amori finiti

Quando dirà che non ti ama più
Scrolla le spalle all’indietro
E guardalo negli occhi.
Anche se senti come se dentro ti si stessero rompendo le costole, come le zampette di un ragno.
Quando rivangherà vecchie ferite
Che aveva giurato di perdonarti,
Sorridi.
E chiedigli perché non ti abbia lasciata prima.
Ignora il modo in cui le tue parole facciano male come carta vetrata
Mentre passano dalla gola alla bocca pronunciandole.
Quando ti incolperà per errori che vestono il suo volto,
Non urlare.
Non piangere.
Digli che ci sono ragazzi che sarebbero fieri di dire che ti hanno amata.
Digli che tra due anni non ricorderai nemmeno il suo nome
E non lasciargli vedere il modo in cui assapori la tua stessa bugia.
Quando ti lascerà
Ignora il tuo sangue urlare
E non ti alzare per seguirlo.
Non andare a bloccare la porta.
Non lo fare, non lo fare,
Non lo fare.
Odora il profumo della sua maglietta solo quando la piegherai per restituirgliela indietro.
Giura a te stessa di non uscire con qualcuno quando ti renderai conto che stai solo inseguendo il fantasma del suo sorriso.
Va bene piangere per lui.
Va bene anche perdonarlo.
Ma non tornare indietro da lui.
Perché se non ha saputo come amarti la prima volta,
Non saprà come farlo neanche la prossima.
—  "Come Fingere Che Non Faccia Male", Ashe Vernon (via themostanonymousgirlintheworld)
La generazione che s’innamora dei libri di Bukowski. La generazione che fuma perché la vita va a puttane. La generazione che salta la scuola per farsi una canna. La generazione che si taglia per la bassa autostima o per esibizionismo. La generazione con i cuori infranti da fottuti bastardi.
Le canne.
Le sigarette.
I cuori infranti.
Gli amori finti.
Il sabato sera.
La lametta.
Il mai abbastanza.
LA GENERAZIONE.
La nostra generazione.
—  Cit- esisti-ma-non-vivi.
Non esiste separazione definitiva finché esiste il ricordo, e la verità è che puoi cancellare le foto, i messaggi e perfino il numero di una persona. Ma non puoi cancellare i ricordi dalla mente. Solo quando dimenticherai il suo profumo, la sensazione che sentivi tra le sue braccia, il sapore delle sue labbra.
Lì, e soltanto lì, potrete dire di esservi persi davvero.
—  Iky Caputo.

Me ne stavo completamente sola, assorta nei miei pensieri, fra le mie riflessioni misteriose, e sembrava che nemmeno lo scoppio improvviso di una bomba atomica potesse turbarmi dalla mia -innaturale- quiete. La verità era ben più che diversa, nonché frustrante: lui era tornato. Sei mesi dopo, lui era tornato nuovamente da me.

«Ti va di ricominciare?» mi disse.

E io non potevo, no.

Ricominciare è una parola complicata, o meglio, quello che comporta è complicato da attuare.

«Credo che non sia la prima domanda che dovresti pormi.» risposi.

-

«Hai ragione, è che, ho sbagliato così tanto. Lo so, e lo sai. Ho molte domande da farti, ma questa è la prima la quale desidero avere una risposta. Desidero -la tua- risposta, con tutto me stesso.» ribadì, con una voce che sembrava dovergli uscire dal petto per piangergli il cuore all’aperto, quel cuore straziato dall’assenza di me.

La verità è che in questi momenti ogni donna ragiona al suo proprio -differente- modo, il che, solitamente, non è mai sbagliato. Io, però, mi sento diversa. Mi sento più che donna, perché la parola “donna” non basterebbe a racchiudermi completamente. Uscirebbe qualcosa di me da una parte, perché le lettere son troppo poche, e io son troppo tanta. Io sono il mio nome e il mio cognome.

-Io non sono solo donna, sono tutta me stessa-

Pensai bene, e trovai le giuste parole. Inizialmente feci fatica a pronunciarle scorrevolmente, ma poi mi feci coraggio:

«Te ne sei andato lasciandomi sola e, okay, ora sei tornato, e ora che sei qui ti trovo anche diverso, cambiato, ma la verità non è che ho paura che ritornado insieme, credendo in te, tu possa lasciarmi una seconda volta, in una seconda maniera ancora. È che ho paura di non saperti sorridere quando tu sorriderai a me. È che ho paura che i tuoi abbracci non mi facciano più sentire al sicuro, perché ogni volta, temo sia l’ultima. È che ho paura che quel tuo sguardo pieno d’amore, un giorno non riuscirò più a trovarlo. Sparirà nuovamente dai miei orizzonti. Ed ho anche paura che lasciandomi sfiorare nuovamente da te, dal tuo amore e dalle tue belle parole e fragili promesse, tu possa ancora distruggere le mie mura, perché ho recintato il mio cuore in deserti troppo angusti per essere trovato, ferito, distrutto, ma so che tu sei un ottimo ricercatore, e so anche che potresti trovarlo ancora, entrarne in possesso, e poi abbandonarlo nuovamente, lasciandolo andare in frantumi, -mille pezzi- e lasciando tutte le porte aperte, cosicché chiunque possa distruggerlo senza più alcuna difesa.»

Nello stesso momento in cui smisi di parlare, la decisione era già presa, e nonostante mi dolse esternare la verità nella sua maestosa interezza, solo ora mi accorgo di aver preso la -giusta- decisione.

Lui andò via, e non tornò mai più, o meglio, tornò, ma non seppe più distruggere la mia calma interiore, ed io andai avanti, cercando di risolvere il mistero che mi teneva legata alla vita. Cercando di trovare un amore più vero di quelli che scappano via, più vero di quelli che tornano quando ne hanno bisogno.

Più vero di quel piccolo -vero- sentimento che provai quell’unica volta con te.

—  Khalos Moscato
Se ci si lega troppo forte a cose e persone, quando queste svaniscono, non se ne va forse anche una parte di noi stessi?
—  Richard Bach