Lidia-Ravera

“AMANDA:
Olha só, eu gosto muito desse
livro. Ele tem sexo, ternura
e palavras bonitas. Talvez
minha filha se chame Antonia.
Ha. Espero que você guarde
como lembrança de mim.
Lembrança dessa época, digo,
já que espero te ver mais
vezes.

Boa sorte nas suas
próximas aventuras

Com carinho,
da Ana G.
Maringá, 19/03/06”

>Porcos com Asas .  Marco L. Radice e Lidia Ravera

>Enviada por Amanda Perin (coleção particular)

>Ela conta que ganhou o livro como lembrança quando mudava de cidade.
O presente foi dado por sua grande amiga Ana, que trabalhava em uma biblioteca, de onde o resgatou do descarte, já que ele estava bastante velho e sem algumas folhas. 

testo di Lidia Ravera

Niente è banale per chi non è banale.
Non c’è ripetizione per chi riesce a crescere ogni giorno,
per chi non si accontenta di se stesso e, instancabile, ritocca,
corregge, amplia, mette a punto, azzarda, scopre.

Bisogna essere irrequieti…
Bisogna viverlo con un certo fervore il tempo,
come fosse tutto utile, tutto buono, tutto necessario…
Essere esigenti: con se stessi, con gli altri.
Essere a disagio, sentirsi strani, sentirsi diversi.

Sentire l’ingiustizia, come un fastidio, come un impedimento all’armonia.

Sentire il privilegio quasi come un peso, un obbligo ad acquisire meriti.
Felici e scontenti. Scontenti anche di essere felici.
Credo ancora, con consapevole tensione, nella parabola dei talenti.
Credo che il privilegio obblighi a qualcosa.
Credo che non possa vantare diritti chi non si dà doveri…

Ma non è l’ambizione l’antidoto all’immobilità,
al pensar corto per paura che troppo rapidamente tutto scorra
e ti possa travolgere.

L’antidoto più sicuro è l’attenzione.
L’attenzione scompone il tempo in tanti singoli momenti,
e ad alcuni regala una magica durata,
ad altri la puntiforme felicità della visione.
Vivere attentamente è vivere al presente,
attrezzandosi contemporaneamente per il dopo…

Guardare fuori, guardarsi dentro…
Vedo la gente soffrire per questa foga di rallentare il tempo.
Vedo discriminati i vecchi.
Vedo i ragazzi acciambellati sotto il tetto paterno a ventinove anni,
come gatti di casa decrepiti,
senza voglia di dar la caccia ai topi o andar per tetti.
Vedo me stessa, mentre provo a distendere le rughe sotto gli occhi,
e te preoccupato di quello che ti aspetta.

Voglio dirti che non è brutto crescere.
Neppure nella tetra variante di invecchiare.
Non è brutto. Perdi di leggerezza, acquisti peso
Ma il peso è stabilizzante. Non è male.
E non viene necessariamente per nuocere.
Crescere è accumulare. È ricchezza.
È il succedersi delle esperienze.

Se si ricorda di non dimenticare le trafitture di delusioni o i dubbi,
è quell’arte meravigliosa di imparare che, fino alla fine,
può mantenerci umani, può spalancare i cancelli
che separano un’età dall’altra e rendono così dolorosi i passaggi…

Non c’è trucco. È come una disciplina quotidiana.
Cercare lo stupore…

Nessuno sa, di quelli che credono di sapere.
Tutto è ancora possibile…

Poiché fotografo posso anche non guardare.

Semmai guarderò dopo. Se avrò voglia. Oppure mai.

Il nuovissimo “art bonus” consente le fotografie nei musei. Capisco e approvo l'avveduta generosità che sottende la modificazione della regola (vietato scattare foto, come è vietato registrarsi il concerto della magnifica orchestra di Santa Cecilia eccetera eccetera). Fotografatevi pure, se volete un ricordino.

Se serve per farvi tornare a consumare cultura con un po’ di impeto, immortalate pure in libertà la vostra stupefatta ammirazione davanti al Capolavoro. L'onda lunga della democrazia pop deve travolgere ogni sussiego, ogni discrimine. Non avete un rapporto con la parola scritta tale per cui una frase su un notes serve a fermare il tempo, a eternizzare l'attimo, a supportare la memoria? Va bene: un click e passa la paura dell'effimero, l'esperienza va a durare.

La “cultura del fotografare” ha, per anni, affiancato quella del guardare. Ultimamente sta tentando il sorpasso: fotografo quindi ho visto. Presto si arriverà alla sostituzione totale: poiché fotografo posso anche non guardare. Semmai guarderò dopo. Se avrò voglia. Oppure mai.

Intanto metto la foto su fb, la condivido, dico della mia vita, mi filmo, mi faccio conoscere, godere, ammirare, invidiare, oppure compatire, consolare, risarcire. È una nuova modalità di relazione, sia con se stessi che con gli altri. Si sta diffondendo in velocità. Il Ministro dei Beni culturali ha regione a registrarla, a tenerne conto. Non si può più sequestrare la “macchina fotografica”. È nel cellulare, nell'orologio, nell'anello, nei polsini, negli occhiali, presto nei bulbi oculari, al centro della retina, in fronte.

Bisogna ripartire sempre dal punto in cui siamo arrivati. E andare avanti da lì, senza nostalgie senili. Attenti a non reprimere quanto a non danneggiare: che i flash non rechino offesa alle antiche pennellate, che il selfie non se lo scattino dando le spalle al quadro, il proprio sorriso in primo piano e quello della Gioconda dietro.

In una gerarchia egocentrica che, purtroppo e per ora, è ancora nemica della sensibilità all'arte. Alla bellezza. Alla cultura.

Lidia Ravera huffingtonpost

Niente è banale per chi non è banale.
Non c’è ripetizione per chi riesce a crescere ogni giorno,
per chi non si accontenta di se stesso e, instancabile, ritocca,
corregge, amplia, mette a punto, azzarda, scopre.
Bisogna essere irrequieti…
Bisogna viverlo con un certo fervore il tempo,
come fosse tutto utile, tutto buono, tutto necessario…
Essere esigenti: con se stessi, con gli altri….[….]

Tutto è ancora possibile…

—  Lidia Ravera - Niente è banale per chi non è banale
Bisogna strappare erbacce, potare, dissodare, estirpare radici velenose, arare. Bisogna lavorarla, la terra della politica.

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‘Casa Cecilia’ debuttò su Rai Uno nel 1982. Il soggetto è di Lidia Ravera, che nel giro di cinque anni, dal romanzo 'Porci con le ali. Diario sessuopolitico di due adolescenti’, approda sintomaticamente ad una nuova dimensione linguistica, cioè la scrittura per la sitcom.