentre lei e la maschera triste prendono fuoco, lui rivive nella sua mente gli ultimi fatti: Jeff morto, Slenderman ferito a morte, Liu e l’altro killer morti… Ma deve cambiare.

Nel capanno degli attrezzi trova delle cesoie più piccole, più veloci e di conseguenza più comode. Le attacca ai bracciali, e le prova. Perfette. 

Adesso deve trovare qualcosa per coprirle in pubblico, e una maschera. Per la maschera non c’è problema, tempo prima ne aveva presa una di riserva, nel caso quella vera si rompesse. Una maschera tattica, semplice e normale, ma che lasciasse intravedere gli occhi fiammeggianti.

Ora i suoi unici indumenti erano i pantaloni sgaulciti, la camicia sporca e strappata e gli stivali neri anfibi.

Nel capanno ha trovato delle catene, e ci si è legato totalmente il busto creando una pseudo-armatura di catene. 

Ora era pronto e poteva ripartire. Se l’alleanza aveva ancora intenzione di farlo fuori, lui li aspettava. 

Nulla lo avrebbe fermato. Nemmeno la morte in persona.

E’ una curiosa creatura il passato
Ed a guardarlo in viso
Si può approdare all’estasi
O alla disperazione.

Se qualcuno l’incontra disarmato,
Presto, gli grido, fuggi!
Quelle sue munizioni arrugginite
Possono ancora uccidere!

—  Emily Dickinson
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